Tra gli strumenti di pianificazione e controllo di gestione il Budget ricopre un ruolo sempre più essenziale. Chi ha responsabilità in azienda deve essere in grado definire degli obiettivi e valutare in corso d’opera i risultati delle attività gestite per individuare, comprendere e correggere gli eventuali scostamenti rispetto ai target pianificati e condivisi.
OBIETTIVO
Il corso fornisce, con il primo modulo, le conoscenze necessarie per comprendere i meccanismi di un’efficiente pianificazione della gestione e per valutare gli aspetti economici/finanziari nonché quelli commerciali dell’area di business di competenza. Nel secondo modulo, attraverso la creazione dello strumento del Budget di commessa, fornisce una metodologia analitica del calcolo dei costi per portare l’azienda alla redditività desiderata e coerente con quella del più ampio sistema del Budget d’impresa.
PROGRAMMA DEL CORSO
Il corso, della durata di 24 ore, si sviluppa i due moduli, nelle seguenti date e orari: 13, 20 e 27 aprile 2026 dalle ore 9.00 alle ore 18.00
BUDGET IN AZIENDA (2gg) – Modulo 1
Tra gli strumenti di pianificazione e controllo di gestione il Budget ricopre un ruolo sempre più essenziale.
Chi ha responsabilità in azienda deve essere in grado definire degli obiettivi e valutare in corso d’opera i risultati delle attività gestite per individuare, comprendere e correggere gli eventuali scostamenti rispetto ai target pianificati e condivisi.
La nuova legge sulla Crisi d’impresa, Decreto legislativo 12/01/2019 n° 14 G.U. 14/02/2019 attribuisce implicitamente al budget e al sistema di forecast un ruolo ancora più importante rispetto al passato venendo chiesto alle aziende di dimostrare la indiscutibile capacità di far fronte, nel breve e nel medio periodo, agli impegni finanziari.
BUDGET DI COMMESSA (1gg) – Modulo 2
La commessa si caratterizza per un numero limitato e preciso di attività produttive che difficilmente si ripeteranno uguali a sé stesse nel corso del tempo. La commessa è qualcosa di unico e il suo Budget non può quindi prendere a riferimento qualcosa avvenuto nel passato. La tecnica della Cost Break Down Analysis focalizza l’attenzione sulle stime dei carichi di lavoro che caratterizzano le attività che compongono il progetto e sulla base di queste ne determina il valore economico. Attenzione particolare deve essere data anche ai costi di struttura e alla misura con cui questi vengono imputati alle attività che caratterizzano la commessa. Un’analisi poco attenta dei costi indiretti vanifica gli sforzi dell’efficienza produttiva.
QUOTA
E’ possibile l’iscrizione al corso completo (due moduli) o ad un solo modulo (modulo 1 o modulo 2).
• Clienti ICMQ, i due Moduli (24 h): Euro 500,00 + IVA
• Altri, i due Moduli (24 h): Euro 650,00 + IVA
• Clienti ICMQ, Modulo 1 (16h): Euro 350,00 + IVA
• Altri, Modulo 1 (16h): Euro 450,00 + IVA
• Clienti ICMQ, Modulo 2 (8h): Euro 150,00 + IVA
• Altri, Modulo 2 (8h): Euro 200,00 + IVA
È prevista una riduzione del 10% per l’iscrizione di 2 o più partecipanti.
Presentata a Bologna la ricerca IRES Emilia-Romagna promossa da EBIVER sulle condizioni di lavoro nella vigilanza privata e nei servizi di sicurezza. Al centro del confronto tra istituzioni, imprese e sindacati il riconoscimento del ruolo del settore, le condizioni di mercato e le prospettive di sviluppo.
Il 12 marzo 2026, al Teatro Baraccano di Bologna, si è svolto il convegno “Dentro la vigilanza privata e i servizi di sicurezza: conoscere il lavoro attraverso chi lo vive”, promosso da EBIVER – Ente Bilaterale Vigilanza Emilia-Romagna – con la presentazione della ricerca realizzata da IRES Emilia-Romagna sul settore della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza.
L’iniziativa ha rappresentato un importante momento di confronto tra istituzioni, associazioni datoriali e organizzazioni sindacali sulle trasformazioni in atto nel comparto e sulle prospettive di sviluppo della sicurezza privata in Italia.
I lavori sono stati introdotti e moderati da Silvia Avanzini, presidente EBIVER, mentre la ricerca è stata presentata da Davide Dazzi, ricercatore IRES Emilia-Romagna.
Nel primo panel sono intervenuti Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna, Giusy Sferruzza, segretaria nazionale Fisascat CISL, Maria Cristina Urbano, presidente ASSIV, e Marco Stratta, segretario generale ANIVP.
Al secondo panel hanno preso parte Simone Baglioni, professore ordinario di Sociologia all’Università degli Studi di Parma, Paola Bassetti, segretaria nazionale Filcams CGIL, Giuseppe Zimmari, segretario nazionale Uiltucs, e Paolo Raffaelli, delegato regionale per l’Emilia-Romagna di UNIV.
La ricerca EBIVER sul lavoro nel settore
La ricerca, curata da Davide Dazzi e Assunta Ingenito di IRES Emilia-Romagna, ha coinvolto 535 lavoratori e lavoratrici del settore, offrendo una fotografia significativa delle caratteristiche occupazionali e organizzative della vigilanza privata in Emilia-Romagna.
Dai dati emerge un comparto caratterizzato da una forte stabilità occupazionale – oltre il 96% degli intervistati ha un contratto a tempo indeterminato – e da una presenza significativa di operatori impegnati nei servizi di vigilanza privata, che rappresentano circa due terzi delle attività del settore.
L’indagine evidenzia inoltre la complessità organizzativa del lavoro, con una forte presenza di turnazioni e lavoro notturno e con orari che in molti casi superano le quaranta ore settimanali.
Accanto agli aspetti organizzativi, la ricerca mette in luce anche la dimensione identitaria del lavoro nella sicurezza privata: molti operatori riconoscono nel proprio ruolo una funzione di servizio alla collettività, contribuendo alla tutela della sicurezza delle persone, dei beni e delle infrastrutture.
Allo stesso tempo emerge il tema dello scarso riconoscimento sociale e professionale del lavoro svolto nel settore, che, insieme ai salari, ritenuti dalla quasi totalità dei lavoratori inadeguati o gravemente inadeguati, una questione che rappresenta uno degli elementi centrali della riflessione sul futuro del comparto.
Urbano (ASSIV): “La sicurezza privata è una infrastruttura del Paese”
Nel corso del confronto è intervenuta Maria Cristina Urbano, presidente di ASSIV, che ha sottolineato come la sicurezza privata rappresenti oggi una componente essenziale del sistema di sicurezza del Paese.
Il settore contribuisce quotidianamente alla protezione di infrastrutture, imprese, servizi pubblici e luoghi aperti al pubblico, svolgendo una funzione complementare e sussidiaria rispetto al sistema pubblico di sicurezza.
“La sicurezza privata – ha evidenziato la presidente Urbano – non è un comparto accessorio, ma una vera e propria infrastruttura del Paese, che garantisce continuità operativa, prevenzione e tutela in molti ambiti della vita economica e sociale”.
Nel suo intervento la presidente ha richiamato anche alcune criticità strutturali che incidono sulle condizioni di sviluppo del settore, in particolare nel mercato degli appalti.
Quando il prezzo diventa il criterio prevalente di aggiudicazione delle gare, soprattutto nel settore pubblico, lasciando spazio anche ai contratti pirata, il rischio è quello di comprimere i margini delle imprese e ridurre la capacità di negoziare salari più alti, investire in formazione, innovazione tecnologica e qualità dei servizi.
Per questo motivo, secondo ASSIV, il tema delle condizioni di mercato rappresenta oggi uno dei nodi centrali per il futuro della vigilanza privata. Garantire servizi di sicurezza efficaci e professionali, erogati da personale adeguatamente pagato, richiede infatti un sistema di appalti che riconosca i costi reali del servizio e il valore del lavoro.
Bilateralità, dialogo sociale e sviluppo del settore
Nella suo intervento la presidente Urbano ha anche sottolineato il ruolo della bilateralità come strumento di confronto e collaborazione tra imprese e organizzazioni sindacali.
Esperienze come quella di EBIVER dimostrano come il dialogo tra le parti sociali possa contribuire a promuovere iniziative utili per il settore, favorendo la formazione degli operatori, la qualificazione professionale e il miglioramento delle condizioni di lavoro.
La bilateralità rappresenta infatti uno spazio importante di equilibrio tra le esigenze delle imprese e la tutela del lavoro, contribuendo a rafforzare la qualità complessiva del comparto.
Innovazione e prospettive future
Guardando al futuro, uno dei principali fattori di sviluppo del settore riguarda l’integrazione tra competenze professionali e innovazione tecnologica.
L’evoluzione dei sistemi di videosorveglianza, delle piattaforme di monitoraggio e degli strumenti di analisi dei dati sta trasformando profondamente il modo in cui vengono organizzati i servizi di sicurezza.
In questo scenario, il ruolo dell’operatore della sicurezza assume un contenuto professionale sempre più qualificato, richiedendo competenze tecniche, capacità relazionali e formazione continua.
Parallelamente emerge la necessità di aggiornare il quadro normativo che regola il settore, accompagnando l’evoluzione di un comparto che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più rilevante nel sistema della sicurezza.
Un confronto sul futuro della sicurezza privata
Il convegno promosso da EBIVER ha rappresentato quindi un’occasione importante per avviare una riflessione condivisa sul futuro della vigilanza privata.
Il rafforzamento del settore passa attraverso alcuni elementi chiave:
il riconoscimento del valore professionale degli operatori;
la sostenibilità economica delle imprese;
condizioni di mercato adeguate per garantire salari più alti e servizi di qualità;
il dialogo tra istituzioni, imprese e organizzazioni sindacali;
l’investimento in formazione e innovazione.
Solo attraverso questo percorso sarà possibile consolidare il ruolo della vigilanza privata come parte integrante del sistema di sicurezza del Paese, valorizzando il contributo che imprese e lavoratori offrono ogni giorno alla tutela della collettività.
S. News – Giovanni Di Nitto, Vicepresidente ASSIV e Presidente CDA Securducale Vigilanza, approfondisce in modo sistematico perché la Vigilanza Privata non debba essere vista come un servizio isolato, bensì come parte dei servizi integrati. Evidenzia inoltre che il mercato sta cambiando prospettiva e che il passo successivo è, all’interno della Vigilanza Privata, “farsi promotori di questo cambiamento” e, a tal fine, indica “3 mosse concrete”.
Buona lettura!
LA VIGILANZA PRIVATA NON È UN SERVIZIO ISOLATO: COME ENTRA NEI SERVIZI INTEGRATI E PERCHÉ IL SETTORE DEVE CAMBIARE PASSO
a cura di Giovanni Di Nitto
Quando parliamo di sicurezza, il pensiero corre subito alla prevenzione di intrusioni, furti, atti vandalici o eventi critici. Ma in molti contesti reali – trasporti, infrastrutture, sanità, siti industriali, luoghi ad alta affluenza, porti, aeroporti, stazioni – la sicurezza è qualcosa di più integrato: è la capacità di far funzionare un servizio senza interruzioni, garantendo ordine, regole chiare, tempi di risposta rapidi e procedure che si attivano correttamente quando serve. In altre parole, la sicurezza non tutela solo “da qualcosa”, ma tutela anche “per qualcosa”: per la continuità, la qualità e l’affidabilità del servizio. Un varco bloccato o un allarme gestito male diventano rapidamente un problema operativo.
All’interno di questa cornice, la Vigilanza Privata ha un ruolo decisivo, ma spesso rimane intrappolata in una percezione riduttiva: un servizio a sé, separato, misurato soprattutto in presenza e ore/uomo. La regolamentazione incide, ma l’isolamento dipende anche da come progettiamo i servizi, capitolati, processi e funzioni operative che non dialogano.
“Servizi Integrati”: cosa significa davvero? E perché il concetto di Servizi Integrati riguarda anche la Vigilanza?
Parlare di “facility” o, più in generale, di servizi integrati non significa parlare soltanto di edifici. Significa coordinare attività diverse che supportano un servizio principale: manutenzioni, pulizie, antincendio, gestione accessi e flussi, accoglienza, gestione segnalazioni e interventi, controllo del decoro. Questo vale ovunque: in un aeroporto, in un porto, in una stazione, lungo una rete di trasporto, in un impianto produttivo, in un ospedale, in un campus, in un grande evento.
La differenza tra una semplice “somma di servizi” e una gestione integrata sta nel modo in cui questi servizi lavorano: regole comuni, responsabilità chiare, canali di comunicazione condivisi, obiettivi misurabili. L’integrazione vera si vede quando un’anomalia rilevata sul campo non resta un fatto isolato, ma diventa un’azione: segnalazione, presa in carico, intervento, ripristino, tracciabilità. È un tema di regia e di processo, non solo di contratti.
Perché la vigilanza privata è ancora percepita come verticale e separata
La vigilanza privata è regolata e questo, di per sé, non è un problema: è una tutela per tutti. Il punto è che, nella pratica, regolamentazione e abitudine portano spesso a trattare la security come un “blocco separato”. Nei capitolati e nei linguaggi quotidiani, sicurezza e altri servizi vengono distinti con confini rigidi: “la vigilanza fa vigilanza”, “la manutenzione fa manutenzione”, “il cleaning fa cleaning”.
Quando questa divisione diventa un silos, succede una cosa: la presenza della guardia giurata viene valutata solo per ciò che fa in senso stretto (controllo, ronda, presidio, accessi), mentre non viene valorizzato ciò che potrebbe abilitare per l’intero contesto operativo. In quel momento la vigilanza diventa un costo “a ore”, isolato, e perde la possibilità di contribuire alla qualità complessiva.
Qualche segnale di cambiamento, però, inizia ad emergere. Negli ultimi tempi si osservano bandi di gara pubblici in cui la componente security è collegata anche alla manutenzione degli impianti d’allarme. È un passo ancora piccolo, perché l’impianto d’allarme rientra già nella “sicurezza tecnologica”. Ma è un passaggio culturalmente rilevante: nel sentire comune l’impianto – anche l’impianto d’allarme – è spesso percepito come “lavoro da elettricista”, non come responsabilità naturale di un istituto di vigilanza. Il messaggio è che sicurezza significa anche affidabilità delle tecnologie.
Integrazione non è commistione: ruoli diversi, regia comune
Integrare non significa confondere ruoli o far fare alla vigilanza privata attività che non le competono. Ogni funzione mantiene il suo perimetro: manutentori, addetti alle pulizie, antincendio, accoglienza hanno competenze specifiche che non vanno sovrapposte. L’integrazione riguarda la regia: definire chi osserva, chi segnala, a chi, con quali tempi ed evidenze, e come si attiva la catena di risposta.
In molti contesti complessi, la vigilanza privata è il servizio più continuo, spesso presente anche quando altri servizi non lo sono. Per questo può diventare l’anello che garantisce continuità: intercetta anomalie, mette in sicurezza un’area, attiva escalation, facilita l’intervento degli specialisti competenti.
Il salto di qualità, quindi, è culturale: smettere di considerare la presenza del vigilante come un “costo fisso per la sicurezza” e iniziare a vederla come un’opportunità. Un presidio intelligente, capace di interagire con più funzioni, rilevare criticità trasversali, attivare escalation e contribuire alla continuità operativa.
Per arrivarci serve una figura nuova: la guardia evoluta, che non rinuncia alla sua identità, ma acquisisce competenze di base su emergenze/antincendio, impianti, ambiente, cleaning e protocolli. Non solo presiede: vede, segnala, supporta e contribuisce al funzionamento quotidiano in un’ottica di facility intelligence. È questo il paradigma: non più un’isola operativa, ma un nodo attivo e interconnesso nell’ecosistema operativo.
Il valore per il mercato security: uscire dall’isolamento e crescere come industria di servizi
Questo cambio di prospettiva crea valore per l’intero mercato della sicurezza privata. Oggi il settore rischia di restare intrappolato nella logica delle ore/uomo, che porta inevitabilmente a competere sul prezzo, più che sulla qualità. È una trappola perché sulla sola presenza fisica è sempre più difficile generare margini: la presenza è necessaria, ma se rimane “misurata a ore” diventa un costo rigido. L’evoluzione è la condizione per spostare la security verso risultati misurabili.
Uscire dall’isolamento significa anche migliorare l’interlocuzione con i committenti, chiarendo dove sicostruisce davvero la qualità: progettazione del presidio sul rischio reale, procedure ed escalation, lettura del contesto, formazione, uso consapevole della tecnologia, tracciabilità delle azioni. Se non sappiamo misurare e raccontare questi elementi, il cliente continuerà a comprare “ore”, e non risultati. In pratica significa passare da KPI di input (ore, presidi) a KPI di esito (tempi di risposta, riduzione disservizi, qualità delle segnalazioni).
Per questo l’evoluzione non può riguardare solo la guardia giurata o l’operatore sul campo: deve coinvolgere tutta la struttura dell’Istituto. Servono centrale operativa, responsabili di commessa, formazione, procedure, strumenti e cultura manageriale orientati al risultato. In sintesi: meno “ore”, più “governo del rischio” e continuità. Il percorso può sembrare lungo, ma i segnali sono chiari: committenti pubblici e soprattutto privati stanno maturando una domanda di maggiore qualità, chiedendo servizi più misurabili, più affidabili e più integrati.
Formazione: la leva decisiva, da “guardia” a “operatore di servizi”
Il salto non avviene con una riga in un capitolato: avviene con la formazione. Non per trasformare la guardia giurata in un manutentore o in un addetto alle pulizie, ma per darle competenze di base: riconoscere criticità, usare procedure condivise e attivare rapidamente gli interlocutori corretti.
La formazione che abilita il presidio multifunzionale ha due componenti. La prima è culturale e comportamentale: collaborazione, gestione del pubblico, consapevolezza del contesto, capacità di comunicare in modo chiaro. La seconda è pratica: basi di emergenze e antincendio, lettura delle anomalie più frequenti, decoro e igiene come indicatori operativi, gestione corretta delle segnalazioni e delle consegne.
Tecnologia e intelligenza artificiale: risposta realistica alla carenza di personale
C’è poi un fattore che rende questa evoluzione necessaria: la carenza di personale, in molte aree, è ormai strutturale. In questo scenario, aumentare la produttività e l’efficacia del presidio richiede un supporto tecnologico sempre più forte: strumenti per gestire accessi, allarmi e segnalazioni e piattaforme (anche su smartphone) per tracciare eventi e interventi.
L’intelligenza artificiale può aiutare a ridurre i falsi allarmi e dare priorità agli eventi (ad esempio nell’analisi video o nella classificazione degli alert), alleggerendo il carico operativo. Ma qui vale una regola: tecnologia avanzata senza formazione produce frustrazione; tecnologia avanzata con operatori formati produce valore. L’obiettivo è liberare tempo operativo per attività a maggior valore: presidio, relazione con l’utenza e gestione delle emergenze.
Cosa deve fare il settore: tre mosse concrete per rendere possibile il cambiamento
Se vogliamo che questa trasformazione sia reale, il settore deve aiutarsi da solo. Gli istituti di vigilanza possono fare almeno tre cose concrete.
Primo: investire in una formazione strutturata e continua, non episodica, con aggiornamenti, esercitazioni e valutazioni.
Secondo: accelerare sull’adozione di tecnologie interoperabili e semplici da usare, per ridurre dispersione e rendere tracciabili segnalazioni, allarmi e interventi.
Terzo: fare cultura di mercato e vendere la vigilanza non solo come “presidio”, ma come funzione che crea continuità e qualità del complessivo servizio di integrated facility management.
In conclusione, la vigilanza privata continuerà ad avere una specificità regolata, ed è giusto così. Ma può smettere di essere isolata. I segnali iniziali, come i bandi che avvicinano security e manutenzione degli impianti d’allarme, indicano che il mercato sta cambiando prospettiva. Il passo successivo è farsi promotori di questo cambiamento con formazione, tecnologia (inclusa l’intelligenza artificiale) e standard operativi chiari. Così la sicurezza non perde identità: la rafforza, diventando parte riconosciuta dei servizi integrati e della continuità del servizio.
Giovanni Di Nitto. Vicepresidente ASSIV – Presidente CDA Securducale Vigilanza
In un mondo sempre più complesso e interconnesso, il livello di resilienza di un’azienda si misura anche attraverso la capacità di proteggere il proprio personale. Ogni trasferta di lavoro, nazionale o internazionale, espone i dipendenti a un ventaglio di rischi – sanitari, criminali, politici, sociali e informatici – che non possono essere ignorati. Questo corso intensivo supera l’approccio tradizionale alla sicurezza, ponendo al centro l’Open Source Intelligence (OSINT) come strumento strategico fondamentale. ICMQ in collaborazione con Scuola Internazionale Etica & Sicurezza Milano – L’Aquila, ha organizzato un percorso formativo dedicato alla gestione del rischio nelle trasferte internazionali. E’ possibile seguire l’intero percorso o partecipare ad un singolo modulo.
OBIETTIVI
L’obiettivo è dotare ogni viaggiatore degli strumenti analitici per gestire proattivamente la propria sicurezza, in linea con i principi di diligenza del “Duty of Care” e dello standard internazionale UNI ISO 31030.
PROGRAMMA
Il corso, della durata di 4ore, si svolge dalle 9.00 alle 13.00, costituisce il Modulo B del percorso formativo di Travel Risk.
•L’approccio OSINT-Driven alla Travel Security • Il cuore dell’OSINT: Metodologie e strumenti per l’analisi della destinazione • Dall’Intelligence all’azione: Utilizzare l’OSINT per la pianificazione e la mitigazione dei rischi • OSINT sul campo e gestione delle emergenze • Checklist operativa finale, Q&A e Conclusioni
QUOTA
Clienti ICMQ 250Euro + IVA
Altri: 300 Euro + IVA
Per tutti i professionisti che si iscriveranno a due o più corsi del percorso di Travel Risk, verrà applicata la tariffa PROMO PIU’ (si veda la locandina allegata)
Maggiori informazioni e scheda di iscrizione al seguente link