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L’Europa al bivio ha scelto la strada dell’accordo (Europa Atlantica)

 

L’EUROPA AL BIVIO HA SCELTO LA STRADA DELL’ACCORDO

By Redazione / 21 Luglio 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un passo storico l’accordo raggiunto dopo 5 giorni di riunione sul Recovery Fund. L’Italia è tra i paesi che saranno maggiori beneficiari del programma. L’UE nel suo complesso ne esce vincitrice

Non era facile ne scontato, ma al termine dell’ennesima nottata di confronto, dopo 5 giorni di vertice, il Consiglio ha chiuso uno storico accordo sul Recovery Fund. Una giornata storica per l’Europa, come ha commentato il Presidente Francese Macron, uno dei più convinti sostenitori di una risposta europea straordinaria alla crisi prodotta dalla pandemia da Covid-19 insiem ai leaders di Italia, Spagne e Germania.

Dopo giorni di intenso confronto, in particolare tra l’asse dei paesi “frugali” guidato dal premier olandese Rutte e il fronte dei paesi mediterranei, di cui principale voce è stata quella del Presidente del Consiglio italiano Conte, finalmente l’Unione è riuscita a dare un segnale chiaro ed inequivocabile. La risposta alla crisi drammatica generata dalla pandemia sarà unitaria, forte e di ampia portata, con un impegno di circa 750 miliardi di euro tra sussidi e prestiti.

In Italia e Spagna, i due paesi europei più colpiti dalla pandemia su cui il virus ha avuto un impatto pesantissimo non solo sul piano sanitario ma anche a livello economico e sociale, andranno le fette più consistenti di risorse: per l’Italia circa 81 miliardi di aiuti diretti, più gli altri in prestiti, pari a circa 127 miliardi. Una cifra enorme, che con la somma sussidi e prestiti fa dell’Italia il primo beneficiario del programma, disponibile dal secondo trimestre del 2021, vincolata ad un piano nazionale di riforme che possa aiutare il paese a ripartire ed investire al meglio le risorse, nei tempi previsti. Un successo evidente per il nostro paese, che ha sempre scommesso su una riposta europea alla crisi e si è indubbiamente battuto, anche aspramente, con i rappresentanti dei paesi più rigoristi del Nord Europa.

Si è trattato di un accordo che permette all’Unione di rifiatare, dopo settimane e mesi molto difficili, e di programmare un intervento davvero eccezionale, per sostenere i paesi più in difficoltà dopo l’ondata dell’emergenza sanitaria. Tutti i leaders europei, a partire da quelli che rappresentano le sue istituzioni, hanno commentato positivamente il successo, rivendicandone l’importanza sia per l’Unione che per i singoli paesi. Indubbiamente si è trattato di un passo storico, frutto di un confronto tra idee e visioni diverse della stessa Europa. L’asse dei paesi maggiori, guidato da Francia e Germania, in questo semestre a guida tedesca, e il ruolo giocato da Italia e paesi del Sud, ha permesso all’Unione di realizzare un risultato che ha anche il merito di mettere un punto fermo sul percorso di integrazione europeo dopo anni molto difficili.

Adesso l’accordo dovrà essere portato avanti e realizzato. Non mancheranno certamente altre occasioni in cui gli Stati dell’Unione e i loro rispettivi governi si confronteranno sul ruolo e sul futuro dell’Unione stessa, mettendo in campo visioni e prospettive differenti. In questo il ruolo, sempre centrale, del Consiglio, continuerà anche nei prossimi anni a condizionare le scelte e le prospettive di sviluppo del percorso di integrazione europea. Restano infatti alcuni nodi politici non banali da sciogliere, in parte rappresentati dal confronto tra fautori dell’austerity e paesi del Sud, ma anche il tema della difesa dei diritti democratici e dello Stato di diritto, come quello della politica estera, della difesa comune e della sicurezza dell’Unione.

L’emergenza del Covid ha dimostrato quante siano ancora numerose le fragilità dell’Unione, soprattutto di fronte alle emergenze. La reazione messa in campo contro la crisi, seppur forse più lentamente di quanto si potesse sperare, è un passo importante. A partire dalla BCE e poi coi programmi della Commissione e infine attraverso l’accordo del Consiglio, anche grazie ad un protagonismo sempre maggiore del Parlamento Europeo, l’Unione ha dato segno chiaro della propria forza. Un passo importante, da cui ripartire in vista anche delle prossime sfide e soprattutto, per rendere l’Unione più capace di reagire rapidamente, anche a possibili nuove crisi.

Europa Atlantica

 

http://migr.assiv.it/wp-content/uploads/2020/07/5.-Europa-Atlantica.pdf

Confindustria presenta il Rapporto Regionale PMI 2020

Confindustria presenta il Rapporto Regionale PMI 2020

 A cura del Dipartimento delle Politiche Regionali e Coesione del Territoriale.

“Una fotografia a tinte fosche quella scattata dal nuovo Rapporto Regionale PMI 2020, realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno che, in un’unica pubblicazione, integra le evidenze presentate negli anni scorsi nel Rapporto PMI Mezzogiorno e nel Rapporto PMI Centro-Nord.

Il volume di quest’anno si arricchisce di un capitolo di analisi sugli impatti che il Covid-19 ha determinato sui sistemi locali di PMI, nonché di una sezione dedicata alla ricognizione e all’approfondimento delle misure messe in campo sia a livello europeo che nazionale per fronteggiare l’emergenza.

A completare il tutto, una monografia sui potenziali effetti della Tassonomia UE per la Finanza Sostenibile, con un focus sulla capacità delle nostre imprese di sostenere gli investimenti necessari alla riconversione e sull’impatto delle nuove norme a livello territoriale”.

 

In allegato il comunicato Stampa, le slides di presentazione e  il rapporto Regionale PMI 2020 completo

Fonte: Confindustria

Huffpost, Maria Cristina Urbano: Tutti i punti critici del Decreto Semplificazioni

Huffpost, Maria Cristina Urbano: Tutti i punti critici del Decreto Semplificazioni

Dopo un’attesa di diversi giorni rispetto la sua approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, sulla Gazzetta Ufficiale di giovedì scorso è stato finalmente pubblicato il Decreto-legge cosiddetto Semplificazioni.

Dico finalmente perché il comparto della vigilanza privata attendeva da tempo un provvedimento che andasse in questa direzione e il nostro augurio è che il governo apra una fase di consultazioni con le parti sociali maggiormente rappresentative per poterne definire meglio il perimetro e far sì che, in fase di conversione in legge, il Decreto acquisisca l’indispensabile incisività.

Tanto più che, se da una parte è assolutamente condivisibile l’idea alla base del provvedimento, ovvero quella di semplificare alcuni processi, tuttavia l’impianto complessivo dell’articolato mostra numerose criticità, anche per quanto riguarda le previsioni in deroga al codice dei Contratti Pubblici.

A partire dall’articolo 1 le conseguenze del nuovo provvedimento potrebbero essere, infatti, assai problematiche per tutto il comparto degli istituti di vigilanza privata e servizi fiduciari, facendo venire meno il lavoro fatto negli ultimi anni in termini di riqualificazione del settore, riconosciuto da ultimo nel Decreto-legge Sblocca cantieri dello scorso anno, con il quale si vietava l’assegnazione degli appalti di servizi labour intensive (come il nostro) mediante il ricorso al criterio del massimo ribasso.

Con il DL Semplificazioni si torna indietro, a una realtà che si sperava definitivamente superata: il comma b) dell’art. 2, prevede che la stazione appaltante possa decidere, nel caso di procedura negoziata, se applicare il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa o il massimo ribasso. Tale previsione rivela appieno la sua gravità se letta in combinato disposto con l’articolo 2, comma a) del decreto legislativo 50 del 2016 (il Codice dei Contatti Pubblici), perché significa che gli affidamenti diretti per il comparto che rappresento potrebbero andare ben oltre i 150.000 euro indicati, potendo bensì arrivare fino alla soglia dei 750.000 euro.

Il tutto a discrezione della stazione appaltante, alla quale non è posto neppure il divieto di scindere la stessa gara d’appalto in più lotti, così da poter procedere, alla bisogna, esclusivamente con affidamenti diretti. Viene così assegnato a chi bandisce la gara un potere discrezionale enorme, che rischia molto concretamente di distorcere il mercato e di restringerlo ancora di più, come se non fosse stato già depresso dalle continue crisi economiche degli ultimi anni e dal recente tsunami Covid-19.

In un sol colpo, il legislatore sembra esser tornato indietro di più di un anno modificando ancora una volta quello che è un vero e proprio nodo cruciale degli affidamenti per i servizi ad alta intensità di manodopera, vale a dire l’obbligo di dover procedere esclusivamente con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Dopo essere riusciti a ottenere l’importante modifica in tal senso, ci si ritrova improvvisamente in un limbo in cui pare che le stazioni appaltanti possano discrezionalmente decidere di aggiudicare anche un servizio di vigilanza (ma così è per tutti i servizi labour intensive) con il criterio del massimo ribasso. Il condizionale è d’obbligo alla luce della poca chiarezza della norma, tuttavia è fondamentale notare detto peculiare profilo soprattutto per i risvolti dirompenti che ne potrebbero derivare.

Vale ricordare in proposito che il comparto degli istituti di sicurezza privata è composto da diverse centinaia di imprese che sono in grado di gestire gare d’appalto da qualche centinaio di migliaia d’euro, ma da un numero significativamente minore quando le cifre si avvicinano o superano il milione.

Nel momento in cui certamente sotto i 150.000 euro, ma potenzialmente anche fino a 750.000, il provvedimento prevede l’affidamento diretto tour court e sopra tale soglia il ricorso alla gara a invito, dal mercato della sicurezza rischiano di essere escluse tante piccole e medie aziende che, o non risultano sufficientemente in evidenza presso le strutture amministrative pubbliche sui territori e quindi non riescono ad inserirsi nei bandi minori, o non possiedono i requisiti finanziari e organizzativi per poter concorrere, con l’ipotesi di vincerli, in appalti più grandi.

L’iniziativa economica privata è libera, come afferma la Costituzione italiana, e quindi nulla vieta alle imprese di riorganizzarsi alla luce di queste nuove disposizioni, tuttavia si tratta di disposizioni provvisorie, in attesa di una riforma complessiva del Codice degli Appalti più volte annunciata dalla maggioranza di governo.

E allora quante saranno le aziende capaci di sostenere gli oneri finanziari e organizzativi necessari a sopravvivere al nuovo, contingente, scenario di mercato? In questo momento di assoluta incertezza, poi, dove persino gli analisti più navigati e le più importanti istituzioni finanziarie nazionali ed internazionali fanno fatica a delineare gli scenari di medio periodo. Poche, tendenzialmente quelle con capacità finanziarie maggiori, quindi le più grandi.

Inoltre vi è il rischio concreto di tornare a quella macelleria sociale provocata dal criterio del massimo ribasso cui, con questo decreto, la pubblica amministrazione può di nuovo ricorrere in caso di appalti ad alta intensità di mano d’opera, come quelli della sicurezza, sia armata che disarmata.

Un altro discorso, ancora più ampio, potrebbe farsi per il rischio di ricorsi, interventi della magistratura, conseguenze penali di vario genere, ma preferisco riservare queste riflessioni ad un futuro approfondimento.

Ciò che mi preme evidenziare con forza, in questa sede, è che un insieme di provvedimenti straordinari ravvicinati nel tempo, per far fronte a una situazione certamente straordinaria, rischia di scardinare il sistema anziché semplificarlo, ben oltre le buone intenzioni.

Uno dei modi per impedire che ciò accada, e massimizzare l’impatto delle norme in termini di efficacia, è garantire una continua e pragmatica interlocuzione con le parti sociali sugli aspetti applicativi delle norme stesse, anche incardinando osservatori permanenti presso i ministeri di riferimento (che siano però di natura operativa, capaci di mettere a fuoco le criticità, proporre tempestivamente le soluzioni). Chiamarla concertazione porta alla memoria dinamiche archiviate nel passato.

Ma si pensi alla sostanza piuttosto che alla forma: vi sono solo vantaggi in un virtuoso e sano dialogo tra politica, amministrazione pubblica e parti sociali. Assiv lo chiede da tempo con forza al ministero dell’Interno, se non ora quando?

Inail – Covid-19, quasi 50mila i contagi sul lavoro denunciati all’Inail

Covid-19, quasi 50mila i contagi sul lavoro denunciati all’Inail

Alla data del 30 giugno le infezioni da Covid 19 di origine professionale segnalate all’Istituto sono 965 in più rispetto al monitoraggio precedente. I casi mortali sono 252 (+16), concentrati soprattutto tra gli uomini (82,5%) e nel Nord-Ovest (58,3%), con un’età media dei deceduti di 59 anni

I contagi sul lavoro da nuovo Coronavirus rilevati dall’Inail alla data del 30 giugno sono 49.986, 965 in più rispetto al monitoraggio del 15 giugno e pari a circa un quinto delle denunce di infortunio pervenute all’Istituto dall’inizio dell’anno. I casi mortali sono 252 (+16), concentrati soprattutto tra gli uomini (82,5%) e nelle fasce 50-64 anni (69,8%) e over 64 anni (19,5%), con un’età media dei deceduti di 59 anni.

Prendendo in considerazione il totale delle infezioni di origine professionale segnalate all’Inail, il rapporto tra i generi si inverte – il 71,6% dei lavoratori contagiati sono donne – e l’età media scende a 47 anni. A fare il punto della situazione è il sesto report nazionale elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, pubblicato oggi insieme alla versione aggiornata delle schede di approfondimento sui casi registrati nelle 19 regioni italiane e nelle due province autonome di Trento e Bolzano, diffuse con cadenza mensile.

Nell’Italia settentrionale più di otto denunce su 10. Dall’analisi territoriale emerge che più di otto denunce su 10 sono concentrate nell’Italia settentrionale: il 56,2% nel Nord-Ovest e il 24,2% nel Nord-Est, seguiti da Centro (11,8%), Sud (5,7%) e Isole (2,1%). Concentrando l’attenzione sui contagi con esito mortale, la percentuale del Nord-Ovest rispetto al totale sale al 58,3%, mentre il Sud, con il 15,1% dei decessi, precede il Nord-Est (13,1%), il Centro (11,9%) e le Isole (1,6%).  

La Lombardia è la regione più colpita, con oltre un terzo dei casi denunciati (36,1%) e il 44,8% dei decessi. Nel dettaglio, il 30,2% dei 18.032 contagi sul lavoro denunciati nel territorio lombardo riguardano la provincia di Milano, ma con 32 decessi la provincia di Bergamo conferma il primato negativo per i casi mortali, seguita da Milano (22), Brescia (20) e Cremona (16).

Oltre un terzo dei decessi in ambito sanitario. Circa il 99% delle denunce riguarda la gestione assicurativa dell’Industria e servizi, mentre i casi registrati in Agricoltura, nella Navigazione e nella gestione per Conto dello Stato sono circa 600. Rispetto alle attività produttive, il 72,1% del complesso delle infezioni denunciate e il 26,1% dei casi mortali si concentra nel settore della Sanità e assistenza sociale (che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche, policlinici universitari, residenze per anziani e disabili), che insieme al settore degli organismi pubblici preposti alla sanità (Asl) porta all’81,2% la quota dei contagi e al 36,6% quella dei decessi avvenuti in ambito sanitario. Seguono i servizi di vigilanza, pulizia, call center, il settore manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, alimentari), le attività di alloggio e ristorazione, il commercio e il trasporto e magazzinaggio.

Tecnici della salute, medici e operatori socio-assistenziali le categorie più coinvolte. Con il 40,6% dei contagi denunciati, oltre l’83% dei quali relativi a infermieri, la categoria professionale dei tecnici della salute si conferma la più colpita dal virus, seguita dagli operatori socio-sanitari (21,3%), dai medici (10,5%), dagli operatori socio-assistenziali (8,7%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, come ausiliari, portantini e barellieri (4,7%).

L’analisi dei decessi rivela come circa il 40% riguardi personale sanitario e socio-assistenziale. Nel dettaglio, l’11,8% dei casi mortali codificati riguarda i tecnici della salute (il 63% sono infermieri), seguiti dai medici (9,3%), dagli operatori socio-sanitari (8,1%), dagli operatori socio-assistenziali e dal personale non qualificato nei servizi sanitari (4,3% per entrambe le categorie).

Fonte: INAIL