San Francesco diventa festa nazionale: identità e produttività, il dilemma di un Paese che cresce meno degli altri (Huffington Post)

La nuova festa nazionale dedicata a San Francesco d’Assisi rappresenta senza dubbio un riconoscimento dal forte valore identitario e culturale. Tuttavia, la sua introduzione arriva in un momento in cui l’Italia continua a confrontarsi con la difficoltà di aumentare la produttività del lavoro

Dal 1° gennaio 2026 il calendario civile italiano si è arricchito di una nuova festività nazionale. La Legge 8 ottobre 2025, n. 151 ha infatti istituito il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, quale festa nazionale civile, equiparandola alle altre ricorrenze festive previste dall’ordinamento. La norma introduce una giornata di riposo che comporta la chiusura di scuole e uffici pubblici e produce effetti diretti sul trattamento economico dei lavoratori dipendenti e sulle buste paga. L’Italia passa così da dodici a tredici festività nazionali civili e religiose riconosciute, collocandosi nella fascia alta dei Paesi europei per numero di giornate non lavorative dovute a festività pubbliche.

Sul piano simbolico, il provvedimento intende valorizzare i principi di pace, fratellanza, solidarietà e tutela dell’ambiente associati alla figura del Santo di Assisi. Sul piano economico, tuttavia, la scelta riapre un dibattito mai sopito: quale impatto può avere un giorno festivo aggiuntivo sulla produttività di un Paese che da oltre vent’anni registra una crescita tra le più deboli del mondo industrializzato? 

L’inserimento del 4 ottobre nell’elenco delle festività riconosciute dalla legge comporta conseguenze immediate. Nella generalità dei casi, le attività scolastiche vengono sospese, gli uffici pubblici restano chiusi e ai lavoratori dipendenti spettano i trattamenti economici previsti per le giornate festive. Per le imprese che operano nei servizi essenziali, nella sanità, nei trasporti o nella grande distribuzione, l’eventuale prestazione lavorativa durante la festività comporta maggiorazioni retributive o riposi compensativi secondo quanto previsto dai contratti collettivi. Il dibattito economico non riguarda tanto il costo diretto del giorno festivo aggiuntivo, quanto il contesto nel quale esso viene introdotto. La produttività del lavoro rappresenta, infatti, il principale punto debole dell’economia italiana. Secondo le analisi OCSE e i più recenti rapporti sulla competitività, il nostro Paese continua a registrare livelli di produttività inferiori rispetto ai principali partner europei e una crescita molto più lenta rispetto a Germania, Francia e Paesi Bassi.


Il paradosso italiano è noto agli economisti: gli occupati lavorano mediamente più ore rispetto a molti concorrenti europei, ma producono meno valore aggiunto per ora lavorata. Secondo dati elaborati su base internazionale, nel 2025 un lavoratore italiano ha effettuato mediamente circa 1.716 ore lavorative annue, contro 1.498 in Francia e 1.332 in Germania. Tuttavia, il PIL generato per ora lavorata resta significativamente inferiore rispetto alle principali economie dell’Europa occidentale. Non si tratta quindi di una questione legata esclusivamente al numero di giornate lavorate. Gli esperti individuano le cause soprattutto nella ridotta dimensione media delle imprese, nella bassa diffusione delle competenze digitali, nel limitato livello degli investimenti tecnologici e nell’insufficiente crescita del capitale produttivo. Secondo il Global Productivity Forum dell’OCSE, l’Italia continua a soffrire un cronico deficit di innovazione e digitalizzazione rispetto ai concorrenti europei. Speravamo nel PNRR per mitigare alcune di queste criticità, vedremo in futuro se e quali risultati saranno stati raggiunti.

Il confronto internazionale offre spunti interessanti. Francia e Austria, ad esempio, dispongono di tredici festività pubbliche, mentre la Germania presenta una situazione variabile a seconda dei Länder. La Spagna si colloca anch’essa su livelli elevati, con festività nazionali e regionali che aumentano il numero complessivo delle giornate non lavorative. Il dato che emerge è che, in linea generale, non esiste una correlazione automatica tra numero di festività e produttività economica. Germania, Francia e Austria registrano infatti performance produttive superiori a quelle italiane pur beneficiando di un numero di giorni festivi analogo o persino maggiore in alcune aree territoriali. Tale dato conferma che la competitività di un sistema economico dipende molto più dall’organizzazione del lavoro, dagli investimenti e dall’innovazione che dal semplice numero di giorni lavorati. Ciò, tuttavia, non significa che l’introduzione di una nuova festività sia economicamente neutrale. Ogni giorno di chiusura generalizzata determina inevitabilmente una riduzione delle ore lavorabili e può incidere negativamente sulla produzione in alcuni settori manifatturieri e nei servizi alle imprese. Nel caso italiano, tenuto conto delle difficoltà strutturali che caratterizzano il nostro sistema produttivo, evidentemente contribuisce a fare la differenza in negativo: pur consapevoli che il vero nodo della crescita italiana è il persistente divario di produttività accumulato negli ultimi decenni, un nuovo giorno festivo non aiuta ma aggrava un differenziale che limita salari, investimenti e competitività internazionale. 

La nuova festa nazionale dedicata a San Francesco d’Assisi rappresenta senza dubbio un riconoscimento dal forte valore identitario e culturale. Tuttavia, la sua introduzione arriva in un momento in cui l’Italia continua a confrontarsi con la difficoltà di aumentare la produttività del lavoro. È nostra opinione che sarebbe più utile al Paese se il Parlamento si dedicasse con maggiore impegno e capacità ad individuare soluzioni normative che possano sostenere le imprese nel trovare risposte alla vera questione: come lavorare meglio, innovare di più e creare maggiore valore aggiunto. Sempre che la nuova festività, nel riconoscere l’incapacità dell’Italia a trovare soluzioni strutturali ai suoi problemi, non voglia proprio significare che a questo punto ci rimettiamo nelle mani di un potere più alto…

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