S. News – Giovanni Di Nitto, Vicepresidente ASSIV e Presidente CDA Securducale Vigilanza, approfondisce in modo sistematico perché la Vigilanza Privata non debba essere vista come un servizio isolato, bensì come parte dei servizi integrati. Evidenzia inoltre che il mercato sta cambiando prospettiva e che il passo successivo è, all’interno della Vigilanza Privata, “farsi promotori di questo cambiamento” e, a tal fine, indica “3 mosse concrete”.
Buona lettura!
LA VIGILANZA PRIVATA NON È UN SERVIZIO ISOLATO: COME ENTRA NEI SERVIZI INTEGRATI E PERCHÉ IL SETTORE DEVE CAMBIARE PASSO
a cura di Giovanni Di Nitto
Quando parliamo di sicurezza, il pensiero corre subito alla prevenzione di intrusioni, furti, atti vandalici o eventi critici. Ma in molti contesti reali – trasporti, infrastrutture, sanità, siti industriali, luoghi ad alta affluenza, porti, aeroporti, stazioni – la sicurezza è qualcosa di più integrato: è la capacità di far funzionare un servizio senza interruzioni, garantendo ordine, regole chiare, tempi di risposta rapidi e procedure che si attivano correttamente quando serve. In altre parole, la sicurezza non tutela solo “da qualcosa”, ma tutela anche “per qualcosa”: per la continuità, la qualità e l’affidabilità del servizio. Un varco bloccato o un allarme gestito male diventano rapidamente un problema operativo.
All’interno di questa cornice, la Vigilanza Privata ha un ruolo decisivo, ma spesso rimane intrappolata in una percezione riduttiva: un servizio a sé, separato, misurato soprattutto in presenza e ore/uomo. La regolamentazione incide, ma l’isolamento dipende anche da come progettiamo i servizi, capitolati, processi e funzioni operative che non dialogano.
“Servizi Integrati”: cosa significa davvero? E perché il concetto di Servizi Integrati riguarda anche la Vigilanza?
Parlare di “facility” o, più in generale, di servizi integrati non significa parlare soltanto di edifici. Significa coordinare attività diverse che supportano un servizio principale: manutenzioni, pulizie, antincendio, gestione accessi e flussi, accoglienza, gestione segnalazioni e interventi, controllo del decoro. Questo vale ovunque: in un aeroporto, in un porto, in una stazione, lungo una rete di trasporto, in un impianto produttivo, in un ospedale, in un campus, in un grande evento.
La differenza tra una semplice “somma di servizi” e una gestione integrata sta nel modo in cui questi servizi lavorano: regole comuni, responsabilità chiare, canali di comunicazione condivisi, obiettivi misurabili. L’integrazione vera si vede quando un’anomalia rilevata sul campo non resta un fatto isolato, ma diventa un’azione: segnalazione, presa in carico, intervento, ripristino, tracciabilità. È un tema di regia e di processo, non solo di contratti.
Perché la vigilanza privata è ancora percepita come verticale e separata
La vigilanza privata è regolata e questo, di per sé, non è un problema: è una tutela per tutti. Il punto è che, nella pratica, regolamentazione e abitudine portano spesso a trattare la security come un “blocco separato”. Nei capitolati e nei linguaggi quotidiani, sicurezza e altri servizi vengono distinti con confini rigidi: “la vigilanza fa vigilanza”, “la manutenzione fa manutenzione”, “il cleaning fa cleaning”.
Quando questa divisione diventa un silos, succede una cosa: la presenza della guardia giurata viene valutata solo per ciò che fa in senso stretto (controllo, ronda, presidio, accessi), mentre non viene valorizzato ciò che potrebbe abilitare per l’intero contesto operativo. In quel momento la vigilanza diventa un costo “a ore”, isolato, e perde la possibilità di contribuire alla qualità complessiva.
Qualche segnale di cambiamento, però, inizia ad emergere. Negli ultimi tempi si osservano bandi di gara pubblici in cui la componente security è collegata anche alla manutenzione degli impianti d’allarme. È un passo ancora piccolo, perché l’impianto d’allarme rientra già nella “sicurezza tecnologica”. Ma è un passaggio culturalmente rilevante: nel sentire comune l’impianto – anche l’impianto d’allarme – è spesso percepito come “lavoro da elettricista”, non come responsabilità naturale di un istituto di vigilanza. Il messaggio è che sicurezza significa anche affidabilità delle tecnologie.
Integrazione non è commistione: ruoli diversi, regia comune
Integrare non significa confondere ruoli o far fare alla vigilanza privata attività che non le competono. Ogni funzione mantiene il suo perimetro: manutentori, addetti alle pulizie, antincendio, accoglienza hanno competenze specifiche che non vanno sovrapposte. L’integrazione riguarda la regia: definire chi osserva, chi segnala, a chi, con quali tempi ed evidenze, e come si attiva la catena di risposta.
In molti contesti complessi, la vigilanza privata è il servizio più continuo, spesso presente anche quando altri servizi non lo sono. Per questo può diventare l’anello che garantisce continuità: intercetta anomalie, mette in sicurezza un’area, attiva escalation, facilita l’intervento degli specialisti competenti.
Il salto di qualità, quindi, è culturale: smettere di considerare la presenza del vigilante come un “costo fisso per la sicurezza” e iniziare a vederla come un’opportunità. Un presidio intelligente, capace di interagire con più funzioni, rilevare criticità trasversali, attivare escalation e contribuire alla continuità operativa.
Per arrivarci serve una figura nuova: la guardia evoluta, che non rinuncia alla sua identità, ma acquisisce competenze di base su emergenze/antincendio, impianti, ambiente, cleaning e protocolli. Non solo presiede: vede, segnala, supporta e contribuisce al funzionamento quotidiano in un’ottica di facility intelligence. È questo il paradigma: non più un’isola operativa, ma un nodo attivo e interconnesso nell’ecosistema operativo.
Il valore per il mercato security: uscire dall’isolamento e crescere come industria di servizi
Questo cambio di prospettiva crea valore per l’intero mercato della sicurezza privata. Oggi il settore rischia di restare intrappolato nella logica delle ore/uomo, che porta inevitabilmente a competere sul prezzo, più che sulla qualità. È una trappola perché sulla sola presenza fisica è sempre più difficile generare margini: la presenza è necessaria, ma se rimane “misurata a ore” diventa un costo rigido. L’evoluzione è la condizione per spostare la security verso risultati misurabili.
Uscire dall’isolamento significa anche migliorare l’interlocuzione con i committenti, chiarendo dove si costruisce davvero la qualità: progettazione del presidio sul rischio reale, procedure ed escalation, lettura del contesto, formazione, uso consapevole della tecnologia, tracciabilità delle azioni. Se non sappiamo misurare e raccontare questi elementi, il cliente continuerà a comprare “ore”, e non risultati. In pratica significa passare da KPI di input (ore, presidi) a KPI di esito (tempi di risposta, riduzione disservizi, qualità delle segnalazioni).
Per questo l’evoluzione non può riguardare solo la guardia giurata o l’operatore sul campo: deve coinvolgere tutta la struttura dell’Istituto. Servono centrale operativa, responsabili di commessa, formazione, procedure, strumenti e cultura manageriale orientati al risultato. In sintesi: meno “ore”, più “governo del rischio” e continuità. Il percorso può sembrare lungo, ma i segnali sono chiari: committenti pubblici e soprattutto privati stanno maturando una domanda di maggiore qualità, chiedendo servizi più misurabili, più affidabili e più integrati.
Formazione: la leva decisiva, da “guardia” a “operatore di servizi”
Il salto non avviene con una riga in un capitolato: avviene con la formazione. Non per trasformare la guardia giurata in un manutentore o in un addetto alle pulizie, ma per darle competenze di base: riconoscere criticità, usare procedure condivise e attivare rapidamente gli interlocutori corretti.
La formazione che abilita il presidio multifunzionale ha due componenti. La prima è culturale e comportamentale: collaborazione, gestione del pubblico, consapevolezza del contesto, capacità di comunicare in modo chiaro. La seconda è pratica: basi di emergenze e antincendio, lettura delle anomalie più frequenti, decoro e igiene come indicatori operativi, gestione corretta delle segnalazioni e delle consegne.
Tecnologia e intelligenza artificiale: risposta realistica alla carenza di personale
C’è poi un fattore che rende questa evoluzione necessaria: la carenza di personale, in molte aree, è ormai strutturale. In questo scenario, aumentare la produttività e l’efficacia del presidio richiede un supporto tecnologico sempre più forte: strumenti per gestire accessi, allarmi e segnalazioni e piattaforme (anche su smartphone) per tracciare eventi e interventi.
L’intelligenza artificiale può aiutare a ridurre i falsi allarmi e dare priorità agli eventi (ad esempio nell’analisi video o nella classificazione degli alert), alleggerendo il carico operativo. Ma qui vale una regola: tecnologia avanzata senza formazione produce frustrazione; tecnologia avanzata con operatori formati produce valore. L’obiettivo è liberare tempo operativo per attività a maggior valore: presidio, relazione con l’utenza e gestione delle emergenze.
Cosa deve fare il settore: tre mosse concrete per rendere possibile il cambiamento
Se vogliamo che questa trasformazione sia reale, il settore deve aiutarsi da solo. Gli istituti di vigilanza possono fare almeno tre cose concrete.
Primo: investire in una formazione strutturata e continua, non episodica, con aggiornamenti, esercitazioni e valutazioni.
Secondo: accelerare sull’adozione di tecnologie interoperabili e semplici da usare, per ridurre dispersione e rendere tracciabili segnalazioni, allarmi e interventi.
Terzo: fare cultura di mercato e vendere la vigilanza non solo come “presidio”, ma come funzione che crea continuità e qualità del complessivo servizio di integrated facility management.
In conclusione, la vigilanza privata continuerà ad avere una specificità regolata, ed è giusto così. Ma può smettere di essere isolata. I segnali iniziali, come i bandi che avvicinano security e manutenzione degli impianti d’allarme, indicano che il mercato sta cambiando prospettiva. Il passo successivo è farsi promotori di questo cambiamento con formazione, tecnologia (inclusa l’intelligenza artificiale) e standard operativi chiari.
Così la sicurezza non perde identità: la rafforza, diventando parte riconosciuta dei servizi integrati e della continuità del servizio.

Giovanni Di Nitto. Vicepresidente ASSIV – Presidente CDA Securducale Vigilanza








