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San Nicola la Strada: la vigilanza privata sventa il furto alla farmacia Harris

L’allarme collegato alla centrale operativa e il rapido intervento delle guardie giurate hanno costretto i malviventi alla fuga. Nessun denaro o medicinale sottratto.

Un tentativo di furto alla farmacia Harris di San Nicola la Strada è stato sventato dall’intervento della vigilanza privata. Secondo quanto riportato da CasertaNews, i malviventi hanno preso di mira l’attività intorno alla mezzanotte, danneggiando la saracinesca per aprirsi un accesso ai locali.

L’attivazione del sistema di allarme, collegato alla centrale operativa dell’istituto di vigilanza, ha consentito di inviare rapidamente una pattuglia. All’arrivo delle guardie giurate, i responsabili hanno abbandonato il tentativo di effrazione e sono fuggiti a piedi.

La farmacia non ha subito sottrazioni di contanti o medicinali, mentre restano i danni all’ingresso. Le forze dell’ordine hanno avviato gli accertamenti per individuare gli autori, anche attraverso le immagini della videosorveglianza.

L’episodio evidenzia il contributo della vigilanza privata alla protezione delle attività commerciali: il collegamento tra sistemi di allarme, centrali operative e pattuglie sul territorio permette di intervenire tempestivamente e contenere le conseguenze dei tentativi di furto.

Fonte: CasertaNews.

Confindustria: Rapporto di previsione – Per far crescere l’Italia: fronteggiare gli shock internazionali e rafforzare le imprese

Introduzione

PIL mondiale in rallentamento quest’anno (+2,8%) a causa di tensioni geopolitiche,  incertezza e conflitti aperti di difficile risoluzione. Recupera il prossimo anno (+3,2%).

Scambi mondiali in forte crescita… Nei primi sette mesi del 2026, in volume, hanno  superato del 9,5% il livello raggiunto nel 2024 e del 18,4% il livello pre-pandemia (2019).  Una dinamica più che doppia rispetto a quella registrata dalla produzione industriale  (+3,8% sul 2024 e +8,8% sul 2019). Trainano Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong  Kong e Cina, responsabili di due terzi della crescita. Anche gli USA contribuiscono ma  con una intensità più contenuta. Ferma l’Europa.

…legati alla rapida riconfigurazione delle filiere globali a fronte dei dazi USA e  all’espansione degli scambi high-tech, trainati dagli investimenti digitali. Un boom  che ha origine dalla domanda di investimento negli Stati Uniti e ha attivato soprattutto  le supply chain internazionali, localizzate principalmente in Asia. L’Europa è al momento  esclusa da questa nuova rivoluzione digitale. Perché USA e Cina investono 1000 miliardi  di dollari l’anno (a parità di potere d’acquisto) in R&S, l’UE solo 600, accumulando così un  ritardo importante rispetto ai due paesi. Le prime 5 società al mondo per investimenti  in ricerca sono americane, la sesta è cinese (Huawei).

Le tensioni geopolitiche stanno riducendo gli scambi tra i paesi tra cui c’è attrito e  trasformando relazioni produttive in dipendenze, rendendo necessaria l’adozione di  politiche industriali per ridurle.

Aumentano gli interventi di politica industriale nel mondo ma solo in Europa e ancor  più in Italia sono orizzontali e non riducono le dipendenze. Gli USA fanno politiche  industriali per acciaio e metalli, la Cina per la manifattura avanzata.

Strategico il ricorso a nuovi accordi e partnership commerciali, per diversificare i  mercati di origine e sbocco e ridurre le dipendenze critiche. Ma soprattutto per ricreare  un mondo multipolare: gli accordi commerciali rappresentano lo strumento che più  si avvicina a un quadro di regole condivise. Canada, Sud America, Africa, India, Corea,  Giappone, Australia, ASEAN sono le aree su cui puntare.

L’export italiano tende a beneficiare in misura maggiore degli accordi commerciali,  grazie a una specializzazione nei settori in cui la riduzione dei dazi è generalmente più  ampia e a una struttura del tessuto produttivo nazionale, caratterizzato da una forte  presenza di piccole e medie imprese, che si avvantaggia di più dalla rimozione delle  barriere tariffarie e, soprattutto, non tariffarie.

Nei primi tre mesi di applicazione dell’accordo UE-Mercosur, maggio-luglio 2026, le  esportazioni italiane verso l’area sono cresciute del +10,0% rispetto allo stesso periodo  del 2025, un aumento quasi doppio rispetto a quello registrato verso l’insieme dei paesi  extra-UE (+5,9%).

Per l’Italia, un decimo dell’import proviene dalla Cina (10,2%, +2,8 punti percentuali sul  2019) e un decimo dell’export va negli USA (10,8% nel 2025, +1,3 punti percentuali).  Con entrambi emergono vulnerabilità, sebbene di natura diversa. I dazi USA stanno  riducendo l’export italiano. Quello di beni: -9,8% negli ultimi dodici mesi al netto di  navi e farmaci, il cui aumento potrebbe essere temporaneo, almeno parzialmente. In  prospettiva, la delocalizzazione, che è un fenomeno lento, potrebbe ridurre molto di  più l’export e il valore aggiunto prodotto in Italia ed Europa. In aumento l’import italiano anche al netto delle materie prime energetiche e così anche le dipendenze dagli USA  (primo paese per forniture critiche in termini di quota in valore, 24%).

Cina rivale agguerrito ma fornitore essenziale per la manifattura italiana. La Cina è il  secondo paese fornitore al mondo di input critici per l’industria italiana in valore dopo  gli USA, ma primo per numerosità di prodotti (27%). Larga parte di questi prodotti è  strategica per l’ICT e per la transizione verde. Una parte dell’import dalla Cina accresce  la competitività dei prodotti italiani; un’altra parte, al contrario, accentua la crisi di alcuni  settori (automotive e tessile – abbigliamento).

Rafforzare politicamente l’Unione europea appare essenziale ed è imprescindibile il  completamento del mercato unico così come la rimozione delle barriere interne.

Rispetto alla Cina, difficile pensare che le relazioni possano mantenere l’assetto attuale  perché i rapporti tecnologici e industriali appaiono decisamente sbilanciati. Occorre  soddisfare una serie di condizioni:

1) rafforzare, molto, le politiche industriali europee e italiane. Gli interventi trasversali  mostrano i loro limiti (non è ragionevole pensare di riportare tutte le produzioni in  Europa); per questo gli sforzi vanno concentrati sui settori chiave nei quali possiamo  mantenere, conquistare (o competere per) una leadership tecnologica e industriale.

2) gli investimenti cinesi in Europa devono essere vincolati ponendo soglie per  componenti, lavoro, ricerca e dati.

3) sul versante commerciale, puntare a una partnership centrata sulla reciprocità reale  nell’accesso al mercato e nel trattamento nazionale;

4) irrobustire la difesa commerciale, rendendo gli strumenti antidumping/antisovvenzioni  più accessibili, rapidi ed efficaci; estendendo i meccanismi di protezione strutturale  permanente come quello per l’acciaio (ex salvaguardia) ad altri settori sensibili  e razionalizzando lo strumentario dell’autonomia strategica aperta (sussidi esteri;  screening IDE; accesso agli appalti pubblici, anti-coercizione, ecc.).

5) il tutto va fatto in fretta, prima che diventi troppo tardi.

Per quanto riguarda la fase congiunturale (Tabella A), tiene l’economia europea che  crescerà dello 0,8% nel 2026 e dell’1,0% nel 2027. La Francia, tra i grandi paesi, è quella  più in difficoltà (+0,3% la crescita acquisita a giugno) non solo in termini di crescita del  PIL ma anche per l’instabilità politica e il deficit pubblico che non è previsto rientrare;  la Germania tiene (+0,9%), la Spagna vola grazie al traino del turismo e a bassi costi  dell’energia e tassi minori che spingono i consumi.

Continua a crescere a ritmi sostenuti l’economia americana, spinta dai rincari delle  materie prime energetiche di cui è esportatrice netta e dagli investimenti in data center  connessi all’IA stimati intorno a 580 miliardi di dollari nel 2026 (1,8% del PIL), con un  aumento fino a circa il 2,5% del PIL nel 2027. In negativo i rincari hanno spinto al rialzo  l’inflazione (+3,4% ad agosto) comunque più bassa rispetto all’Europa, che ha costretto  la FED al rialzo dei tassi di interesse che continuerà seppure moderato (un quarto di  punto all’anno).

La Cina nel primo semestre è cresciuta del +4,7% sempre più grazie all’export: ad agosto +25,0% sull’anno, con un avanzo commerciale mensile di 119,1 miliardi di dollari. Non adeguata la domanda interna, con le vendite al dettaglio salite appena del  +0,4% e gli investimenti fissi calati del -7,2% nei primi otto mesi.

In generale, i paesi emergenti stanno soffrendo la guerra nel Golfo ma rimangono spinti  dal traino degli investimenti ICT (che vale circa 2 punti percentuali di crescita l’anno).  Dopo essere cresciuti del +4,5% nel 2025, cresceranno del +3,7% nel 2026 e del +4,5%  nel 2027. Ma quasi tutta la risalita l’anno prossimo dovrebbe venire dalle otto economie  del Golfo che valgono poco più di un ventesimo del PIL, una volta conclusa la guerra.

L’ipotesi alla base dello scenario di previsione per l’economia italiana è che dopo le  elezioni di midterm negli Stati Uniti si trovi una soluzione alla guerra USA-Iran, come  annunciato anche dal Presidente Trump, e da gennaio prenda avvio la normalizzazione  dei transiti. Il protrarsi della chiusura dello Stretto sarebbe sostenibile fino a maggio  prossimo, utilizzando tutte le riserve strategiche e commerciali mondiali. Superato  quel mese senza un reale sblocco dello Stretto, sarebbe difficile approvvigionarsi e  salirebbero le quotazioni del petrolio a livelli mai visti prima.

Inoltre, lo scenario previsivo è, come sempre, da considerarsi a legislazione vigente.  Ciò significa che la clausola nazionale di salvaguardia destinata a finanziare maggiori  spese per difesa e sicurezza energetica, che vale 14,4 miliardi di euro per il 2027, non  è incorporata nello scenario di previsione.

In Italia, crescita del PIL nel 2026 sopra le attese di marzo scorso. Il PIL italiano è atteso  crescere nel 2026 del +1,0%, sostanzialmente in linea con la variazione già acquisita,  ossia quella che si registrerebbe a fine anno in presenza di una crescita congiunturale  nulla nei due trimestri restanti (senza la correzione per i giorni lavorativi). Nel 2027  l’economia italiana dovrebbe rallentare (+0,6%), a un ritmo in linea con quello osservato  nel 2025 (Tabella B). La revisione al rialzo della previsione di crescita del PIL per il 2026,  rispetto al Rapporto di marzo scorso (di +0,5 punti percentuali), riflette diversi fattori:

  • il buon andamento dell’economia italiana nella prima metà dell’anno (+0,3% nel 1° trimestre e +0,2% nel 2°), con il 1° trimestre rivisto al rialzo rispetto alla stima  preliminare (da +0,2%). Ai positivi primi due trimestri del 2026 si è sommato anche  un buon ritmo nel 4° 2025, chiuso a +0,3%. A questi ha contribuito anche la stabilità  del prezzo del gas prima dell’inizio della guerra;
  • il decisivo apporto del PNRR (concluso a fine agosto), il cui impatto sul PIL, stimato in circa mezzo punto percentuale nel 2026, ha spinto la dinamica soprattutto degli  investimenti. Tale contributo ha riguardato gli investimenti previsti dal PNRR ma  anche gli investimenti privati sostenuti da incentivi, come Transizione 5.0, che  hanno riscosso molto successo tra le imprese;
  • il contenuto trasferimento dei rincari energetici agli altri beni e servizi; l’inflazione al netto di energia e alimentari è ancora bassa (al +2,0% a settembre, 1,8% ad agosto  come a gennaio), dopo sette mesi dall’inizio dei rincari, e ciò è attribuibile al fatto  che la guerra ha fatto salire molto il prezzo del petrolio e meno, fino a settembre,  quello del gas. Il rincaro del primo fa salire principalmente il costo dei trasporti  mentre quello del gas, che è utilizzato sia come materia prima industriale che  soprattutto come input produttivo dell’energia elettrica, impatta in modo importante  tutti i settori dell’economia: un aumento del 100% del prezzo del petrolio fa salire  l’incidenza dei costi energetici sui costi di produzione della manifattura di 0,3 punti  percentuali; quello del gas di 0,8 punti percentuali;
  • il rincaro inferiore alle aspettative del prezzo del petrolio grazie alla frenata della domanda mondiale di petrolio (soprattutto in Cina e Giappone) che ha seguito il calo dell’offerta (causato dalla guerra nei paesi del Golfo). Un divario meno ampio tra domanda e offerta ha limitato l’impennata del prezzo.

La crescita del PIL italiano del 2026 poggia sui consumi delle famiglie (+1,1%, fermi  invece quelli pubblici) e sugli investimenti (+3,3%), trainati nel complesso dalle  costruzioni nonostante il calo della componente abitativa. Resta invece negativo  l’apporto della domanda estera netta nonostante la crescita dell’export (+2,7% quello  di beni, +3,8% quello di servizi).

Rallentamento nei mesi finali dell’anno che si trascinerà al 2027. Nel 2027 la crescita  media annua risentirà della debolezza della fase finale del 2026 e di un recupero solo  moderato a inizio anno. Ciò, nonostante gli effetti positivi derivanti dalla riapertura dello  Stretto di Hormuz: la progressiva discesa dei prezzi delle materie prime energetiche  che consentirà il rientro dell’inflazione, la riduzione dell’incertezza, maggiore fiducia di  famiglie e imprese, la ripartenza del commercio con i paesi del Golfo.

Agiranno negativamente dal 4° trimestre del 2026:

  • il prezzo del petrolio tornato a settembre sui livelli massimi (102 dollari a barile) e destinato a rimanerci fino alla riapertura dello Stretto di Hormuz;
  • il prezzo del gas, cresciuto già nei mesi scorsi, che ha raggiunto a settembre i livelli più alti dalla fine del 2022 (77 euro/MWh), ed è atteso rimanere così fino  alla riapertura dello Stretto di Hormuz, sia per i timori di scarsità derivanti dalla  sua chiusura, sia per la necessità, in Europa, di ricostituire le scorte, inferiori di 10  punti percentuali ai livelli normali, prima della stagione invernale;
  • l’aumento del tasso di inflazione che, a settembre, ha toccato il suo massimo raggiungendo il 4,2% spinto dai rincari energetici e ridurrà il potere d’acquisto delle  famiglie frenando i consumi nella parte finale dell’anno e poi anche all’inizio del  2027;
  • i rialzi dei tassi di interesse: a settembre secondo rialzo dei tassi BCE di 0,25 punti percentuali che sarà seguito da altri tre rialzi attesi nei prossimi mesi. Il maggior  costo del denaro frenerà consumi e investimenti;
  • la fine del PNRR nel 2026 comporterà, a legislazione vigente (cui fa riferimento la previsione), un rallentamento della spesa per investimenti, moderato dalle ampie  risorse PNRR residuate che verranno spese dopo il 2026 (circa 47 miliardi, di cui  27 nel 2027, significativamente meno dei circa 42 miliardi spesi nel 2026). In  realtà, con l’adozione della Clausola di salvaguardia, la spesa addizionale prevista,  in larga parte per investimenti, sarà pressoché pari alla spesa del PNRR nel 2026.

Nel 2027 la dinamica del PIL sarà ancora trainata dai consumi delle famiglie e dagli  investimenti che però rallenteranno significativamente: +0,5% e +0,8% rispettivamente.  Le esportazioni nette torneranno a fornire un lieve apporto positivo, favorito dal  miglioramento delle ragioni di scambio ma l’export rallenterà (+1,5% quello di beni,  +2,5% quello dei servizi).

I rischi dello scenario di previsione sono legati all’evolversi dei transiti delle navi per  lo Stretto di Hormuz e più in generale alla guerra nel Golfo.

Una riduzione dei transiti ed eventuali attacchi a impianti di produzione di gas e petrolio  avrebbero impatti negativi sui prezzi delle materie prime energetiche e per questa via  sull’inflazione; le banche centrali potrebbero decidere ulteriori rialzi dei tassi. Sono  escluse dallo scenario azioni o misure governative di riduzione del consumo di petrolio, gas e derivati che riducendo la domanda potrebbero dilatare i tempi di utilizzo delle  scorte.

Un altro rischio dello scenario è legato alla volatilità sui mercati finanziari, causata  proprio dalla tensione nel mercato mondiale del petrolio e del gas e dai suoi riflessi  sulle quotazioni, sull’inflazione e, a cascata, sulle decisioni delle Banche Centrali relative  ai tassi. In Europa negli ultimi giorni sono bruscamente saliti i rendimenti dei titoli  sovrani, di più in Francia, ma anche in Italia, e maggiori acquisti di titoli tedeschi, con  un allargamento degli spread. Se una tale tendenza proseguisse, porrebbe un freno  alla crescita in tutto il Continente.

Dal lato dell’offerta, la produzione industriale sta tenendo grazie a export e  investimenti in impianti e macchinari, spinti dal successo dell’iperammortamento,  beneficiando anche della buona dinamica dei consumi: la crescita acquisita a luglio  è di +0,4%. Sebbene ci siano segnali di miglioramento, la ripresa dell’industria resta  frenata dalle barriere commerciali e soprattutto dall’aumento dei costi di produzione  e trasporto. A livello settoriale, buona la dinamica del settore automotive, che registra  la crescita acquisita più elevata (+8,8%) ma ancora largamente insufficiente a riportare  la produzione ai livelli del 2023; bene anche “altri mezzi di trasporto”, fabbricazione di  computer e prodotti di elettronica, farmaceutica e metallurgia. Male mobili e tessile- abbigliamento-pelletteria, settori alle prese con una crisi strutturale che riguarda anche  altri Paesi europei. In termini di valore aggiunto, invece, l’industria ha perso terreno.  Servizi e costruzioni, invece, hanno trainato la dinamica del valore aggiunto in Italia fino  alla metà del 2026 (+1,5% e +3,0% tendenziale nel 2° trimestre 2026).

L’elevato costo dell’energia rimane la più importante vulnerabilità dell’economia  italiana. Il prezzo dell’energia elettrica è sistematicamente più alto rispetto ai competitor  europei (+35% rispetto alla Germania nei primi 9 mesi del 2026) e a settembre è salito a  un picco di 208 euro/MWh, da 114 a febbraio, prima della Guerra (Grafico A). Rispetto  a 6 anni fa, l’incidenza dei costi energetici (petrolio, gas, energia elettrica e altre fonti)  sui costi totali è cresciuta del 34,5% (e del 40% per la sola manifattura). A settembre  2026 la quotazione del petrolio Brent è pari in media a 102 dollari al barile, da un minimo  di 62 dollari a dicembre 2025 (+65%). Il prezzo del gas in Europa a settembre è salito  al livello massimo da inizio anno, 77 euro/MWh in media, da 33 a febbraio (+133%). Il  prezzo al consumo della benzina in Italia è salito del 26% a settembre 2026 rispetto al  minimo registrato a gennaio.

Adesso il prezzo del gas è ai massimi dal 2022 e il petrolio oltre i 100 dollari, se  continua o peggiora occorrerà intervenire. Secondo stime CSC, con un Brent a circa  126 dollari al barile in media annua nel 2027, rispetto ai 75 dello scenario di base e ai  94 di quest’anno, si potrebbe annullare la crescita del PIL prevista per il 2027; lo stesso  accadrebbe con il prezzo del petrolio in media a 115 dollari al barile e quello del gas a  89 euro/MWh (invece dei 58 dello scenario base).

I recenti rincari riducono la competitività delle imprese italiane rispetto alle altre aree  del mondo, in particolare, agli Stati Uniti. Il prezzo del gas naturale in Europa ad agosto  2026 è stato pari a quasi 8 volte quello in America, dove la quotazione non è aumentata  nel corso di quest’anno.

Il meccanismo di riduzione delle emissioni di CO2 adottato dall’Unione Europea  (ETS) al momento e in prospettiva aggrava tale vulnerabilità. E i benefici in termini di emissioni, nella manifattura, sono in buona parte riconducibili alla chiusura delle imprese mentre è stato efficace nel settore energetico.

Nella sola manifattura italiana sottoposta a ETS, tra il 2005 e il 2025 le emissioni sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo sono stati chiusi 386 impianti manifatturieri, a un ritmo di 19 impianti l’anno. Le chiusure di impianti valgono circa la metà (48%) della riduzione delle emissioni. Questa parte della riduzione, quindi, non deriva da un reale processo di decarbonizzazione. Per la parte restante (52%), non è possibile stabilire quanta riduzione sia attribuibile a un calo dei volumi produttivi, che c’è stato, e quanta a un reale processo di decarbonizzazione.

L’azzeramento delle quote gratuite determinerà altre chiusure di imprese. L’acquisto dei diritti di emissione al prezzo di mercato per coprire le quote oggi gratuite determinerebbe un onere di spesa che supererebbe l’EBITDA per il 18% delle imprese manifatturiere in ETS, che impiegano circa 19mila dipendenti (16,5% del totale) e generano 744 milioni di valore aggiunto (5%).

La scarsa dinamica della produttività è la causa principale della bassa crescita dell’Italia. Guardando alle dinamiche di lungo periodo, la bassa crescita dell’economia italiana negli ultimi 30 anni (+0,7% in media all’anno contro l’1,5% dell’Eurozona e il 2,5% degli USA) è attribuibile alla bassa crescita della produttività che contribuisce algebricamente alla crescita del PIL.

Se, in astratto, avessimo la composizione dimensionale dell’economia tedesca la produttività delle imprese italiane salirebbe del +17,6% e supererebbe il livello della Germania del 2,8%; rispetto alla Francia crescerebbe del +14,8% colmando sostanzialmente il ritardo

Sulla sola manifattura, la produttività italiana con la composizione dimensionale tedesca salirebbe del 24,7%, con quella francese del 21,9% e anche in questo caso, il controfattuale azzererebbe il divario con Germania e Francia. La dinamica della produttività in Italia è, quindi, in buona parte legata a effetti di composizione della base  produttiva, basata molto più che altrove su micro e piccole imprese con le prime che  hanno una produttività decisamente più bassa delle corrispettive degli altri principali paesi europei (contrariamente alle altre classi dimensionali). Maggiore produttività  significa anche maggiori salari. Per questo occorre supportare la crescita dimensionale.  In direzione contraria va la riforma dell’artigianato che, oltre a mantenere le attuali  agevolazioni per gli artigiani e a determinare una riduzione del contributo alle entrate  pubbliche delle imprese che verranno assimilate agli artigiani stessi, spingerà le imprese  a rimanere sotto la soglia. Per questo avrà effetti negativi sulla produttività e quindi  sui salari.

Decisivi per l’innalzamento della produttività sono anche gli investimenti, soprattutto  quelli in beni immateriali, che, sebbene in crescita, sono su livelli inferiori a quelli dei  nostri competitor europei. La fine del PNRR causerà un rallentamento degli investimenti  nonostante l’ammontare cospicuo di risorse che si prevede di spendere nel prossimo  triennio. Con quelle che potrebbero derivare dall’attivazione della clausola per energia  e difesa, il rallentamento si avrà nel 2028 e negli anni seguenti.

L’incidenza degli investimenti sul PIL, con il PNRR, è aumentata in Italia di circa 3,7  punti percentuali rispetto al periodo precedente alla pandemia, mentre è diminuita di  circa 2 punti nel gruppo di paesi dell’area euro con una dotazione PNRR più contenuta.  Sarà cruciale trovare le modalità per mantenere elevata la quota di risorse destinate  agli investimenti.

Non sono mancate criticità nell’implementazione del PNRR (a partire dalla selezione  dei progetti), ma la valutazione complessiva appare positiva come mostra la riduzione  dei tempi di realizzazione delle opere (per un’opera media PNRR, dalla progettazione  all’inizio del collaudo, la durata è stimata in 31 mesi rispetto ai 38 delle opere precedenti  al 2018; la riduzione dei tempi amministrativi attribuibile al Piano raggiunge il 55%  nel Mezzogiorno, il 40% nel Centro e il 32% nel Nord), la riduzione dei tempi di  pagamento delle PA (nel 2025 il tempo medio ponderato di pagamento dell’insieme  delle amministrazioni è sceso a 27,2 giorni, dai 33,7 del 2023), la riduzione del tempo  di smaltimento dei procedimenti penali (disposition time penale ridotto nel 2025 del  31,2% rispetto al 2019, superando l’obiettivo PNRR del 25%) e civili (dopo una riduzione  del 28,8% a fine 2025, i dati ministeriali provvisori indicavano ad aprile 2026 un calo  del 40,6%).

Un fattore in grado di incidere sulla resilienza delle imprese è la solidità patrimoniale.  Minori vincoli finanziari migliorano la produttività tra il 5 e il 10%. Nel manifatturiero  italiano, la quota di capitale proprio sul totale delle passività è passata dal 34,5% nel  2007 al 50,0% nel 2024 superando, in aggregato, le imprese spagnole e francesi. Il  divario con la Germania si è ridotto da -21,3 punti percentuali nel 2007 ad appena -2,8  nel 2024.

La patrimonializzazione delle imprese è molto più bassa nelle costruzioni (33,6%) e  nei servizi (40,6%) rispetto al manifatturiero. La stessa quota per il totale economia,  in Italia, scende al 42,0% e, sebbene sia in forte crescita in tutti i settori, rimane ben  lontana dall’ analoga quota in Germania, pari al 50,9%.

Tra il 2015 e il 2024, la dispersione dei livelli di capitalizzazione tra le imprese è  aumentata decisamente e non riguarda esclusivamente la coda inferiore della  distribuzione, ma una fascia estesa di imprese collocate al di sotto della mediana. Queste imprese hanno partecipato solo in parte al  rafforzamento patrimoniale osservato in aggregato e rimangono fragili patrimonialmente con una capacità limitata  di finanziare investimenti e assorbire nuovi shock.

Serve proseguire sulla strada avviata anni fa e poi interrotta nel 2023 con l’eliminazione  dell’ACE che tanti benefici aveva determinato.

Fonte: Centro Studi Confindustria

La sicurezza è un diritto di tutti. Ma serve un nuovo modello per garantirla

Le dichiarazioni di Vincenzo De Luca riaprono il dibattito sulla sicurezza urbana: un diritto di tutti, da garantire attraverso prevenzione, tecnologia e una collaborazione coordinata tra istituzioni e vigilanza privata.

di Giovanni Di Nitto – Vicepresidente ASSIV

Le recenti dichiarazioni del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, prima alla Leopolda di Firenze il 2 ottobre e successivamente alla Festa dell’Ottimismo organizzata da Il Foglio il 10 ottobre, hanno riportato l’attenzione su un tema di grande rilevanza: la sicurezza urbana e la necessità di garantire ai cittadini condizioni di vita adeguate.

Al di là delle valutazioni politiche che possono accompagnare questi interventi, credo sia importante riflettere su una questione che riguarda tutti: la sicurezza è un diritto fondamentale, strettamente legato alla libertà individuale e alla qualità della vita, e come tale deve essere garantito senza distinzioni.

È soprattutto nelle realtà sociali più fragili che questo diritto assume un significato concreto. Chi vive in un quartiere periferico, chi rientra dal lavoro nelle ore serali, chi utilizza quotidianamente i mezzi pubblici o attraversa spazi urbani poco presidiati deve poterlo fare in condizioni di tranquillità.

Quando questo non accade, non viene compromessa soltanto la percezione della sicurezza, ma la stessa libertà delle persone di vivere pienamente la propria città.

Riconoscere la centralità di questo bisogno, tuttavia, non significa ritenere che la risposta possa essere affidata esclusivamente all’inasprimento delle sanzioni o al rafforzamento degli strumenti repressivi.

La repressione dei comportamenti illeciti è certamente una funzione indispensabile dello Stato, ma una politica della sicurezza realmente efficace deve essere in grado soprattutto di prevenire i fenomeni criminali, garantire un adeguato presidio del territorio e consentire interventi tempestivi.

Ed è proprio su questo punto che, a mio avviso, occorre ampliare la riflessione.

Non possiamo continuare ad affrontare la sicurezza urbana prevalentemente attraverso interventi emergenziali. Abbiamo bisogno di un modello organizzativo più moderno, che sappia integrare prevenzione, presenza sul territorio, tecnologia e coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti.

La sicurezza, infatti, non dipende soltanto dall’attività delle Forze dell’Ordine, il cui ruolo rimane naturalmente centrale e insostituibile, ma anche dalla capacità di organizzare un sistema nel quale competenze e risorse diverse possano contribuire, ciascuna nell’ambito delle proprie responsabilità, a un obiettivo comune.

In questo contesto ritengo che anche il settore della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza possa offrire un contributo importante, che oggi non viene sufficientemente considerato.

Parliamo di un comparto che in Italia occupa oltre centomila persone, dispone di professionalità qualificate, strutture operative, centrali di controllo, tecnologie avanzate e una presenza diffusa sul territorio nazionale.

Un patrimonio di competenze e risorse che già oggi contribuisce in maniera significativa alla protezione delle attività economiche, delle infrastrutture e di numerosi luoghi nei quali si svolge la vita quotidiana dei cittadini.

Occorre naturalmente essere molto chiari su un punto: non si tratta di immaginare che gli operatori privati possano sostituirsi alle Forze dell’Ordine o assumere funzioni di pubblica sicurezza riservate allo Stato. Le competenze e le responsabilità devono rimanere ben distinte, nel pieno rispetto della normativa vigente.

Il tema è piuttosto quello di comprendere come valorizzare, all’interno di un sistema coordinato, le risorse e le capacità operative che il settore privato già mette a disposizione del Paese.

Gli istituti di vigilanza gestiscono quotidianamente segnalazioni di allarme, sistemi di videosorveglianza, servizi di presidio e interventi sul territorio. Le centrali operative, attive ventiquattro ore su ventiquattro, rappresentano strutture organizzate in grado di ricevere informazioni, verificarle e attivare tempestivamente le procedure previste, comprese, quando necessario, le segnalazioni alle autorità competenti.

A queste capacità si aggiungono le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica.

L’intelligenza artificiale, i sistemi evoluti di videoanalisi e l’integrazione delle piattaforme di monitoraggio stanno modificando profondamente il modo di organizzare i servizi di sicurezza, consentendo di individuare più rapidamente situazioni anomale, ridurre i falsi allarmi e migliorare l’efficacia degli interventi.

Sono strumenti che, se utilizzati correttamente e nel rispetto delle regole, possono contribuire in maniera significativa anche a una migliore organizzazione complessiva della sicurezza.

La questione, quindi, non è soltanto quella di aumentare il numero degli operatori presenti sul territorio, ma soprattutto di utilizzare meglio le risorse disponibili, evitando duplicazioni e individuando forme di collaborazione più efficaci.

In questa prospettiva sarebbe utile ragionare su protocolli operativi condivisi, procedure di segnalazione e modalità di coordinamento che consentano, nei limiti delle rispettive competenze, una migliore collaborazione tra il sistema pubblico e quello privato.

Non si tratta necessariamente di costruire nuove strutture, quanto piuttosto di mettere in relazione quelle che già esistono, definendo con chiarezza ruoli, responsabilità e modalità operative.

Naturalmente la sicurezza urbana non può essere considerata soltanto sotto il profilo del controllo del territorio.

Esiste un rapporto molto stretto tra sicurezza, qualità degli spazi pubblici e condizioni sociali. L’illuminazione delle strade, la manutenzione, la pulizia, il contrasto al degrado e la presenza delle istituzioni contribuiscono a creare un ambiente nel quale diventa più facile prevenire comportamenti illeciti e garantire una migliore convivenza civile.

Una città curata, frequentata e adeguatamente presidiata è, generalmente, anche una città più sicura.

Per questo ritengo che prevenzione sociale, presidio del territorio, innovazione tecnologica e intervento delle autorità non debbano essere considerati strumenti alternativi, ma componenti di una strategia complessiva.

È su questa integrazione che dovrebbe fondarsi un nuovo modello di sicurezza urbana, capace di superare una logica prevalentemente emergenziale e valorizzare il contributo di tutti i soggetti che, nell’ambito delle proprie attribuzioni, possono concorrere alla tutela della collettività.

In questo senso, la proposta avanzata da De Luca di promuovere una conferenza nazionale sulla sicurezza urbana potrebbe rappresentare un’occasione utile per affrontare il problema in maniera organica, coinvolgendo amministrazioni locali, istituzioni, Forze dell’Ordine, rappresentanze sociali e operatori del settore.

Credo sarebbe importante che a questo confronto partecipassero anche le associazioni rappresentative della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, a partire da ASSIV, portando l’esperienza di un comparto che da anni investe in professionalità, organizzazione e innovazione tecnologica.

Non per rivendicare ruoli che non gli competono, ma per valutare concretamente quali forme di collaborazione possano essere sviluppate e quali strumenti organizzativi o normativi possano rendere più efficace il sistema nel suo complesso.

Del resto, se vogliamo davvero affrontare il tema della sicurezza urbana, dobbiamo partire da una considerazione molto semplice: le risorse pubbliche non sono illimitate e le esigenze di protezione dei cittadini sono sempre più articolate.

Questo non significa ridimensionare il ruolo dello Stato, che resta centrale e insostituibile, ma riconoscere che una migliore organizzazione delle risorse, pubbliche e private, può contribuire a ottenere risultati più efficaci.

Garantire la sicurezza significa certamente contrastare i comportamenti illeciti, ma significa anche investire nella prevenzione, nella qualità degli spazi urbani, nelle professionalità e nelle tecnologie, costruendo un sistema nel quale le diverse competenze possano operare in maniera coordinata.

È questo, a mio avviso, il passaggio culturale e organizzativo che dovremmo compiere: superare una concezione della sicurezza prevalentemente legata alla risposta all’emergenza, per arrivare a un modello capace di prevenire i rischi, utilizzare efficacemente le risorse disponibili e garantire una presenza organizzata e continuativa sul territorio.

La sicurezza è un diritto di tutti. Ma perché questo diritto sia effettivamente garantito, non basta affermarne l’importanza: occorre costruire le condizioni per renderlo concreto.

Ed è su questo obiettivo che istituzioni, amministrazioni e operatori del settore dovrebbero riuscire a trovare un terreno comune, nell’interesse dei cittadini.

Giovanni Di Nitto – Vicepresidente ASSIV

ICMQ: Corso Le norme del Project Management: ISO 21500, ISO 21502, UNI 11648 – 21 e 28 ottobre dalle ore 9.00 alle ore 13.00, in modalità online sincrona

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La preparazione di un Project Manager, che voglia impostare la propria attività in modo conforme ai requisiti delle norme di riferimento,
non può prescindere da una approfondita conoscenza dei loro contenuti.

Il corso è focalizzato sulle competenze metodologiche e sui requisiti professionali contenuti negli standard normativi nazionali e internazionali per la gestione dei progetti.

Esso, se fruito dopo aver conseguito la certificazione secondo UNI 11648 da parte di Organismo di Certificazione del Personale Accreditato, fornisce crediti formativi per il mantenimento della certificazione.

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  • – Applicazione pratica dei requisiti normativi nei settori pubblico e privato, con particolare attenzione al ruolo del RUP (Responsabile Unico del Procedimento).

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