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Vigilanza privata e sicurezza: nessuna sostituzione, ma una collaborazione sempre più necessaria

Il dibattito nato in questi giorni a Forlì sull’eventuale impiego della vigilanza privata a supporto delle esigenze di sicurezza urbana ripropone un tema che merita di essere affrontato senza equivoci.

Le Guardie Particolari Giurate non sostituiscono le Forze di polizia né la Polizia Locale. Svolgono funzioni diverse, disciplinate dalla legge, e operano nell’ambito della sicurezza sussidiaria, contribuendo alla tutela di beni e infrastrutture e alla prevenzione dei rischi.

Si tratta di un modello fondato sulla collaborazione, non sulla sovrapposizione di competenze. Le Forze di polizia continuano a esercitare le proprie funzioni istituzionali, mentre gli Istituti di Vigilanza Privata mettono a disposizione professionalità, organizzazione e tecnologie per svolgere le attività loro attribuite dall’ordinamento.

Negli ultimi anni il ruolo della vigilanza privata è cresciuto in modo significativo. Le Guardie Particolari Giurate operano quotidianamente presso infrastrutture critiche, ospedali, reti di trasporto, siti industriali, banche e numerosi altri obiettivi sensibili, rappresentando un presidio essenziale per la sicurezza del Paese.

Per questo motivo è importante superare una contrapposizione che non trova riscontro nella realtà. La questione non è scegliere tra pubblico e privato, ma valorizzare tutte le risorse disponibili, nel rispetto delle rispettive competenze.

La vigilanza privata non rappresenta una “privatizzazione della sicurezza”, ma una componente qualificata del sistema nazionale della sicurezza sussidiaria. Attraverso attività di prevenzione, vigilanza e protezione di beni e infrastrutture, opera in piena complementarità con le Forze di polizia, nel rispetto delle competenze attribuite dalla legge. L’esperienza dimostra che la collaborazione tra pubblico e privato contribuisce a rafforzare la sicurezza complessiva e a rendere più efficace il sistema di tutela del Paese.

Il confronto di questi giorni dimostra ancora una volta quanto sia necessario diffondere una corretta conoscenza del ruolo della vigilanza privata. Solo partendo da una chiara distinzione delle competenze è possibile costruire un sistema di sicurezza moderno, nel quale ogni soggetto contribuisce, secondo le proprie funzioni, alla tutela dell’interesse collettivo.

Fonte: Il Resto del Carlino, “Scontro sui vigilantes privati: non sostituiranno gli agenti”, 4 agosto 2026.

CONFINDUSTRIA: Indagine Rapida – Luglio: migliorano le aspettative sulla produzione

  • L’indagine rapida sulla produzione industriale presso le grandi imprese associate a Confindustria indica, nella rilevazione di luglio, un lieve miglioramento delle aspettative rispetto al mese precedente: si riduce la quota di imprese che prevede una produzione stabile e aumenta quella di chi si attende una crescita. Poco meno della metà delle imprese intervistate prevede una stabilità della produzione (41,1%, contro il 47,3% di giugno), mentre il 49,0% si attende un aumento moderato o rilevante (43,9% a giugno). Infine, la quota degli intervistati che prevede un calo è pari al 9,9%, a fronte dell’8,8% di giugno (Grafico 1).
  • Domanda e ordini continuano a rappresentare il principale fattore a sostegno della produzione. Il saldo registra valori ampiamente espansivi pur essendo in calo rispetto alla rilevazione precedente (+9,6% dopo +14,3% di giugno) (Grafico 2).
  • A luglio i costi di produzione sono ancora il fattore di freno alla produzione più indicato dalle imprese intervistate. Il saldo delle risposte tuttavia segna una contrazione meno marcata (-4,6% dopo il -10,6% di giugno).
  • Le attese degli industriali sulla disponibilità di manodopera nei prossimi mesi restano negative: il saldo nel mese in corso è pari a -3,5%, in lieve peggioramento rispetto alla rilevazione di giugno (-3,2%).
  • Il saldo relativo alla disponibilità di materiali migliora rispetto a giugno, pur presentando ancora valori negativi (-0,6% da -1,2%).
  • Il saldo relativo alle condizioni finanziarie resta invariato (-1,2%).
  • Le grandi imprese industriali nella rilevazione di luglio peggiorano il giudizio riguardo alla disponibilità degli impianti, il saldo tuttavia resta in territorio positivo (+0,4% dopo il +1,8% a giugno).

Confindustria: Real Time Turnover Index – RTT in leggero aumento a giugno

RTT 2.0, risultato di un aggiornamento della metodologia e calcolato in base ai dati sul fatturato (destagionalizzato e deflazionato) del campione di imprese clienti di TeamSystem, registra un +0,1% a giugno, con variazioni positive in tutti i settori dell’economia.

Il dato aggregato di RTT per l’economia italiana

  • A giugno RTT indica un piccolo aumento: +0,1% normalizzato, dopo il calo di -0,4% registrato a maggio (Grafico 1).
  • Grazie a tale incremento e a quello di aprile, RTT registra una variazione di poco positiva nel 2° trimestre (+0,2% normalizzato).

RTT per i macro-settori produttivi

  • RTT a giugno indica un’industria in lieve recupero (+0,2%), dopo la forte flessione di maggio (Grafico 2).
  • Nei servizi si registra un maggior aumento a giugno (+0,7%), comunque insufficiente a recuperare il calo di maggio.
  • Anche RTT nelle costruzioni è in aumento (+0,7%), dopo la stabilità del mese precedente.
  • La variazione nel 2° trimestre è positiva per i servizi, un po’ meno per le costruzioni, negativa invece nell’industria (-0,8%).

RTT per le macro-aree

  • RTT a giugno è positivo in tutte le macro-aree, di più al Sud (+2,6%) e al Nord-Est (+1,4%; Grafico 3).
  • La variazione nel 2° trimestre è positiva al Nord-Ovest e al Centro, mentre è di poco negativa al Nord-Est e quasi nulla al Sud (-0,1%).

RTT per le dimensioni d’impresa

  • RTT a giugno registra un incremento per tutte le classi dimensionali, più ampio per le grandi imprese dopo il forte calo di maggio.
  • La variazione nel 2° trimestre è positiva per tutte le dimensioni, più ampia per le grandi imprese.

Fonte: Centro Studi Confindustria

Contro la criminalità giovanile le migliori esperienze europee puntano sulla prevenzione (Huffington Post)

Accanto all’indispensabile rafforzamento degli strumenti di contrasto, appare necessario promuovere una grande alleanza educativa tra famiglie, scuola, istituzioni, forze dell’ordine, mezzi di comunicazione e società civile. Anche il comparto della sicurezza privata può e deve svolgere un ruolo importante

L’approvazione da parte del governo del nuovo disegno di legge sulla sicurezza, già ribattezzato dal dibattito pubblico “decreto anti-maranza”, rappresenta una risposta politica e normativa a un fenomeno che negli ultimi anni ha alimentato un crescente senso di insicurezza nelle città italiane: l’aumento degli episodi di violenza giovanile, delle baby gang, dei vandalismi e delle aggressioni nei luoghi della movida e nelle aree urbane più frequentate. Le misure approvate dal Consiglio dei ministri introducono strumenti più incisivi per le Forze dell’Ordine, tra cui il divieto di aggregazione disposto dal Questore per soggetti ritenuti pericolosi, l’estensione del fermo preventivo anche ai minori coinvolti in comportamenti a rischio e un inasprimento delle sanzioni per gli atti vandalici commessi in gruppo. 

Si tratta di un intervento che nasce da un’esigenza reale. Negare l’esistenza del problema sarebbe un errore. I cittadini chiedono più sicurezza, soprattutto nei contesti urbani dove episodi di intimidazione, violenza gratuita e microcriminalità si manifestano con maggiore frequenza. Al tempo stesso, tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato pensare che la sola risposta repressiva possa risolvere un fenomeno che affonda le proprie radici nel disagio sociale, educativo e culturale di una parte del mondo giovanile.

Gli studi più autorevoli confermano infatti che la criminalità minorile è un fenomeno complesso. Il rapporto dell’Eurispes sulla devianza giovanile richiama la necessità di un approccio multidisciplinare che combini contrasto, prevenzione, inclusione sociale, interventi educativi e sostegno alle famiglie. Lo stesso report evidenzia come i social network possano amplificare e normalizzare comportamenti violenti, contribuendo a creare modelli emulativi tra i più giovani. 

Un ulteriore elemento che merita attenzione è la crescente evidenza che questi fenomeni non riguardano esclusivamente contesti sociali marginali o economicamente svantaggiati. Sempre più spesso, infatti, episodi di violenza, bullismo, vandalismo e aggressioni vedono coinvolti giovani provenienti da famiglie benestanti, inserite in contesti educativi e territoriali che, almeno in apparenza, non presentano particolari criticità socioeconomiche. Questo dato impone una riflessione più profonda sulle cause che alimentano tali comportamenti.

Accanto alle fragilità familiari e al disagio sociale, emerge infatti una progressiva erosione di alcuni fondamentali valori etici e civici che tradizionalmente hanno rappresentato punti di riferimento nella crescita delle nuove generazioni: il rispetto dell’autorità, il senso del limite, la responsabilità individuale e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. A ciò si aggiunge il rischio di una crescente distanza dalla realtà concreta, favorita da un utilizzo spesso incontrollato dei social network e dalla diffusione di contenuti digitali nei quali la violenza viene spettacolarizzata, banalizzata o trasformata in elemento di successo e visibilità.

Non si tratta di attribuire un rapporto automatico di causa-effetto tra videogiochi, piattaforme digitali e comportamenti criminali, ma è innegabile che l’esposizione continua a modelli aggressivi, alla ricerca esasperata del consenso online e alla condivisione virale di episodi di prevaricazione possa contribuire ad abbassare la percezione della gravità di determinati comportamenti. In molti casi, infatti, i giovani autori di aggressioni o atti vandalici sembrano non percepire pienamente la natura criminale delle proprie azioni, considerandole piuttosto una forma di intrattenimento, di affermazione all’interno del gruppo o di ricerca di notorietà sui social. Da qui deriva anche un preoccupante senso di impunità, alimentato dalla convinzione che le conseguenze saranno limitate o inesistenti.

Per questa ragione, accanto all’indispensabile rafforzamento degli strumenti di contrasto, appare necessario promuovere una grande alleanza educativa tra famiglie, scuola, istituzioni, forze dell’ordine, mezzi di comunicazione e società civile, capace di ricostruire il senso della legalità e della responsabilità personale. La sicurezza urbana non può infatti essere affidata esclusivamente all’intervento repressivo: deve poggiare anche sulla capacità di trasmettere ai più giovani il valore del rispetto delle regole, della convivenza civile e della dignità della persona.

È proprio osservando ciò che accade nel resto d’Europa che emerge un elemento particolarmente interessante: i Paesi che hanno ottenuto i risultati migliori nel contenimento della criminalità giovanile non si sono limitati a rafforzare gli strumenti di polizia, ma hanno costruito strategie integrate. Nel Regno Unito, ad esempio, accanto a misure severe contro il porto di coltelli e le gang giovanili, sono stati sviluppati programmi di intervento precoce nelle scuole e nelle comunità locali. In Francia sono state rafforzate le attività di controllo nelle aree più critiche, ma parallelamente sono stati avviati percorsi di recupero e mediazione rivolti ai minori a rischio. In Germania e nei Paesi nordici il modello prevalente è quello della prevenzione sociale, con investimenti significativi nell’educazione, nello sport, nel sostegno psicologico e nella presenza di operatori territoriali capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in devianza.

L’esperienza europea suggerisce quindi una lezione chiara: la repressione è necessaria, ma da sola non basta. Le politiche più efficaci sono quelle che combinano sicurezza, educazione e inclusione. Lo stesso approccio è coerente con le strategie europee di contrasto alla criminalità e alla radicalizzazione giovanile, fondate sulla cooperazione tra istituzioni, forze di polizia, sistema scolastico, famiglie e società civile. 

In questo contesto anche il comparto della sicurezza privata può e deve svolgere un ruolo importante. ASSIV, che rappresenta le principali imprese italiane della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, ritiene che la tutela dei cittadini debba fondarsi su una visione moderna della sicurezza integrata. Le guardie particolari giurate e gli operatori della sicurezza privata rappresentano ogni giorno un presidio qualificato in centri commerciali, stazioni, infrastrutture critiche, eventi pubblici e aree urbane ad alta frequentazione, contribuendo in modo complementare all’azione delle Forze dell’Ordine.

L’associazione è pronta a mettere a disposizione delle istituzioni la propria esperienza per sviluppare modelli più avanzati di prevenzione territoriale, valorizzando la collaborazione pubblico-privato, l’utilizzo delle nuove tecnologie, i sistemi di videosorveglianza intelligente e la raccolta tempestiva di informazioni utili alle autorità competenti. Allo stesso tempo, ASSIV sostiene la necessità di investire nella cultura della legalità, nella formazione dei giovani e nella responsabilizzazione delle comunità locali.

Il dibattito aperto dal decreto anti-maranza offre dunque un’occasione che va oltre l’emergenza del momento. Il vero obiettivo non deve essere soltanto punire chi delinque, ma costruire le condizioni affinché un numero sempre minore di ragazzi scelga la strada della violenza. Per riuscirci servono norme efficaci, controlli adeguati e presidi di sicurezza, ma anche scuole più forti, famiglie sostenute e comunità capaci di educare.

La sicurezza è un diritto fondamentale. Ma è anche una responsabilità collettiva. E l’Italia può trarre insegnamento dalle migliori esperienze europee per costruire un modello che sappia coniugare fermezza, prevenzione e inclusione. Solo così sarà possibile contrastare davvero il fenomeno delle baby gang e restituire ai cittadini il pieno e sicuro godimento dei propri quartieri e degli spazi pubblici, indispensabili per sostenere una socialità sempre più aggredita dalla comunicazione virtuale.Partecipa alla conversazione

Maria Cristina Urbano

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