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Ciò che rimane dei Protocolli “anti-contagio” con la fine dello stato di emergenza: tra necessità di aggiornamento e opportunità per il futuro del sistema prevenzionistico

People working at factory touching with elbows and greeting due to corona virus and infection.

Ciò che rimane dei Protocolli “anti-contagio” con la fine dello stato di emergenza: tra necessità di aggiornamento e opportunità per il futuro del sistema prevenzionistico

di Giada Benincasa

Il 6 aprile 2022, esattamente a distanza da un anno dalla stipula dell’ultima versione del Protocollo condiviso dal Governo e dalle Parti Sociali, queste ultime assieme ai Ministeri del Lavoro, della Salute e dello Sviluppo Economico si sono incontrati al fine di valutare l’eventuale aggiornamento del Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto in data 6 aprile 2021.

Se infatti fin dall’inizio della pandemia i protocolli c.d. “anti-contagio” hanno assunto una rilevanza strategica per la lotta alla diffusione del virus Sars-Cov-2 all’interno dei luoghi di lavoro anche non sanitari (per un approfondimento sul ruolo dei protocolli si veda G. Benincasa, M. Tiraboschi, Covid-19: le problematiche di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro tra protocolli condivisi e accordi aziendali, in D. Garofalo, M. Tiraboschi, V. Filì, F. Seghezzi, Welfare e lavoro nella emergenza epidemiologica, Volume V – Le sfide per le relazioni industriali, ADAPT e-Book, 2020), sembra ora necessario domandarsi se, con la fine dello stato di emergenza, è obbligatorio continuare ad applicare i protocolli nei luoghi di lavoro oppure no (per una breve disamina sulle misure che rimangono in vigore a seguito dell’emanazione d.l. 24 marzo 2022, n. 24, si veda Benincasa G., Fine stato di emergenza al 31 marzo 2022: la sfida contro il Covid-19 tra nuove e (alcune) vecchie regole, Bollettino ADAPT 28 marzo 2022, n. 12).

Nello specifico, il Governo e le Parti Sociali, hanno sottolineato in primo luogo che la valenza dei protocolli per contrastare la diffusione del Covid-19 nei luoghi di lavoro non è mai stata vincolata allo stato di emergenza (concluso lo scorso 31 marzo 2022), affermando altresì l’opportunità del mantenimento dell’osservanza del Protocollo intersettoriale del 6 aprile 2021 al fine di tutelare imprese e lavoratori dato che, è bene ricordarlo, il termine dello stato di emergenza non coincide con la fine della pandemia e del contagio.
 
Tuttavia, il mero rispetto, da parte di una azienda, delle misure contenute all’interno del Protocollo condiviso del 6 aprile 2021 – per il quale verrà eventualmente valutato un aggiornamento alla fine del mese di aprile mediante un ulteriore incontro tra il Governo e le Parti Sociali – non pare essere sufficiente. Se infatti, da un lato, è necessario tenere in considerazione l’evoluzione della situazione sanitaria e il mutato contesto normativo di riferimento, dall’altro lato non possiamo trascurare, ancora oggi, la perdurante necessità di adattare le misure di sicurezza contenute nel protocollo nazionale allo specifico contesto organizzativo e produttivo di riferimento, mediante l’adozione di uno specifico protocollo aziendale.

Ed invero, per una effettiva tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, pare indispensabile non solo adottare e applicare correttamente i protocolli al livello aziendale – tenuto conto di quanto disciplinato al livello nazionale e, là dove presente, settoriale e territoriale – ma anche continuare ad aggiornarli mediante verifiche e controlli attuati dal Comitato di garanzia istituito, ai sensi dell’art. 13 del Protocollo nazionale, al livello aziendale (o territoriale).
 
Sebbene, dunque, non vi sia un vero e proprio obbligo ex lege che impone espressamente, alle aziende, l’applicazione del protocollo, è anche vero che lo stesso – come ribadito in particolar modo dai Ministeri della Salute e del Lavoro – non risulta soggetto ad una data di scadenza. A tal proposito merita anzi ricordare il ruolo strategico dei protocolli “anti-contagio” anche ai fini della esenzione da responsabilità datoriale ex art. 2087 c.c. Infatti, fermo restando la necessità, di applicare concretamente le misure previste all’interno del protocollo aziendale e progettate ad hoc per il contesto organizzativo di riferimento per il quale vengono adottate, dirimente appare ancora oggi l’art. 29-bis, decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23, coordinato con la legge di conversione 5 giugno 2020, n. 40 (anch’essa non soggetta al termine dello stato di emergenza) che, ispirandosi al meccanismo di efficacia esimente dei Modelli di Organizzazione e Gestione ai sensi dell’art. 6, legge n. 231/2001, ha introdotto una presunzione di adempimento agli obblighi di cui all’art. 2087 c.c. per i datori di lavoro che applicano e rispettano concretamente il protocollo, stabilendo che “Ai fini della tutela contro il rischio di contagio da  COVID-19, i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all’obbligo di cui all’articolo 2087 del codice  civile  mediante l’applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del COVID-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali, e successive modificazioni e integrazioni, e negli altri protocolli e linee guida di cui all’articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, nonché mediante l’adozione e il mantenimento delle misure ivi previste. Qualora non trovino applicazione le predette prescrizioni, rilevano le misure contenute nei protocolli o accordi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
 
Di particolare interesse risulta altresì l’apertura da parte del Governo che ha ipotizzato la permanenza di alcune regole poste alla base del Protocollo anche in una eventuale fase endemica della circolazione del Covid-19. A distanza di oltre due anni dall’inizio della pandemia e dall’emersione dei primi protocolli di sicurezza per contrastare la diffusione del virus all’interno dei singoli contesti di lavoro (si ricorda che il primo protocollo nazionale è stato sottoscritto in data 14 marzo 2020), sembra dunque emergere la volontà di individuare alcune regole permanenti a tutela di imprese e lavoratori. Tra le tante misure di sicurezza disciplinate all’interno del Protocollo nazionale (alcune delle quali risultano oggi obsolete e richiederebbero un aggiornamento rispetto all’evoluzione della situazione sanitaria) che potrebbero divenire permanenti, sebbene si tratti di una volontà ancora fumosa e fin troppo vaga per avanzare riflessioni di dettaglio, rileva indubbiamente la introduzione dei Comitati di verifica e controllo (al livello aziendale o territoriale) che vedono la partecipazione di lavoratori e sindacati in una materia – quella della salute e sicurezza – tradizionalmente affidata, quasi in via esclusiva, alla gestione del datore di lavoro. Nella stessa prospettiva, oltre alla opportunità di individuare procedure e misure di sicurezza che, tratte da questa esperienza, potrebbero essere applicate in situazioni analoghe a tutela della salute delle persone e della sicurezza dei luoghi di lavoro, non possiamo trascurare come, a causa della pandemia da Covid-19, sia stato messo in risalto un duplice ruolo del Medico Competente: da un lato, emergono le necessarie sinergie con il sistema di sanità pubblica, indispensabili al fine di tutelare la persona dai rischi presenti nel luogo di lavoro (sempre meno circoscritto e determinabile); dall’altro lato emerge la centralità di tale figura, nell’ambito della Sorveglianza Sanitaria, per tutelare i c.d. soggetti fragili che, a fronte di determinati rischi e specifiche condizioni, richiedono maggiore attenzione e misure di sicurezza ad hoc.
 
Tuttavia, in attesa dell’eventuale aggiornamento del Protocollo nazionale nonché dell’evoluzione della situazione sanitaria, ciò che al momento possiamo auspicare e che potrebbe rappresentare una delle principali sfide per il sistema prevenzionistico, è che i protocolli di sicurezza – strumenti che si sono rivelati indispensabile fin dall’inizio della pandemia da Covid-19 nonché improntati ad un principio di effettività – non divengano meri adempimenti formali e burocratici come, fin troppo spesso, vengono percepiti gli strumenti posti a presidio della salute e della sicurezza della persona che lavora.
 

Fonte: Bollettino ADAPT 11 aprile 2022

Monitoraggio dell’attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza

Monitoraggio dell’attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza

La nota a cura del centro Studi del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati illustra lo stato di attuazione degli investimenti e delle riforme previsti nel PNRR per i quali sono previsti traguardi ed obiettivi da conseguire entro il 30 giugno 2022.

La nota è aggiornata al 29 febbraio 2022.

Banca d’Italia: on line il bollettino economico 2/2022

Banca d’Italia: on line il bollettino economico 2/2022

Il ciclo economico mondiale si è indebolito; l’inflazione è ulteriormente cresciuta

Dall’inizio dell’anno l’attività economica globale ha mostrato segnali di rallentamento, dovuti alla diffusione della variante Omicron del coronavirus e, successivamente, all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’inflazione è ulteriormente salita pressoché ovunque (al 7,5 per cento in marzo nell’area dell’euro), continuando a riflettere i rialzi dei prezzi dell’energia e le strozzature dal lato dell’offerta. Gli effetti del conflitto sui mercati finanziari globali sono stati significativi, seppure in parte rientrati nelle ultime settimane. La volatilità è elevata in molti segmenti di mercato. La guerra acuisce i rischi al ribasso per il ciclo economico mondiale e al rialzo per l’inflazione.

La BCE ha rivisto il profilo degli acquisti di titoli

Lo scorso marzo il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha valutato che il conflitto avrà ripercussioni rilevanti sull’attività economica e sull’inflazione nell’area, e ha annunciato che adotterà tutte le misure necessarie per garantire la stabilità dei prezzi e quella finanziaria. Ha inoltre rivisto il profilo del programma di acquisto di attività finanziarie per i prossimi mesi e annunciato che qualsiasi modifica dei tassi di interesse di riferimento avverrà qualche tempo dopo la conclusione degli acquisti netti e sarà graduale.

In Italia il PIL si sarebbe ridotto nel primo trimestre; l’inflazione è salita, spinta da energia e alimentari

Nel primo trimestre del 2022 il PIL dell’Italia sarebbe diminuito, risentendo del rialzo dei contagi all’inizio dell’anno e dell’andamento dei prezzi energetici, in un contesto congiunturale di forte incertezza per gli sviluppi dell’invasione dell’Ucraina. La crescita del numero delle posizioni lavorative si è affievolita in gennaio e febbraio. L’inflazione ha raggiunto il 7,0 per cento in marzo, collocandosi sui livelli più alti dai primi anni novanta; la componente di fondo resta su valori inferiori al 2 per cento.

Nel Bollettino sono descritti tre scenari sugli effetti della guerra in Ucraina su PIL e inflazione in Italia

Le possibili conseguenze economiche del conflitto sono esaminate in tre scenari illustrativi – piuttosto che previsioni – definiti sulla base di ipotesi alternative sui prezzi delle materie prime, sul commercio internazionale, sulla fiducia di consumatori e imprese e sulle disponibilità delle forniture di gas naturale. Nello scenario più favorevole, che ipotizza una rapida risoluzione del conflitto e un significativo ridimensionamento delle tensioni a esso connesse, la crescita del PIL sarebbe intorno al 3 per cento nel 2022 e nel 2023. In quello intermedio, di prosecuzione della guerra, il prodotto aumenterebbe di circa il 2 per cento in entrambi gli anni. Nello scenario più severo, che presuppone anche un’interruzione dei flussi di gas solo in parte compensata da altre fonti, il PIL diminuirebbe di quasi mezzo punto percentuale sia quest’anno sia il prossimo. L’inflazione nella media di quest’anno sarebbe pari al 4,0 per cento nel primo scenario, al 5,6 nel secondo e a poco meno dell’8 nel terzo; in tutti e tre gli scenari si riporterebbe su valori intorno al 2 per cento nel 2023.  Questo ampio ventaglio di stime non tiene conto di possibili nuove risposte delle politiche economiche, che saranno essenziali per contrastare le spinte recessive e le pressioni sui prezzi derivanti dal conflitto.

Parte delle importazioni di gas russo potrebbe essere sostituita con altre fonti

Nel 2021 il surplus di conto corrente è rimasto elevato, pur risentendo del deterioramento della bilancia energetica. Dalla Russia proviene più di un quinto delle importazioni italiane di input energetici, quasi la metà per il solo gas naturale. Secondo valutazioni preliminari, l’eventuale interruzione dei flussi di gas russo potrebbe essere compensata per circa due quinti entro la fine del 2022, senza intaccare le riserve nazionali di metano, attraverso l’incremento dell’importazione di gas naturale liquefatto, il maggiore ricorso ad altri fornitori e l’aumento dell’estrazione di gas naturale dai giacimenti nazionali. Nel medio periodo sarebbe possibile sostituire pienamente i flussi di gas russo con più cospicui investimenti sulle fonti rinnovabili, oltre che mediante il rafforzamento delle importazioni da altri paesi.

Nel 2021 sono scesi significativamente il disavanzo e il debito pubblico in rapporto al PIL

Lo scorso anno l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al PIL si è sensibilmente ridotto rispetto ai valori straordinariamente elevati del 2020. Anche il peso del debito sul prodotto è diminuito. Alla fine di febbraio la Commissione europea ha espresso una valutazione positiva sul conseguimento dei traguardi e degli obiettivi previsti per il pagamento della prima rata dei fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza. Lo scorso 6 aprile il Governo ha approvato il Documento di economia e finanza 2022. A fronte del miglioramento del quadro tendenziale dei conti pubblici, gli obiettivi di indebitamento netto fissati lo scorso settembre sono stati confermati. Nel 2022 il disavanzo e il debito si collocherebbero rispettivamente al 5,6 e al 147,0 per cento del PIL.

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Fonte: bancaditalia.it

Confindustria, Gli effetti della guerra fermano la produzione industriale: marzo -1.5%, 1° trimestre -2.9%

Confindustria, Gli effetti della guerra fermano la produzione industriale: marzo -1.5%, 1° trimestre -2.9%

Il CSC stima un calo della produzione industriale italiana a marzo (-1,5%), dopo il rimbalzo statistico di febbraio (+1,9%). Le dinamiche inedite dei prezzi delle commodity, con particolare riferimento al rincaro del gas naturale che esibisce tassi di variazione a 4 cifre (+1217% in media nel periodo del conflitto sul pre-Covid) e quello del Brent, che è a 3 cifre (+104%), misurano l’ordine di grandezza dello shock di offerta che sta colpendo l’attività economica italiana ed europea. Indici di sentiment sull’attività imprenditoriale e di fiducia, in flessione a marzo, preannunciano rilevanti ripercussioni sull’effettiva capacità di tenuta delle imprese nei prossimi mesi.

Come sta andando la produzione industriale in Italia

I risultati dell’indagine rapida del CSC rilevano a marzo una flessione della produzione industriale di -1,5%, dopo il parziale rimbalzo registrato a febbraio (+1,9%). Nel 1° trimestre 2022, quindi, il CSC stima una diminuzione della produzione industriale di -2,9% rispetto al 4° trimestre del 2021, che inciderà negativamente sulla dinamica del PIL. Gli ordini in volume diminuiscono a marzo di -0,8% su febbraio, quando erano scesi di -0,1% su gennaio: dati molto negativi per le prospettive della produzione da aprile.

Dopo l’intensa caduta registrata a gennaio (-3,4%), il parziale recupero di febbraio è dovuto prevalentemente ad un effetto base di rimbalzo statistico. Il deflagrare del conflitto ha accentuato da fine febbraio l’incidenza dei fattori che ostacolavano l’attività economica e produttiva italiana, già prima della guerra (rincari delle materie prime, scarsità di materiali). Ne è derivato, quindi, un netto peggioramento congiunturale che trova conferma nel calo di fiducia delle imprese registrato a marzo, a 105,4 da 107,9 di febbraio, e nella flessione del PMI manifatturiero (a 55,8 da 58,3 del mese scorso). A questo si aggiunge una sensibile diminuzione nei giudizi e nelle attese di produzione delle imprese manifatturiere, il cui valore non toccava livelli così bassi da giugno dello scorso anno. Nel 1° trimestre 2022, le aspettative sulle condizioni operative delle imprese rilevate dall’indagine di Banca d’Italia per il trimestre successivo sono marcatamente deteriorate, registrando un saldo tra giudizi positivi e negativi che dal 10% (4° trimestre 2021) si è ridotto a -32,8%, con una quota del 47% di imprese che ritiene nulla la probabilità di miglioramento delle prospettive economiche nel 2° trimestre 2022. A ciò si aggiunge anche il forte peggioramento nei giudizi sulle condizioni per investire (a -49,1% da +6,7% del 4° trimestre 2021). Un’indagine condotta presso le imprese associate a Confindustria evidenzia che 9 imprese su 10 nel campione giudicano come molto importanti, tra i principali ostacoli determinati dal conflitto, non solo gli aumenti del costo dell’energia, ma anche quelli delle altre materie prime, mentre le difficoltà di approvvigionamento riguardano quasi 8 imprese su 10. A fronte di tali problemi, il 16,4% delle imprese rispondenti ha già ridotto sensibilmente la produzione. Il peggioramento dell’indice di incertezza della politica economica, che per l’Italia è salito a 139,1 a marzo da 119,7 di febbraio (+38,4% rispetto al 4° trimestre del 2021), accresce i rischi di un pesante impatto sul tessuto produttivo italiano e di un significativo indebolimento dell’economia nella prima metà del 2022.

Fonte: Centro Studi Confindustria