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Sicurezza all’estero: così lo Stato spreca risorse e competenze

L’annuncio del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, sulla nuova missione estera italiana, questa volta in Niger, ha scatenato il dibattito politico, animando gli ultimi giorni di legislatura. Non è di certo mia intenzione entrare in questo confronto che attiene al settore della strategia di politica estera. Ma la decisione del governo, inevitabilmente, riporta all’attenzione la questione, troppo volte ignorata, della sicurezza all’estero.

Mi riferisco in particolare al personale di aziende che operano in territori ad alto rischio: di loro si parla solo in casi eclatanti, spesso disperati, quando finiscono in mani sbagliate o sotto la minaccia di gruppi armati. Eppure basterebbe poco per affrontare la questione in serenità e non sull’onda di emergenze. Ma con lo scioglimento delle Camere è stato certificato un fatto: il vuoto legislativo italiano non è stato colmato, nonostante il disegno di legge presentato lo scorso giugno al Senato dall’ex ministro Mario Mauro. Un testo equilibrato che indicava i punti prioritari per riempire quello spazio bianco.

L’assenza di legislazione rappresenta un handicap per il sistema-Paese nel suo complesso, non solo per chi opera nel settore della sicurezza. Le imprese devono ovviamente garantire l’incolumità dei propri lavoratori studiando i piani di sicurezza che richiedono profili altamente preparati. Ma la questione non riguarda solo le persone: negli scenari più difficili, in cui le bande armate puntano alle ricchezze, la protezione degli asset strategici delle aziende diventa un tema cruciale.

Ecco che a questo punto si verifica un cortocircuito: lo Stato rinuncia a una più ampia concorrenza, pagando il servizio a caro prezzo ad aziende straniere, perché la mancanza di un quadro legislativo di riferimento impedisce alle aziende italiane di assolvere a questa funzione. E inevitabilmente le società italiane pagano dazio per l’impossibilità di affacciarsi su questo mercato.

Questo non accade certo per mancanza di competenze, ma per l’assenza di una legge capace di farsi interprete dell’esigenza dei tempi. Solo nel 2017 il settore ha generato un volume di affari per centinaia di miliardi di dollari. Non serve molto per capire quali siano le conseguenze: aver impedito la crescita di società italiane e, in maniera indiretta, aver rinunciato a maggiori introiti per l’erario.

di Maria Cristina Urbano
Presidente dell’ASS.I.V.

Fonte: Huffington Post

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