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Centro Studi Confindustria: Le dipendenze critiche e strategiche dell’industria italiana

Centro Studi Confindustria: Le dipendenze critiche e strategiche dell’industria italiana

  • La tensione tra apertura commerciale e autonomia nazionale emerge nei periodi di più rapida trasformazione, come quello attuale, guidata dall’aumento delle distanze geopolitiche tra paesi e dalla doppia transizione economica, green e digitale.
  • Il modello di sviluppo italiano è fondato sull’attività manifatturiera, cioè di trasformazione di materie prime e semilavorati, anche importati. Più di un terzo del manifatturiero italiano partecipa alle catene globali del valore, che amplificano gli effetti degli shock tra nodi produttivi.
  • Il Centro Studi Confindustria ha identificato con un elevato livello di dettaglio merceologico le dipendenze critiche delle catene di approvvigionamento dei paesi UE dall’estero. In questa Nota, il focus è sulle forniture dell’industria italiana di input intermedi e beni di investimento.
  • L’individuazione dei prodotti critici è ottenuta selezionando tra i prodotti importati quelli che sono più vulnerabili sulla base di tre criteri: pochi fornitori extra–UE e con una elevata quota di mercato in Italia, scarsa sostituibilità con l’export italiano e con gli scambi intra-UE.
  • Da questa prima selezione, risultano 333 prodotti critici, per i quali l’industria risulta stabilmente vulnerabile negli ultimi anni, che rappresentano circa il 9% del valore dell’import italiano (circa 17 miliardi di euro).
  • La filiera industriale più interessata è quella delle commodity, chimica ed energia, seguita dai trasporti; come varietà di prodotti si aggiungono anche il tessile e i metalli. La Cina è di gran lunga il maggiore fornitore di prodotti critici per l’industria: 25% in valore (principalmente ICT) e 22,5% in varietà (soprattutto nel tessile).
  • In secondo luogo, si aggiungono due ulteriori criteri di selezione, legati alla strategicità e al fattore geopolitico. Un prodotto si definisce strategico per un paese se è indispensabile per le transizioni green e digitale o per la sicurezza nazionale o per la tutela della salute delle persone. Inoltre, è importante quantificare anche i rischi politici e climatici  nei paesi di fornitura (in base agli indicatori SACE).
  • Dei prodotti critici per l’industria italiana, poco meno della metà si può definire strategica, per oltre 10 miliardi di euro (61% dell’import critico). Si tratta principalmente di minerali, metalli o altre materie prime (coinvolti nella transizione verde) e di prodotti farmaceutici e principi attivi.
  • Quasi la metà delle forniture critiche dell’industria italiana si può definire ad alto rischio geo-politico o climatico, soprattutto nelle filiere dei trasporti, del tessile e dell’agroalimentare, e anche dell’ICT, media e computer.
  • Intersecando i criteri di selezione per strategicità e per rischio, infine, otteniamo una lista finale di 62 prodotti fortemente critici per l’industria italiana, che attivano circa 5 miliardi di import (ben il 38,5% di quello critico). Riguardano soprattutto le filiere dell’ICT e dei trasporti.
  • Nella definizione delle politiche europee è necessario individuare le criticità del sistema industriale, distinguendo tra materie prime e semilavorati, per promuovere scelte strategiche. Occorre: favorire l’integrazione europea nei segmenti di mercato già coperti (estrazione, trasformazione, prodotti finiti); definire obiettivi “tecnologicamente” raggiungibili, con lo stanziamento di risorse adeguate; rafforzare le filiere prioritarie, anche grazie ad accordi di collaborazione industriale con paesi terzi.

1. Le economie europee tra integrazione globale e autonomia

Una tensione latente Il rapporto tra stati sovrani è sempre stato caratterizzato, fin dall’inizio della storia della civiltà occidentale, dalla tensione, e a volte contraddizione, tra integrazione economica, attraverso l’apertura agli scambi, e autonomia produttiva.

Tale tensione è pronta a emergere in occasione di shock economici sistemici. È stato il caso, per esempio, della crisi economica globale tra le due Guerre Mondiali nel XX secolo, culminata nella Grande Depressione del 1929. La ricerca dell’autosufficienza non ebbe successo e il deterioramento delle relazioni europee e mondiali sfociò in un conflitto bellico globale. L’architettura europea post Seconda Guerra Mondiale, invece, nacque per assicurare una libera circolazione e un libero accesso alle fonti di produzione, al fine di costruire una pace duratura tra le nazioni europee: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, istituita nel 1951, creò un mercato comune per questi prodotti, che costituivano le principali risorse strategiche dell’industria europea.

Oggi ci troviamo di fronte a un nuovo passaggio epocale nei rapporti geoeconomici globali e a una discontinuità potenzialmente altrettanto significativa nelle tecnologie produttive. Gli shock sistemici che si sono trasmessi e amplificati tra le economie mondiali, generando anche spinte inflazionistiche nelle commodity e negli input industriali, hanno evidenziato le dipendenze critiche nelle filiere produttive internazionali. Le crescenti tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina spingono verso un allentamento delle connessioni produttive e una competizione serrata nello sviluppo delle tecnologie strategiche, cruciali per guidare la doppia transizione energetica e digitale delle economie e, in particolare, delle industrie.

L’Unione europea ha definito, nel corso degli ultimi anni, un obiettivo di Autonomia Strategica Aperta, consistente nella capacità di agire, sia con i partner sia autonomamente, in base ai propri valori e interessi strategici. Interessi che riguardano, innanzitutto, la leadership nelle nuove tecnologie. In questa ottica, la politica strategica europea si è concentrata sulla fornitura delle materie prime critiche, cioè necessarie alla produzione manifatturiera dei prodotti ad alta tecnologia (energie rinnovabili, digitale, spazio e difesa).

Le interconnessioni europee lungo le catene globali del valore È importante notare, però, che le dipendenze critiche e strategiche dell’industria, europea e italiana, si sviluppano lungo molteplici dimensioni. Occorre quindi quantificare l’esposizione, sia diretta che indiretta, agli shock, a monte e a valle, lungo le catene globali del valore (GVC).

La frammentazione produttiva internazionale, infatti, comporta una stretta integrazione tra paesi e settori, che trasmette e – in alcuni casi – amplifica l’impatto degli shock a monte e a valle delle supply chain. Ciò accade perché gli input intermedi (che costituiscono oltre metà degli scambi internazionali) sono complementari, e quindi difficilmente sostituibili, nella produzione di beni e servizi finali, soprattutto nel breve termine. Recentemente, in ottica internazionale, il focus è stato sull’impatto dei colli di bottiglia a monte delle catene globali del valore, in particolare per i blocchi produttivi in Cina, lungo tutti i settori e territori a valle.

Le economie europee, fortemente integrate tra loro, mostrano una partecipazione alle GVC molto più elevata dei grandi paesi come Stati Uniti e Cina. Ciò è dovuto, evidentemente, alle connessioni commerciali e soprattutto produttive tra gli stessi paesi europei, che gravitano intorno al polo tedesco. Alle filiere internazionali sono associati, infatti, oltre il 35% della produzione manifatturiera dell’Italia e addirittura oltre il 44% di quella della Germania, in confronto a meno del 14% sia negli Stati Uniti che in Cina (Figura A).

Grafico Paesi europei più integrati nelle GCV - Nota dipendenze critiche e strategiche

Inoltre, la partecipazione manifatturiera europea alle GVC è significativamente aumentata rispetto al livello pre-crisi finanziaria: (+11,4 punti percentuali, sul valore della produzione, in Italia dal 2007 al 2021; +9,3 punti in Germania). Per quanto riguarda la posizione, il manifatturiero europeo si è spostato più a valle, soprattutto perché si è spostato il manifatturiero tedesco; mentre il manifatturiero italiano rimane vicino alla media mondiale.

Le ragioni delle dinamiche europee sono da ricercare, innanzitutto, nella tenuta delle filiere all’interno del mercato unico e nel loro maggiore orientamento anche verso i mercati extra-UE, per intercettare la crescente domanda finale di beni di alta qualità in questi mercati. Pesa, allo stesso tempo, la dipendenza dei paesi europei dalle commodity importate, soprattutto quelle energetiche, e anche la maggiore integrazione dei servizi nel mercato unico, che comporta un peso maggiore dei servizi esteri (dal resto d’Europa) come input per la produzione manifatturiera. L’industria tedesca, inoltre, ha rafforzato la sua specializzazione a valle delle filiere manifatturiere, cioè come assemblatore di semilavorati esteri e produttore di beni finali (si pensi, per esempio, al settore degli autoveicoli).

La posizione dei diversi settori manifatturieri lungo le filiere è comunque molto eterogenea, con implicazioni sul tipo di vulnerabilità a shock esterni. I comparti più a valle risentono a cascata dei colli di bottiglia e degli aumenti di prezzo che avvengono nei precedenti nodi produttivi, che possono essere fuori dal loro controllo. In caso di carenza di input, le attività rischiano di fermarsi. Con l’aumento dei prezzi delle commodity e di altri input intermedi, infatti, alcune attività più a valle rischiano di non avere più convenienza a produrre o di non essere più competitivi sui mercati internazionali.

Viceversa, le attività a monte delle GVC sono più vulnerabili a cali delle quantità compravendute lungo tutte le filiere, interne ed estere. Per esempio, la maggiore penetrazione delle importazioni cinesi (di beni finali e semilavorati) nelle economie avanzate ha implicato la sostituzione di beni di produzione interna di questi paesi in diversi passaggi delle filiere, con lo spostamento all’estero di parti o intere catene di fornitura.

La forte integrazione produttiva europea rende queste economie, e in particolare Italia e Germania, più strettamente interdipendenti e soggette a medesime variazioni di contesto, a livello settoriale, che possono avvenire a monte (per esempio di prezzo o da avanzamenti tecnologici) e a valle (di domanda, anche nei paesi emergenti) delle filiere di produzione globali, con un effetto complessivo amplificato sull’attività manifatturiera in Europa.

L’esposizione dei settori alle GVC è quindi una misura complessiva delle dipendenze dall’estero. Tuttavia, esistono componenti, di valore relativamente limitato, che sono cruciali e possono bloccare l’intero processo produttivo: si pensi alla carenza di chip per la fabbricazione di autoveicoli. È necessaria quindi una metrica complementare, in grado di valutare il peso specifico dei singoli prodotti e input all’interno dei processi produttivi.

2. Come identificare le dipendenze critiche e strategiche?

L’Unione europea ha avviato diverse iniziative per identificare e affrontare le criticità già presenti nelle catene di fornitura e quelle prospettate per il futuro. In particolare, con l’aggiornamento della Nuova Strategia Industriale nel 2020, la Commissione europea ha evidenziato esplicitamente il bisogno di politiche industriali attive, avviando una mappatura delle dipendenze critiche e delle capacità strategiche con un elevato dettaglio merceologico, per ridurre le criticità in determinati settori chiave tecnologici e industriali.

Prendendo come riferimento l’approccio della Commissione europea, il Centro Studi Confindustria ha utilizzato un approccio bottom-up, con una metodologia progressivamente selettiva, per individuare le dipendenze come un insieme di prodotti che rispondono progressivamente a criteri sempre più stringenti. Alcuni criteri sono alternativi, e perseguono l’obiettivo di garantire allo stesso tempo la massima comparabilità e il massimo livello di dettaglio possibile (Figura B).

Grafico L’approccio del CSC - Nota dipendenze critiche e strategiche

In un primo step sono utilizzati due criteri base, che possono essere applicati a qualunque paese o macroarea, e in particolare all’Unione europea: una misura di diversificazione delle importazioni (più sono concentrate, più può risultare difficile cambiare fornitore qualora la fornitura dovesse venire meno) e una di sostituibilità delle stesse con le esportazioni (sono selezionati i prodotti per cui l’import supera l’export di circa quattro volte).

In un secondo step si include un terzo requisito, specifico per i paesi dell’Unione europea, cioè la possibilità di sostituire gli acquisti da paesi extra-area con flussi commerciali tra paesi UE. Ciò consente di valutare se esiste una capacità produttiva domestica “aggiuntiva”, sufficiente per eventualmente sostituire alcune importazioni extra-UE; cioè di misurare la possibilità di far fronte all’interno del mercato unico a colli di bottiglia nelle supply chain globali. Per confrontare le dipendenze italiane e degli altri paesi membri, il criterio di sostituibilità con i flussi intra-area si sdoppia, dal lato dell’import e da quello dell’export (che a livello paese differiscono).

L‘ultimo step per la definizione di un ristretto gruppo di prodotti, per i quali è necessario pianificare politiche e strategie in grado di assicurare certezza e sicurezza delle forniture, riguarda due dimensioni, tra loro complementari: la strategicità di determinati settori produttivi per l’economia nazionale ed europea, da una parte, e i fattori di rischio, geopolitico ed ambientale, associati a specifici paesi di origine, dall’altra.

Per maggiori dettagli sulla metodologia e sui risultati che seguono si rimanda al capitolo “Dipendenze critiche europee e italiane”, in “Catene di fornitura tra nuova globalizzazione e autonomia strategica” (Centro Studi Confindustria, Ricerche del CSC, 2023).

3. Le dipendenze critiche dell’industria italiana

Nel complesso, le dipendenze critiche dell’Italia così definite si aggirano intorno al 16% del totale delle importazioni in valore nel periodo 2012-2021 (29 miliardi di euro circa su 187 in media all’anno) e intorno al 7% come varietà di prodotti rispetto a tutte le tipologie importate (370 prodotti su 5.042).

In particolare, per caratterizzare le forniture critiche per l’industria italiana, nel terzo step si considerano solo i beni destinati alle imprese (intermedi e di investimento), escludendo quelli di consumo, e sono selezionati i prodotti che risultano critici nella maggior parte degli ultimi anni (Figura C).

Grafico Processo di selezione dei prodotti critici per l’industria italiana - Nota Dipendenze critiche e strategiche

L’insieme delle forniture critiche all’industria, così definite, rappresenta in media circa il 9% del valore delle importazioni italiane (17 miliardi di euro) e circa il 7% come numero di diverse tipologie di prodotti importati (333) tra il 2018 e il 2021.

Questi prodotti si concentrano, in valore, nella filiera dei trasporti (23% del totale dei prodotti critici, soprattutto produzione di ferro e acciaio; Figura D), di cui però sono relativamente poche le varietà di prodotto (solo il 9% del numero totale), e nella filiera commodity, chimica ed energia (22% dei prodotti critici, principalmente prodotti chimici di base). Seguono la filiera dell’agro-alimentare e dell’ICT (computer e periferiche, componenti e schede elettroniche), con quote intorno al 15-18%, e quella delle costruzioni e metalli di base e del tessile, con quote in valore intorno al 10%. Nell’ambito del tessile, in particolare, sono numerose le tipologie di prodotti critici, 23%, ma in quantità ridotte o mediamente poco costosi. La filiera della salute, infine, rappresenta il 5% del totale del valore dell’import critico.

Grafico Commodity, chimica ed energia la filiera che assorbe più import critico italiano - Nota Dipendenze critiche e strategiche

L’industria italiana dipende dalle forniture cinesi Tra i paesi di provenienza dell’import critico dell’industria spicca la centralità della Cina, che rappresenta il primo fornitore per circa il 23% dei prodotti, come numero di diverse tipologie, che valgono oltre il 25% del valore dell’import critico, quasi 3,4 miliardi di euro all’anno in media tra il 2018 e il 2021. Seguono a distanza gli Stati Uniti, primo fornitore del 10% del totale delle varietà dei prodotti critici, che valgono però solo il 6% del totale, l’India e la Turchia (8-10% circa dei prodotti), l’Ucraina e la Svizzera (1-4% delle varietà, ma tra il 9 e l’11% in valore).

Quali dipendenze da Cina e Stati Uniti? La vulnerabilità dell’industria italiana dalla Cina è concentrata, in valore, nei prodotti dell’ICT, per circa il 47% del valore dell’import critico per cui la Cina è il primo fornitore; si tratta di pochi prodotti (solo il 2% come varietà totale), che consistono in particolare in prodotti utilizzati nella fabbricazione di computer e prodotti chimici utilizzati in ambito fotografico. In termini di numerosità, invece, primeggiano i prodotti del tessile (31% sul totale delle tipologie, 18% in valore), che invece sono molto differenziati. Le altre filiere rilevanti riguardano i trasporti (16% in valore, 11% come varietà) e le costruzioni, legno e metalli di base (14% in valore).

Del totale del valore dell’import critico per cui gli USA sono il primo fornitore, invece, il 44% sono prodotti della salute (che però pesano solo il 6% come numero di prodotti; si tratta soprattutto di ormoni, in particolare insulina), e circa il 31% nella filiera delle commodity (che sono primi per varietà, 47% del totale) e della filiera delle costruzioni. 

4. Quali prodotti sono strategici?

Tra i prodotti vulnerabili si possono isolare quelli strategici, cioè quell’insieme di prodotti che sono ritenuti indispensabili per garantire la sicurezza nazionale e la tutela della salute, oppure sono fondamentali per le ricadute sul sistema economico del paese. In particolare, sono inclusi quei beni intermedi o capitali determinanti per la realizzazione della transizione energetica e di quella digitale, che a loro volta rafforzano la capacità competitiva (che deve essere eco-sostenibile) dell’industria e dei servizi.

Per includere nell’analisi il maggior numero possibile di potenziali prodotti strategici e di considerare non solo le materie prime ma anche semi-lavorati e beni di investimento, e quindi tutta la catena del valore, in una visione olistica che permetta di individuare dipendenze strategiche anche di natura tecnologica, sono utilizzate diverse fonti istituzionali che hanno compilato una lista di prodotti strategici: la Commissione europea, l’International Trade Administration (ITA, un’agenzia del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti che promuove le esportazioni di servizi e beni statunitensi non agricoli) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).

Dall’unione dei prodotti individuati da queste tre fonti, individuiamo per l’Italia 148 prodotti strategici dei 333 critici, cioè il 44% circa delle varietà e il 61% circa del valore di tutti i prodotti critici, così classificabili: minerali, metalli e altre materie prime critiche; farmaci e principi attivi; prodotti della chimica; combustibili fossili; legno; altro (non classificabili nelle categorie precedenti).

La categoria più numerosa e di elevato valore aggregato è quella dei minerali, metalli e altre materie prime critiche (45% come numerosità, il 32% in valore) principalmente utilizzati nella produzione di ferro e acciaio, seguiti dai prodotti farmaceutici e dai principi attivi (20%, pari al 25% in valore) e da altri prodotti strategici (che sono il 18% delle varietà ma valgono il 40%), in prevalenza coinvolti nella produzione di computer e apparecchiature periferiche, nella costruzione di navi e strutture galleggianti e nella fabbricazione di carta e cartone (Figura E). Minore invece la quota rappresentata dai prodotti della chimica, che comunque rappresenta il 14% di tutte le tipologie di prodotti critici (2% in valore), e di combustibili fossili e legno (che oscillano tra lo 0 e il 2%).

Grafico I prodotti strategici industriali sono soprattutto minerali, metalli e altre materie prime - Nota Dipendenze critiche e strategiche

Come filiere, quelle maggiormente interessate dalla presenza di prodotti strategici rispetto al totale dell’import di prodotti critici sono, in ordine di importanza, quelle della salute, dell’ICT (oltre il 90% in valore ma intorno al 50% come varietà), delle commodity e dei trasporti (circa l’85% in valore e tra il 60-80% come varietà) e delle costruzioni (oltre il 60% sia in valore sia in varietà). Al contrario, la filiera del tessile e della difesa non sono coinvolte.

Prendendo in esame i principali fornitori di tutti i prodotti critici, del valore dell’import proveniente da Russia, Svizzera e Brasile sono considerabili strategici quote superiori al 90%. Come varietà, però, solo Svizzera e Russia mantengono una prevalenza strategica. Molto alte le quote in valore anche per Giappone, Ucraina, Cina e Stati Uniti, che superano tutti il 60%, mantenendosi su circa la metà in valore, mentre dai restanti paesi sono strategiche quote tra il 15% e il 45% in valore e intorno al 30% come varietà, ad eccezione del Canada.

In termini di quote sul totale dell’import strategico altre due nazioni meritano di essere menzionate: gli Emirati Arabi Uniti, da cui tutto l’import critico si può considerare strategico e rappresenta l’8% del valore totale dell’import strategico e il Regno Unito, del cui import critico ben l’85% in varietà si può considerare strategico, che rappresenta, per numero di prodotti, il 6% di tutto l’import strategico.

Materie prime critiche e strategiche Tra le diverse classificazioni dei prodotti strategici merita particolare attenzione quella dei Minerali, metalli o e altre materie prime critiche, poiché diversi sforzi di policy vanno nella direzione di alleviare le dipendenze proprio in quest’area.

In particolare, il Critical Raw Materials Act presentato a metà marzo 2023 dalla Commissione europea prevede una serie di azioni «per garantire l’accesso dell’UE a un approvvigionamento sicuro, diversificato, accessibile e sostenibile di materie prime essenziali», indispensabili per raggiungere gli obiettivi prefissati in ambito climatico e digitale attenuando i rischi per le catene di approvvigionamento legati a tali dipendenze strategiche.

Tra i 148 prodotti strategici, 67 sono materie prime (45%), e valgono ben il 32% dell’import strategico. Si tratta di minerali (20 prodotti), metalli (18), prodotti chimici (16) e metalli ferrosi (13). In valore, i prodotti che contano di più sono prodotti afferenti alla produzione di ferro e acciaio (quasi l’80%) mentre come varietà contano circa il 20%, molto vicini comunque alle due categorie più numerose dei prodotti chimici di base e dei metalli di base preziosi e altri metalli non ferrosi.

5. I prodotti “estremamente critici”: strategici e a rischio

Il rischio di interruzione dell’approvvigionamento di prodotti critici da fornitori esteri può essere influenzato da dinamiche di natura politica (per esempio instabilità politico-istituzionale o atti di violenza politica) o ambientale (ad esempio eventi naturali estremi) registrate in quei paesi.

Per misurare i rischi politici sono stati utilizzati alcuni degli indicatori SACE, elaborati nell’ambito delle diverse attività di analisi del rischio paese: in particolare, l’indicatore di rischio violenza politica, guerra e disordini civili e l’indicatore di rischio esproprio, confisca e nazionalizzazione. Per l’analisi dei possibili rischi di eventi climatici estremi nei paesi fornitori, invece, sono stati utilizzati gli indicatori di climate change risk, sviluppati da SACE in collaborazione con Fondazione Enel, tesi a misurare l’esposizione dei contesti ambientali e socioeconomici di riferimento ad eventi come le alte temperature, le fragilità idrogeologiche e le tempeste.

Utilizzando contemporaneamente l’indice di rischio geo-politico e quello di rischio climatico si selezionano quindi, infine, i prodotti strategici e ad alto rischio, politico o ambientale. Senza la pretesa di identificare un unico indice sintetico di entrambe le tipologie di rischio, si incrociano le dimensioni della strategicità e del rischio, in modo da ottenere una lista di prodotti su cui indirizzare più urgentemente l’attenzione del decisore pubblico.

I prodotti ad alto rischio rappresentano poco meno della metà dei prodotti critici, il 46% come numerosità e il 49% in valore. Includendo la dimensione strategica, si ottiene un insieme di 62 prodotti estremamente critici, perché allo stesso tempo strategici e quindi appartenenti a categorie di particolare interesse per lo sviluppo industriale italiano e provenienti da un set di paesi che complessivamente determinano un elevato profilo di rischio, geopolitico e/o climatico.

I prodotti strategici a maggior rischio rappresentano, nonostante siano in numero ridotto, ben il 38,5% del totale del valore dei prodotti critici, mentre sono solo il 18,6% come varietà.

Inoltre, 27 di questi prodotti sono materie prime. Essi costituiscono la maggior parte, in valore, delle dipendenze strategiche nelle materie prime (circa il 70%). Sono soprattutto prodotti per cui l’Ucraina o la Russia sono il primo fornitore, mentre come numerosità sono principalmente prodotti il cui fornitore più rilevante è la Cina, la Turchia o gli Stati Uniti.

I prodotti più critici tra i critici e a maggior rischio di interruzione di fornitura sono principalmente prodotti ICT (prodotti chimici per la gomma-plastica ed elettronici) e nei trasporti (soprattutto nella produzione di ferro e acciaio).

Infatti, se misurati in valore, la filiera per cui la quota di gran lunga maggiore di importazioni critiche è sia strategica sia ad alto rischio è quella dell’ICT (93%, Figura F), seguita da quella dei trasporti e delle costruzioni (rispettivamente 56% e 44%). Quasi trascurabili invece le quote delle altre filiere. Come varietà di prodotti invece, le quote si agirano intorno al 25-30% per tutte le filiere tranne per quella della salute (8%) e dell’agro-alimentare (4%). Nessuno di questi prodotti estremamente critici rientra nella filiera del tessile o in quella della Pubblica Amministrazione e della difesa.

Grafico L’ICT è la filiera in cui l’import strategico ad alto rischio pesa di più - Nota Dipendenze critiche e strategiche

Tra i principali fornitori di import critico, risultano naturalmente assenti in quest’ultima selezione i paesi a medio-basso rischio (politico o climatico), come Stati Uniti, Canada, Giappone e Svizzera, ma anche Brasile e Indonesia. Da Russia e Ucraina, si tratta invece in prevalenza di import sia strategico sia ad alto rischio; sono quindi prodotti per cui non solo questi due paesi risultano i fornitori principali, ma per cui gli altri fornitori o ricoprono quote molto piccole o sono comunque paesi “rischiosi”. Dell’import che proviene dalla Cina, oltre la metà in valore è sia strategico sia a rischio geopolitico o climatico, ma la quota scende molto come varietà di prodotti. Da Egitto e Turchia l’import estremamente critico si aggira tra il 30-40%, mentre per l’India le quote sono molto più basse, sotto il 15%.

6. Quali politiche europee?

L’Unione europea si trova ad agire in uno stretto percorso, in cui il superamento di una dipendenza, nel breve termine, potrebbe implicare il rafforzarsi di un’altra. Gli ambiziosi obiettivi di RePowerEU, ad esempio, se da un lato mirano a superare la dipendenza dal gas russo, dall’altra – se il processo non sarà adeguatamente governato – rischiano di esacerbarla per materiali, semilavorati e tecnologie legati all’elettrificazione che sono ad oggi prodotti soprattutto in Cina.

L’Europa, oggi, produce in minima parte le materie prime critiche correlate alla transizione energetica ed è dipendente da 137 prodotti in ecosistemi industriali sensibili. L’accesso alle risorse costituisce, quindi, una questione di sicurezza strategica.

Il regolamento comunitario Critical Raw Materials Act (CRMA) è un importante passo avanti al fine di garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime essenziali, consentendo all’Europa di raggiungere i suoi obiettivi climatici e digitali per il 2030.

Tuttavia, sono necessari ulteriori miglioramenti per creare un contesto normativo e di investimento favorevole alle imprese. Alcuni aspetti cruciali da tenere in conto riguardano i seguenti punti:

  • distinzione chiara tra materie prime e prodotti critici e valutazione sulle reali necessità del sistema industriale europeo, anche finalizzate alla promozione di scelte strategiche (estrazione, circolarità);
  • promozione della specializzazione delle industrie nei segmenti di mercato già coperti (estrazione, prima e seconda trasformazione, realizzazione dei prodotti finiti), favorendo l’integrazione del mercato europeo e non competizioni intra-comunitarie;
  • definizione di obiettivi chiari e tecnologicamente raggiungibili, con lo stanziamento di risorse europee adeguate, direttamente erogabili ai sistemi industriali;
  • rafforzare l’autonomia strategica aperta, individuando filiere prioritarie su cui costruire catene del valore forti, anche strutturando accordi di collaborazione industriale con paesi terzi.

Per esempio, è importante includere i rottami nell’elenco dei CRM, sfruttandone pienamente la circolarità come materia prima secondaria, per sostenere il riciclo e il riutilizzo delle materie prime all’interno della UE. Aumentare l’utilizzo delle risorse secondarie generate internamente alla UE, infatti, è uno dei fattori chiave non solo per preservare risorse naturali, ma anche per conseguire gli obiettivi UE di riduzione delle emissioni di CO2 e di neutralità climatica al 2050.

L’approccio CRM va esteso non alle sole materie prime per cui l’Europa è fortemente dipendente, ma in modo più ampio occorre considerare le esposizioni critiche lungo tutte le filiere produttive, per input intermedi e beni di investimento, che esprimono più compiutamente le reali dipendenze industriali, al fine di incrementare la resilienza dell’intero comparto produttivo europeo nell’ottica dell’obiettivo di autonomia strategica aperta.

Inoltre, è necessaria una maggiore coerenza normativa tra la legislazione ambientale e l’obiettivo di estrarre, trasformare e riciclare più materie prime critiche nella UE. In particolare, la fissazione di termini massimi per l’autorizzazione e l’accelerazione delle valutazioni di impatto ambientale hanno il potenziale di accelerare la diffusione dei progetti in Europa; l’attenzione dovrebbe essere rivolta anche agli atti giuridici che attualmente costituiscono un ostacolo nelle procedure di autorizzazione.

È importante non sovraccaricare le imprese ed evitare il più possibile gli oneri amministrativi, riducendo al minimo i nuovi obblighi di informazione e divulgazione, razionalizzandoli con quelli esistenti e proteggendo pienamente i segreti commerciali.

Occorrono ampie misure per eliminare gli ostacoli e stimolare gli investimenti privati lungo tutta la catena del valore, sviluppando anche il sostegno finanziario pubblico per rendere attraenti i progetti strategici in cui è difficile attivare investimenti privati.

Una sufficiente certezza degli investimenti è imprescindibile per finanziare il lungo periodo di ammortamento necessario per la transizione strutturale dell’industria italiana ed europea e dare alle imprese l’opportunità di rendere le loro catene del valore più resilienti.

Gianluca Fiorindi, Cristina Pensa, Matteo Pignatti, Chiara Puccioni (Centro Studi Confindustria)

Fonte: Confindustria

Indagine Confindustria sul lavoro 2023

Indagine Confindustria sul lavoro 2023

L’annuale indagine Confindustria sul lavoro, svolta tra febbraio e aprile 2023, fornisce informazioni per il 2022 e inizio 2023 su struttura dell’occupazione e politiche aziendali di gestione del lavoro nelle aziende associate. In questa pagina sono disponibili le tavole riassuntive e comparative relative alle principali variabili oggetto di indagine.

Particolare attenzione quest’anno è dedicata, da un lato, al tema delle competenze di difficile reperimento da parte delle imprese e delle azioni intraprese per farvi fronte e, dall’altro, alle modalità di gestione dei processi di ricambio generazionale della forza aziendale. L’indagine, inoltre, riprende il tema del lavoro agile, continuando a monitorarne la diffusione ma anche chiedendo alle imprese quali siano concretamente i vantaggi e le problematiche riscontrate nell’utilizzo di questa modalità di lavoro.

Tra le imprese che hanno partecipato all’indagine il 58,0% dichiara di riscontrare difficoltà di reperimento nel corso della ricerca di personale da assumere. Tali difficoltà sono presenti soprattutto per competenze e mansioni specifiche (complessivamente segnalate dal 45,8% delle imprese che hanno risposto) e per mansioni manuali e tecniche (nel 42,9% dei casi a livello nazionale e nel 51,0% dei casi se si considera solo l’industria). In un terzo dei casi le difficoltà vengono riscontrate non con riferimento a uno specifico ambito, ma in modo diffuso e trasversale (33,2%). Tra le azioni intraprese in risposta al fabbisogno di competenze, le imprese prevedono principalmente attività di formazione rivolte al personale attualmente in forza (nel 61,1% dei casi). Oltre un quarto del totale delle imprese (27,9%, percentuale che sale al 30,2% tra quelle industriali) si dichiara, inoltre, coinvolto in programmi educativi sul territorio (ITS Academy, PCTO, tirocini curriculari, ecc.).

Tra quelle intervistate, il 23,1% delle imprese sta gestendo un processo di ricambio generazionale della forza lavoro, con una percentuale più alta della media nell’industria (24,5%) e nelle grandi imprese (35,3%). Tra le modalità di gestione degli ingressi più utilizzate, il 53,2% delle imprese sceglie (o ha scelto) l’apprendistato e il 41,7% delle imprese il contratto a termine. Tra le modalità di accompagnamento all’uscita dei lavoratori più anziani, quelle più diffuse sono l’incentivazione all’esodo (28,4%) e il sistema delle “quote” (quota 100, 102 o 103; 19,7%).

Con riferimento al lavoro agile, i risultati indicano che più del 43% delle imprese che hanno partecipato all’indagine ha utilizzato questa modalità di lavoro nel 2022. In particolare, questa quota si scompone in un 21,1% di imprese che ha continuato a utilizzare solo il lavoro agile “di emergenza” (ovvero la “versione semplificata” prevista a partire dal 2020 con la pandemia) mentre il restante 22,1% ha introdotto il lavoro agile in via “strutturale” (secondo quanto disposto dalla legge 81/2017).

Se si considera l’intensità di utilizzo, misurata in termini di lavoratori in smart working sul totale dei dipendenti (non dirigenti) nelle imprese che lo hanno impiegato, il lavoro agile ha coinvolto mediamente il 35,9% dei dipendenti. In quelle che hanno applicato esclusivamente la disciplina emergenziale, la quota di lavoratori coinvolti si ferma al 22,2% dei dipendenti, mentre nelle imprese che hanno anche disciplinato il lavoro agile in via strutturale l’intensità di utilizzo ha raggiunto il 41,5% dei dipendenti nel 2022.

Oltre tre quarti delle imprese che hanno partecipato all’indagine (76,1%) ha rilevato almeno un vantaggio derivante dall’utilizzo del lavoro agile. In particolare, il 44,7% delle imprese rispondenti ha rilevato una migliore attrazione o retention delle risorse umane strategiche, il 42,1% una riduzione dell’assenteismo, quasi il 40% un aumento della produttività dei dipendenti attraverso maggiore responsabilizzazione e orientamento al risultato. Una quota minore di imprese segnala tra i vantaggi il miglioramento dell’efficienza energetica e della sostenibilità dell’azienda (29,7%) e la riduzione dei costi aziendali legati alla gestione degli spazi (24,1%).

D’altro canto, il 30% circa delle imprese ha indicato di aver riscontrato almeno una problematica dovuta all’utilizzo del lavoro agile, in particolare in termini di ostacolo alla comunicazione tra il personale (59,1% delle imprese rispondenti) e minor senso di appartenenza da parte di chi usufruisce di tale modalità di lavoro (33,7%).

Con un 2022 reso particolarmente complicato dalla fiammata inflazionistica, l’indagine ha rilevato nei primi mesi del 2023 le ricadute della crisi energetica sulla forza lavoro impiegata in azienda. Nel complesso, l’82,1% delle imprese ha indicato di non registrare (al momento della risposta o in prospettiva) alcuna ricaduta rilevante sulla forza lavoro. Tra quelle che, invece, hanno segnalato una qualche ricaduta, oltre la metà ha indicato la revisione degli orari di lavoro e/o la riprogrammazione dei turni a fini di efficientamento energetico (51,1% in media; 49,9% nell’industria e 52,6% nei servizi) e quasi un terzo (il 30,4%) ha indicato una diminuzione temporanea delle ore lavorate, per esempio tramite ricorso alla CIG, in particolare nell’industria (43,7%, mentre nei servizi questa quota è al 13,0%).

Anche in questa edizione dell’indagine sono state, inoltre, raccolte informazioni relative all’applicazione di contratti collettivi aziendali e le materie regolate da questi accordi.

A inizio 2023 quasi un terzo delle imprese associate (il 31,3%) applica un contratto aziendale, cioè firmato con RSU/RSA o rappresentanze territoriali. La diffusione è maggiore nell’industria in senso stretto (dove il contratto aziendale è presente nel 33,4% delle imprese) rispetto ai servizi (28,4%) e nelle imprese più grandi, con oltre 100 dipendenti (66,5%), rispetto a quelle più piccole, con meno di 15 (21,8%).

La diffusione della contrattazione aziendale mostra percentuali più elevate se calcolata sulla base degli addetti: risultano occupati presso aziende che la applicano il 61,3% dei dipendenti nel campione complessivo – media tra il 67,5% registrato nell’industria in senso stretto e il 51,5% registrato nei servizi.

Le materie regolate dal contratto aziendale, quando presente, sono principalmente i premi di risultato collettivi (nel 76,8% dei contratti), l’orario di lavoro (53,0%), la conversione dei premi di risultato in welfare (41,3%), l’offerta di servizi di welfare aggiuntivi (39,3%), la conciliazione vita-lavoro (37,1%).

1. L’occupazione nelle imprese del Sistema Confindustria nel 2022

L’occupazione è aumentata, trainata da quella femminile Nel corso del 2022 l’occupazione dipendente complessiva nelle imprese associate a Confindustria è aumentata del 2,6%, sintesi di un incremento del 3,0% nelle imprese dei servizi e del 2,3% nel settore dell’industria. L’aumento coinvolge le imprese di ogni classe dimensionale – seppur in misura diversa – da quelle con meno di 15 dipendenti (+1,3%), a quelle con 16-99 dipendenti (+2,8%), a quelle con più di 100 dipendenti (+2,6%).

Nelle imprese associate, nel corso del 2022, l’occupazione della componente maschile risulta aumentata dell’2,4%, mentre è cresciuta più sensibilmente l’occupazione femminile (+3,4; Figura A).

Grafico Assenteismo per settore e dimensione aziendale - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Rispetto alla tipologia contrattuale, nel corso dello scorso anno si registra una crescita sia degli occupati dipendenti a tempo indeterminato (+2,5%) che di quelli a tempo determinato (+3,3%). Rispetto al totale, l’occupazione a tempo indeterminato rimane la tipologia contrattuale più diffusa nelle imprese associate (il 92,3% del totale dei dipendenti è impiegato con tali contratti), mentre gli occupati a tempo determinato rappresentano il 5,5% del totale. Tra il 2021 e il 2022 risultano in aumento anche gli apprendisti (+1,0%); il dato medio, tuttavia, nasconde un andamento differenziato tra settori, con un aumento nelle imprese dell’industria (+10,4%) e una contrazione in quelle dei servizi (-13,7%).

Le ricadute della crisi energetica sulla forza lavoro Il 2022 è stato un anno caratterizzato dal repentino aumento dei prezzi, in particolare delle materie prime energetiche. Nel complesso, tuttavia, a inizio 2023 l’82,1% delle imprese ha indicato di non registrare (al momento della risposta o in prospettiva) alcuna ricaduta rilevante della fiammata inflazionistica sulla forza lavoro impiegata. Se si considerano solo quelle che, invece, hanno registrato una qualche ricaduta, oltre la metà ha indicato la revisione degli orari di lavoro e/o la riprogrammazione dei turni a fini di efficientamento energetico (51,1%; 49,9% nell’industria e 52,6% nei servizi) e quasi un terzo (il 30,4%) ha indicato una diminuzione temporanea delle ore lavorate, per esempio tramite ricorso alla CIG, in particolare nell’industria (43,7%, mentre nei servizi questa quota è al 13,0%; Figura B).

Grafico Ricadute della crisi energetica sulla forza lavoro aziendale - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Turnover del lavoro più alto nei servizi Come nelle precedenti edizioni, anche quest’anno l’indagine misura il turnover in entrata e in uscita. Innanzitutto, le imprese con turnover nullo (ovvero le imprese che, sulla base dei dati indicati nel questionario, non hanno registrato né entrate né uscite di personale) sono state il 23,0% del campione. Il tasso di turnover complessivo (la somma di lavoratori assunti e cessati nel corso dell’anno sul totale dell’occupazione a fine 2020) è risultato pari al 37,7% nella media del campione analizzato. Il turnover è decisamente più alto nelle imprese dei servizi (53,1%) rispetto all’industria (27,9%) e incide soprattutto nelle imprese piccole (63,7% nelle imprese con meno di 15 addetti, mentre è al 39,2% e al 34,3% rispettivamente in quelle medie e grandi). Il turnover in entrata è pari al 20,1%, mentre quello in uscita è pari al 17,6%.

2. Le assenze dal lavoro nel 2022

Tasso di assenteismo più alto in imprese più grandi Nel corso del 2022 le ore lavorabili pro-capite, al netto delle ore di Cassa Integrazione Guadagni, sono state mediamente pari a 1.7011. Di queste, 126,5 non sono state lavorate a causa delle assenze dal lavoro (retribuite e non). Il tasso di assenteismo (calcolato come il rapporto tra le ore di assenza e le ore lavorabili) si è dunque attestato al 7,4%.

L’incidenza delle assenze, come calcolata sulla base dei dati dell’indagine Confindustria sul lavoro, è risultata più alta nei servizi (8,0%) che nell’industria in senso stretto (7,1%).

Il tasso di assenteismo si è confermato crescente all’aumentare della dimensione aziendale: 8,1% in quelle con 100 e più addetti, 5,1% in quelle fino ai 15 (Figura C).

Grafico Assenteismo per settore e dimensione aziendale - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Causali di assenza diverse per genere La malattia non professionale si è confermata la causa più frequente di assenza (4,5% delle ore lavorabili), seguita dagli altri permessi retribuiti (pari all’1,1%), che includono i permessi sindacali e quelli per visite mediche o accompagnamento parentale, e dai congedi retribuiti (anch’essi all’1,1%). L’incidenza delle assenze è risultata pari al 6,7% tra gli uomini e al 9,1% tra le donne. I congedi parentali spiegano la quasi totalità della differenza, essendo pari al 2,5% delle ore lavorabili per le donne e allo 0,5% per gli uomini, a causa degli oneri di accudimento familiare, visto che quelli a carico del genere femminile sono di gran lunga maggiori. Da rilevare, ad ogni modo, che il tasso di assenze dovute a congedi parentali risulta in calo rispetto a quanto rilevato per il 2019, in particolare per le impiegate (per queste ultime, dal 3,5% al 2,7%), presumibilmente anche in conseguenza dell’utilizzo del lavoro agile come strumento di conciliazione vita-lavoro.

3. Le politiche aziendali, il lavoro agile e il capitale umano

Quasi un’impresa associata su tre fa contrattazione aziendale Tra le imprese che hanno partecipato all’ultima indagine, quasi un terzo (il 31,3%) ha dichiarato di applicare un contratto aziendale, cioè firmato con RSU/RSA o rappresentanze territoriali. Gli accordi sono molto più diffusi nelle grandi imprese (66,5% tra quelle con almeno 100 dipendenti) rispetto alle piccole (21,8% se i dipendenti sono al massimo 15). Di conseguenza, la percentuale di lavoratori coperti da un contratto aziendale nel campione complessivo è più alta rispetto alla quota di imprese (61,3%).

Tra le materie regolate nei contratti aziendali, in primis, i premi di risultato collettivi: oltre i tre quarti dei contratti aziendali nelle imprese associate lo prevedono (76,8%), e la quota sale a 85,2% tra le imprese con almeno 100 dipendenti (89,0% se operanti nell’industria al netto costruzioni).

Molto diffuse nella contrattazione aziendale anche la regolazione dell’orario di lavoro (53,0%), la possibilità di conversione del premio di risultato in welfare (41,3%), l’offerta di servizi di welfare aggiuntivi (39,3%) e la conciliazione vita-lavoro (37,1%).

Focus sul lavoro agile Anche l’indagine di quest’anno ha rilevato il grado di utilizzo del lavoro agile (o smart working) da parte delle imprese associate, distinguendo tra le quelle che nel corso del 2022 hanno fatto esclusivamente ricorso al regime semplificato (cosiddetto “emergenziale”, introdotto nel 2020 con la pandemia) e quelle che lo hanno anche disciplinato in via “strutturale” (secondo le disposizioni della legge istitutiva del 2017).

Alle imprese che hanno utilizzato il lavoro agile, è stato inoltre chiesto se e quali vantaggi e/o problematiche abbiano riscontrato in relazione a questa tipologia di svolgimento del lavoro.

Lavoro agile ancora molto diffuso I risultati indicano che il lavoro agile è presente nel 43,2% delle imprese nel complesso. Questa modalità di lavoro è diffusa in oltre la metà delle imprese dei servizi, anche per la natura stessa dell’attività (50,8%, contro il 37,4% nell’industria in senso stretto). In particolare, il tasso di diffusione medio nazionale è dato dalla somma del 21,1% delle imprese che nel 2022 hanno utilizzato il lavoro agile esclusivamente in regime semplificato “emergenziale” e del 22,1% delle imprese che lo hanno anche disciplinato in via “strutturale” (Figura D).

Grafico Quante imprese hanno utilizzato il lavoro agile nel 2022 - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Quanti lavoratori coinvolti? Stando alle risposte delle imprese, oltre un terzo dei dipendenti non dirigenti hanno lavorato anche in smart working (35,9%), media tra il dato rilevato per i lavoratori dell’industria (35,3%) e quello – leggermente superiore – rilevato per i lavoratori dei servizi (36,7%). L’incidenza percentuale dei lavoratori da remoto è sistematicamente più alta nelle imprese che hanno disciplinato questa modalità di svolgimento del lavoro anche in via strutturale (dove in media ha coinvolto il 41,5% dei dipendenti non dirigenti; 41,8% nell’industria, 41,1% nei servizi) rispetto a quelle che hanno fatto esclusivo ricorso al lavoro agile “emergenziale” (22,2% in totale; 19,7% nell’industria, 26,0% nei servizi; Figura E).

Grafico Lavoratori impiegati in lavoro agile nel 2022 - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Vantaggi e problematiche rilevati dalle imprese Quando interrogate sui vantaggi rilevati rispetto all’utilizzo del lavoro agile, oltre i tre quarti delle imprese ne indica almeno uno (76,1%). Tra queste, quando chiamate ad indicare i concreti vantaggi rilevati, il 44,7% indica una migliore attrazione o retention delle risorse umane strategiche, il 42,1% una riduzione dell’assenteismo, quasi il 40% un aumento della produttività dei dipendenti attraverso maggiore responsabilizzazione e orientamento al risultato. Una quota minore di imprese segnala tra i vantaggi il miglioramento dell’efficienza energetica e della sostenibilità dell’azienda (29,7%) e la riduzione dei costi aziendali legati alla gestione degli spazi (24,1%).

Quando interrogate, invece, sulle problematiche connesse al lavoro da remoto, il 30% circa delle imprese ne ha indicata almeno una. Tra queste, la maggioranza delle aziende risulta preoccupata di possibili ostacoli alla comunicazione tra il personale (59,1% delle imprese che segnalano problematiche di qualche tipo). Più bassa la quota di imprese in cui destano preoccupazione problematiche legate al minor senso di appartenenza da parte di chi usufruisce di tale modalità di lavoro (33,7%), alla ridotta interazione del personale con ripercussioni negative sull’innovazione (22,9%) e alle possibili situazioni di conflitto tra dipendenti eligibili e non eligibili (22,6%).

Difficoltà di reperimento delle competenze necessarie per oltre la metà delle imprese Alle imprese è stato chiesto se abbiano riscontrato significative difficoltà di reperimento di personale nelle politiche di assunzione. A fronte di un 24,7% di imprese che non aveva in corso ricerche di personale al momento della compilazione del questionario, un 58,0% riporta di aver riscontrato difficoltà, quota che sale al 62,1% tra le imprese industriali e al 73,1% tra quelle con almeno 100 dipendenti (Figura F).

Grafico Difficoltà di reperimento di personale - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Tra quel 58% di imprese che riporta difficoltà di reperimento del personale, una su tre le registra in maniera diffusa e trasversale (33,2%). Il 42,9% riporta difficoltà per mansioni manuali e tecniche, come quelle di operai e turnisti (quest’ultimo dato sale al 51,0% nell’industria). A fronte di quote relativamente contenute di imprese che segnalano difficoltà nel reperire risorse umane con competenze funzionali alla transizione digitale (4,9%, che sale a 10,3% tra quelle industriali), a una maggiore internazionalizzazione (1,8%) e alla transizione green (1,1%), vi è un 45,8% delle rispondenti che indica difficoltà nel reperire altre competenze e mansioni specifiche (Figura G).

Grafico Difficoltà di reperimento del personale segnalate dalle imprese - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Oltre i due terzi delle imprese che segnalano difficoltà di reperimento (67,2%) intraprende azioni per farvi fronte, concentrandosi soprattutto sulla formazione del personale attualmente in forza (61,1%), ricorrendo a servizi esterni come consulenze e collaborazioni (39,3%) e allargando il bacino di ricerca (36,8%). Da sottolineare, infine, che più di un quarto del totale delle imprese (27,9%) è coinvolto in programmi educativi sul territorio (ITS Academy, PCTO, tirocini curriculari, ecc.), percentuale che sale al 30,2% tra quelle industriali.

Diversi gli strumenti impiegati per il ricambio generazionale Tra le imprese intervistate, il 23,1% riporta di stare gestendo un processo di ricambio generazionale della forza lavoro, con una percentuale più alta della media nell’industria (24,5%) e nelle grandi imprese (35,3%). Tra le modalità di gestione degli ingressi più utilizzate, il 53,2% delle imprese sceglie (o ha scelto) l’apprendistato e il 41,7% delle imprese il contratto a termine. Tra le modalità di accompagnamento all’uscita dei lavoratori più anziani, le modalità più diffuse sono l’incentivazione all’esodo (28,4%), e il sistema delle “quote” (quota 100, 102 o 103; 19,7%).

Appendice: Le caratteristiche dell’Indagine annuale Confindustria sul lavoro

Edizione 2023

Questa nota esamina i risultati dell’Indagine Confindustria sul Lavoro del 2023 che, come in precedenti edizioni, è andata sul campo nei primi mesi dell’anno. La somministrazione dei questionari da parte delle Associazioni del Sistema Confindustria alle proprie aziende associate ha avuto inizio il 20 febbraio 2022, con un termine inizialmente fissato per il 5 aprile, poi prorogato al 21 aprile.

Il campione di quest’anno è costituito da 3.458 aziende. Complessivamente a inizio 2023 le imprese che compongono il campione occupavano 813.307 lavoratori dipendenti a livello nazionale.

Come in precedenti edizioni, il questionario di quest’anno include domande relative agli orari e alle assenze dal lavoro, alla struttura e alla dinamica della manodopera occupata con diverse tipologie contrattuali e alle politiche aziendali, con particolare riferimento alla contrattazione aziendale, alle competenze di difficile reperimento e al capitale umano.

Nel questionario è stato confermato anche l’approfondimento relativo allo stato e ai giudizi delle imprese sull’utilizzo del lavoro agile.

Nella presentazione dei risultati dell’indagine, le imprese del campione sono classificate per comparto sulla base del CCNL applicato (Tabella A1) e per dimensione aziendale sulla base del numero di occupati alle dipendenze a dicembre 2022. Dettagli sulla composizione del campione per comparto e numero di addetti sono riportati nella Tabella A2.

In questa nota (come in quelle elaborate a commento di edizioni passate dell’Indagine Confindustria sul lavoro) i risultati medi a livello nazionale sono ponderati sulla base della distribuzione (per 11 comparti e 3 classi dimensionali) degli occupati nel totale delle imprese associate a Confindustria.

Gli orari e le assenze dal lavoro: definizioni e metodologia di calcolo

I giorni lavorabili sono calcolati sottraendo ai 365 giorni dell’anno:

i sabati e le domeniche (105 giorni) e le festività infrasettimanali nel 2022 (9 giorni);

il dato aziendale dei giorni di ferie, quelli di P.A.R. (ex festività e riduzione orario di lavoro) e quelli di permesso per banca ore e conto ore.

Le ore lavorabili annue sono calcolate:

moltiplicando i giorni lavorabili per l’orario settimanale normale del personale a tempo pieno al netto delle pause retribuite, diviso per cinque;

sottraendo le ore pro-capite di Cassa Integrazione Guadagni effettuate dal personale.

Il tasso di assenteismo è calcolato come il rapporto percentuale tra le ore di assenza e le ore lavorabili, ed è disponibile per sesso, qualifica e tipologia di assenza.

I risultati si basano sulle risposte fornite dalle 3.312 aziende del campione che hanno compilato la sezione del questionario relativa agli orari e alle assenze dal lavoro.

Tabella Classificazione settoriale per CCNL applicato - Nota CSC Indagine Lavoro 2023
Tabella Numerosità del campione per comparto e dimensione aziendale - Nota CSC Indagine Lavoro 2023

Giovanna Labartino, Francesca Mazzolari e Giovanni Morleo

Fonte: Confindustria

Decreto “Caldo” in gazzetta ufficiale

Decreto “Caldo” in gazzetta ufficiale

In Gazzetta Ufficiale (la n. 175 del 28 luglio 2023) il decreto-legge n. 98/2023 recante “Misure urgenti in materia di tutela dei lavoratori in caso di emergenza climatica e di termini di versamento” in vigore dal 29 luglio 2023, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 26 luglio.

Qui il testo del dl 98/2023 pubblicato in Gazzetta Ufficiale

Agenzia delle entrate: Bonus ai dipendenti con figli a carico, fino a 3mila euro senza imposte

Bonus ai dipendenti con figli a carico, fino a 3mila euro senza imposte. Pronte le indicazioni sulla nuova disciplina del welfare aziendale

Pronte le istruzioni per i datori di lavoro che intendono erogare ai propri dipendenti con figli a carico somme o rimborsi a titolo di benefit. La circolare n. 23/E di oggi fornisce i chiarimenti sulla nuova disciplina del welfare aziendale, a seguito delle novità introdotte dal “Decreto lavoro” che ha innalzato per il 2023 fino a 3mila euro (al posto degli ordinari 258,23 euro) il limite entro il quale è possibile riconoscere ai dipendenti beni e servizi esenti da imposte. Lo stesso decreto (Dl n. 48/2023) ha inoltre incluso tra i “bonus” che non concorrono a formare reddito di lavoro dipendente anche le somme erogate o rimborsate ai lavoratori per il pagamento delle utenze domestiche di energia elettrica, acqua e gas.

La platea dei beneficiari – Per i dipendenti con figli fiscalmente a carico, dunque, sono esenti dall’Irpef, così come dall’imposta sostitutiva sui premi di produttività, i benefit fino a 3mila euro ricevuti dal datore di lavoro. Rientrano nell’agevolazione anche le somme corrisposte o rimborsate per il pagamento delle utenze domestiche del servizio idrico integrato, dell’energia elettrica e del gas naturale. La circolare precisa che l’agevolazione si applica in misura intera a ogni genitore, titolare di reddito di lavoro dipendente e/o assimilato, anche in presenza di un solo figlio, purché lo stesso sia fiscalmente a carico di entrambi, e ricorda che, per il Fisco, sono considerati a carico i figli con reddito non superiore a 2.840,51 euro (al lordo degli oneri deducibili). Poiché il beneficio spetta per il 2023, questo limite di reddito – che sale a 4mila euro per i figli fino a 24 anni – deve essere verificato al 31 dicembre di quest’anno. Il documento chiarisce inoltre che la nuova agevolazione spetta a entrambi i genitori anche nel caso in cui si accordino per attribuire la detrazione per figli a carico per intero al genitore che, tra i due, possiede il reddito più elevato.

Le regole per l’agevolazione – Per accedere al beneficio, il lavoratore deve dichiarare al proprio datore di lavoro di averne diritto, indicando il codice fiscale dell’unico figlio o dei figli fiscalmente a carico. Non essendo prevista una forma specifica per questa dichiarazione, la stessa può essere resa secondo modalità concordate tra le due parti. Naturalmente, al venir meno dei presupposti per l’agevolazione – per esempio nel caso in cui, nel corso dell’anno, un figlio non sia più fiscalmente a carico – il dipendente è tenuto a darne tempestiva comunicazione al datore di lavoro. Quest’ultimo recupererà quindi il beneficio non spettante nei periodi di paga successivi e, comunque, entro i termini per le operazioni di conguaglio.

Circolare n. 23 del 1° agosto 2023

Fonte: Agenzia delle Entrate