Il nuovo disegno di legge sulla sicurezza, attualmente all’esame del Senato, riapre il confronto su come proteggere le nostre città. ASSIV propone nuovi strumenti per valorizzare il contributo della vigilanza privata alla prevenzione, nel rispetto delle competenze delle autorità pubbliche.
C’è un momento in cui la sicurezza smette di essere un tema astratto e diventa qualcosa di molto concreto. Accade quando una persona rinuncia ad attraversare una piazza nelle ore serali, quando un commerciante teme per la propria attività, quando una stazione o un quartiere diventano luoghi che si preferisce evitare.
È in queste situazioni, prima ancora che nelle statistiche sulla criminalità, che si misura il rapporto tra i cittadini e la sicurezza.
Il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sull’episodio più recente, sull’aggressione che suscita indignazione, sull’atto vandalico che riempie le cronache. Poi l’attenzione si sposta altrove, almeno fino al caso successivo.
Ma una politica della sicurezza non può vivere soltanto di emergenze.
In questo contesto si inserisce il nuovo disegno di legge recante «Disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle Forze di polizia e del Ministero dell’interno», attualmente all’esame del Senato nell’ambito dell’iter parlamentare di approvazione (AS 1990).
Il provvedimento, presentato il 30 luglio 2026 su iniziativa del Governo, porta la firma della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dei Ministri dell’Interno Matteo Piantedosi, della Giustizia Carlo Nordio, della Difesa Guido Crosetto, dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti e per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella. Il testo è stato predisposto di concerto con i Ministri Paolo Zangrillo, Andrea Abodi e Giuseppe Valditara, rispettivamente competenti per la Pubblica Amministrazione, lo Sport e i Giovani e l’Istruzione e il Merito.
L’AS 1990 affronta una pluralità di questioni, dal contrasto alle condotte violente nei luoghi pubblici alla prevenzione del disagio giovanile, fino agli interventi sull’organizzazione delle Forze di polizia.
Un impianto articolato, nel quale riteniamo ci sia spazio anche per valorizzare un contributo già presente sul territorio, ma ancora non pienamente integrato nei modelli di sicurezza urbana: quello della vigilanza privata.
La prevenzione ha bisogno di presenza, non soltanto di strumenti
Quando si parla di sicurezza delle città, si pensa immediatamente alle Forze dell’Ordine, alla videosorveglianza, all’illuminazione pubblica o agli interventi di riqualificazione delle aree degradate.
Sono tutti elementi importanti, ma nessuno, preso singolarmente, è sufficiente.
La prevenzione richiede anche capacità di osservazione, conoscenza del territorio, tempestività nella segnalazione delle criticità e collegamenti efficaci tra chi opera quotidianamente negli spazi urbani e le autorità competenti.
La vigilanza privata dispone di una rete di professionalità, strutture organizzative e Centrali Operative che svolgono già oggi attività di protezione e controllo nell’ambito delle attribuzioni previste dalla legge.
Non si tratta di immaginare una sicurezza pubblica affidata ai privati. Sarebbe un’impostazione sbagliata, oltre che estranea al quadro delle competenze istituzionali.
Si tratta, piuttosto, di domandarsi se alcune di queste risorse possano contribuire in modo più strutturato alla prevenzione delle situazioni di rischio, attraverso modalità di collaborazione definite e rigorosamente regolamentate.
È da questa riflessione che nascono le due proposte emendative elaborate da ASSIV all’AS 1990, con l’obiettivo di introdurre strumenti concreti di prevenzione urbana coordinata.
Un pattugliamento che osserva, previene e segnala
La prima proposta introduce la possibilità per i Comuni di attivare servizi di Pattugliamento Preventivo Coordinato, nelle aree urbane caratterizzate da fenomeni di degrado o da particolari criticità sotto il profilo della sicurezza.
Il modello prevede l’impiego di Guardie Particolari Giurate appartenenti a istituti di vigilanza privata regolarmente autorizzati, con compiti esclusivamente limitati all’osservazione e alla tempestiva segnalazione di situazioni di rischio, pericolo o danneggiamento.
Nessuna attribuzione di nuovi poteri di polizia. Nessuna sovrapposizione con le competenze delle Forze dell’Ordine o della polizia locale.
L’obiettivo è favorire una presenza professionale capace di individuare precocemente eventuali criticità e trasmettere le informazioni alle autorità competenti.
Non meno importante è il metodo individuato: l’attivazione dei servizi sarebbe subordinata ad appositi protocolli tra Comuni e Prefetture, sentite le Questure, con procedure definite di raccordo e segnalazione.
La proposta prevede inoltre una formazione aggiuntiva specifica per le Guardie Particolari Giurate, che comprenda la prevenzione e gestione dei conflitti, l’interazione con persone vulnerabili, il primo soccorso e la gestione delle emergenze.
Un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi. Perché la professionalità di chi opera nella sicurezza non si misura soltanto nella capacità di riconoscere un pericolo, ma anche in quella di affrontare situazioni complesse con equilibrio, preparazione e consapevolezza dei propri limiti operativi.
Sperimentare nuovi modelli, coinvolgendo anche il sociale
La seconda proposta di ASSIV guarda a un modello ancora più ampio e introduce la possibilità di sperimentare, per un triennio, specifiche Zone di Vigilanza Urbana Integrata. L’idea è individuare aree caratterizzate da particolare degrado, criminalità diffusa o elevato afflusso di persone, nelle quali sviluppare progetti coordinati che coinvolgano, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, polizia locale, istituti di vigilanza privata ed enti del Terzo settore.
È una prospettiva che merita attenzione perché riconosce la natura complessa dei problemi di sicurezza urbana.
Una situazione di degrado non si affronta soltanto attraverso il controllo. Talvolta richiede interventi sociali, mediazione, assistenza alle persone, cura degli spazi e recupero delle relazioni all’interno di una comunità.
In questo modello, la vigilanza privata contribuirebbe attraverso l’osservazione e la segnalazione delle situazioni di rischio, la tutela del patrimonio affidato alla propria custodia e, nei limiti consentiti dalla normativa, l’assistenza e l’orientamento delle persone.
Agli enti del Terzo settore spetterebbero invece le attività di supporto sociale, mediazione e cura degli spazi urbani.
Una sperimentazione, dunque, che non confonde le funzioni, ma prova a far dialogare competenze differenti.
La proposta contiene anche un elemento essenziale: la verifica dei risultati. Il modello sperimentale sarebbe sottoposto a monitoraggio e valutazione, con una relazione finale del Ministero dell’Interno al Parlamento.
Perché anche le politiche di sicurezza dovrebbero essere valutate sulla base della loro concreta efficacia, e non soltanto delle intenzioni che le hanno ispirate.
La sicurezza non è una questione di divise
C’è un equivoco che sarebbe utile superare. Ogni volta che si propone una maggiore collaborazione tra pubblico e privato nella sicurezza, il confronto rischia di trasformarsi in una discussione su chi debba fare cosa e su quali competenze possano essere sottratte o attribuite.
La distinzione dei ruoli è fondamentale e non può essere messa in discussione.
Ma proprio la chiarezza delle competenze dovrebbe consentire di individuare forme di collaborazione appropriate, anziché impedirle.
Le Forze dell’Ordine esercitano le funzioni di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. La vigilanza privata opera nei limiti delle autorizzazioni e delle attribuzioni previste dalla normativa di settore. Le amministrazioni locali hanno responsabilità dirette nella gestione del territorio e nella qualità degli spazi urbani.
Sono funzioni diverse, che possono però concorrere, nei rispettivi ambiti, a un obiettivo comune.
La vera questione non è quante divise siano presenti in una strada, ma se esista un’organizzazione capace di prevenire i rischi, intercettare tempestivamente le criticità e assicurare che ogni segnalazione raggiunga il soggetto competente.
È su questa capacità di coordinamento che occorre investire.
Dalle norme alla sicurezza quotidiana
L’esame dell’AS 1990 rappresenta un’occasione per discutere non soltanto di nuovi strumenti normativi, ma anche del modello di sicurezza che vogliamo costruire per le nostre città.
Le proposte avanzate da ASSIV intendono contribuire a questo confronto con soluzioni circoscritte, regolamentate e rispettose delle prerogative istituzionali.
Non chiediamo di trasformare le Guardie Particolari Giurate in agenti di polizia, né di affidare alla vigilanza privata responsabilità che appartengono allo Stato.
Proponiamo di riconoscere, attraverso strumenti normativi adeguati, che la prevenzione può beneficiare anche dell’esperienza e della professionalità di chi già opera quotidianamente nella protezione del patrimonio e nella gestione delle situazioni di rischio.
Naturalmente, nessuna soluzione può essere identica per tutti i territori. Le esigenze di una grande città sono diverse da quelle di un piccolo Comune e ciascuna amministrazione deve poter valutare le proprie priorità e le risorse disponibili.
Per questo le nostre proposte prevedono strumenti facoltativi, protocolli istituzionali e, nel caso delle zone di vigilanza urbana integrata, una fase di sperimentazione e valutazione.
L’obiettivo non è aggiungere un altro soggetto alla già complessa organizzazione della sicurezza, ma rendere più efficace il contributo di quelli esistenti.
Perché una città sicura non è soltanto quella che sa reagire rapidamente a un reato. È soprattutto quella che riesce a riconoscere i rischi, prevenirli e restituire ai cittadini la possibilità di vivere gli spazi pubblici con serenità.
La sicurezza si costruisce anche prima che accada qualcosa. Ed è proprio su quel “prima” che dovremmo imparare a investire di più.








