
In questa intervista ad ASSIV, la senatrice Cinzia Pellegrino (Fratelli d’Italia) affronta la sicurezza in tutte le sue dimensioni: dalle crisi internazionali alle minacce ibride, dalla tutela delle infrastrutture critiche alla sicurezza sussidiaria, illustrando il ruolo sempre più strategico della vigilanza privata nella protezione del sistema Paese.
La crisi in Medio Oriente dimostra che la sicurezza nazionale è strettamente legata agli equilibri internazionali. Quali sono oggi le principali sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare?
Dobbiamo partire dalla consapevolezza che i confini fisici non bastano più a delimitare lo spazio della nostra protezione. La stabilità internazionale è la premessa della nostra stabilità interna, e la crisi mediorientale lo dimostra con un’evidenza che sarebbe irresponsabile ignorare.
La posizione che l’Italia ha assunto sotto la guida del Presidente Meloni poggia su due capisaldi che si tengono insieme senza contraddizioni. Da un lato, il riconoscimento pieno del diritto di Israele a difendere la propria esistenza e la propria popolazione dal terrorismo; dall’altro, la convinzione altrettanto ferma che ogni azione militare debba iscriversi nel perimetro della proporzionalità e che la protezione dei civili nella Striscia rappresenti un imperativo umanitario ineludibile.
Su questo secondo versante, l’Italia ha scelto la via dei fatti. Siamo stati tra i primi in Occidente a muoverci con iniziative concrete, come il programma “Food for Gaza” e l’accoglienza nei nostri ospedali di bambini palestinesi bisognosi di cure. Non gesti simbolici, ma scelte operative che raccontano un Paese capace di unire fermezza e compassione. Parallelamente, abbiamo condotto un’azione diplomatica instancabile, dalla presidenza del G7 fino alle sedi delle Nazioni Unite, per contenere il rischio di un’escalation regionale e per riportare l’orizzonte dei negoziati sull’unica via praticabile: quella dei due popoli e dei due Stati, che resta l’architrave di ogni pace duratura.
Tre sono le ricadute dirette di questa crisi sulla nostra sicurezza nazionale. La prima riguarda la protezione delle rotte commerciali: il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz costituiscono passaggi obbligati per l’approvvigionamento energetico del nostro Paese e per l’intera economia italiana, e la libertà di navigazione in questi snodi rappresenta un interesse vitale che riguarda gli scambi commerciali non solo italiani, ma anche della maggior parte delle Nazioni nel mondo.
La seconda attiene alla tutela dei nostri contingenti militari, a partire dai soldati impegnati nella missione UNIFIL in Libano, la cui incolumità merita ogni attenzione in un teatro operativo diventato progressivamente più instabile.
La terza, infine, si misura sul tessuto della nostra convivenza civile: le tensioni nelle piazze, scatenate da frange estremiste di sinistra che sfruttano ogni tema possibili per creare disordini e compiere atti violenti, rappresentano fenomeni che vanno letti con lucidità e contrastati con determinazione, senza ambiguità e senza indulgenze.
Il Governo Meloni ha posto la sicurezza tra le priorità della propria azione politica. Quali risultati ritiene più significativi e quali sono gli obiettivi ancora da raggiungere?
Quando questo Esecutivo si è insediato, la sicurezza era un tema che giaceva da troppo tempo in fondo all’agenda dei precedenti Governi, ma per una progressiva sottovalutazione del fenomeno mista a una piaggeria ideologica, che avevano finito per erodere tanto la percezione quanto la sostanza della protezione dei cittadini.
Abbiamo invertito la rotta e oggi possiamo misurarne gli effetti.
Il primo intervento ha riguardato la colonna vertebrale di ogni sistema di sicurezza: le donne e gli uomini che lo compongono. Il piano di assunzioni che abbiamo varato, con oltre 37.400 nuovi ingressi tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza con la copertura integrale del turnover, non ha precedenti per dimensioni e ambizione. A questo si è accompagnato uno stanziamento di un miliardo e mezzo per il rinnovo dei contratti del comparto, perché riconoscere la dignità del servizio significa anche riconoscerne il valore economico.
I riscontri sono già misurabili: i dati del Ministero dell’Interno indicano una flessione dei reati più gravi e un contenimento molto significativo dell’immigrazione irregolare, frutto di un approccio che ha sostituito alla dimensione ideologica una gestione pragmatica e finalmente efficace. Sul versante legislativo siamo intervenuti con una tempestività che ha segnato una discontinuità netta: dal Decreto Caivano per contrastare la criminalità giovanile, alle norme per accelerare lo sgombero degli immobili occupati abusivamente, fino alle operazioni ad alto impatto che hanno restituito decoro e vivibilità a stazioni e aree urbane lasciate a lungo in balìa del degrado.
Resta aperto il cantiere più ambizioso: il completamento del nuovo Pacchetto Sicurezza, che costituirà il prossimo avanzamento della nostra strategia. L’obiettivo è articolato ma unitario: affrontare con strumenti aggiornati il fenomeno delle baby gang, rafforzare la cornice di tutela giuridica e operativa per le Forze dell’Ordine, intensificare il contrasto ai reati predatori che colpiscono le fasce più vulnerabili della popolazione, restituire a ogni cittadino la percezione concreta di uno Stato presente e credibile.
Le minacce odierne sono sempre più ibride e coinvolgono terrorismo, cybersicurezza e protezione delle infrastrutture critiche. Come deve devolvere il sistema italiano della sicurezza?
La natura delle minacce che abbiamo di fronte è cambiata più rapidamente di quanto la nostra capacità di risposta sia riuscita a tenere il passo. È un dato di fatto da cui bisogna partire con onestà intellettuale. Il conflitto contemporaneo ha superato la tripartizione classica tra terra, aria e mare per proiettarsi in una quarta e ormai in una quinta dimensione: lo spazio cibernetico e quello cognitivo. Il DDL Cybersicurezza che abbiamo portato avanti nasce proprio dalla volontà di recuperare questo ritardo.
Per noi la cybersecurity coincide senza sconti con la sicurezza nazionale. Le minacce ibride prendono di mira le dorsali della nostra vita collettiva, la sanità, i trasporti, le reti energetiche, con attacchi che possono paralizzare servizi essenziali o sottrarre dati industriali e brevetti su cui si fonda la nostra competitività. Ed è per questo che non la consideriamo solo un settore specialistico da delegare ai tecnici, ma il perimetro stesso della sovranità contemporanea.
L’evoluzione che abbiamo in mente si condensa in una formula: passare a un modello di sicurezza globale e capace di rispondere proattivamente e in tempo reale alle minacce.
Siamo partiti, in primis, da un apparato sanzionatorio adeguato alla gravità del fenomeno, con pene severe per l’estorsione informatica e per i reati che colpiscono le infrastrutture critiche. In secondo luogo, abbiamo introdotto obblighi strutturali per tutte le pubbliche amministrazioni: ogni ente dovrà dotarsi di un referente cyber e di sistemi di crittografia avanzati, mettendo fine alla stagione dell’approssimazione che ha esposto falle inaccettabili.
Infine, abbiamo voluto costruire una sinergia stabile tra l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, i servizi di Intelligence e il tessuto delle imprese private, perché la protezione delle reti strategiche non venga affidata a sforzi isolati, ma sia frutto di una regia unitaria e di una cooperazione permanente tra tutti i soggetti della sicurezza nazionale.
Fratelli d’Italia sostiene da tempo la necessità di rafforzare il controllo del territorio. Quale ruolo possono svolgere gli Istituti di Vigilanza Privata nel supportare lo Stato nella tutela di cittadini e infrastrutture strategiche?
Tra i contributi che Fratelli d’Italia ha portato nel dibattito sulla sicurezza, ce n’è uno che merita di essere ripreso perché ha smesso di essere una tesi minoritaria per diventare patrimonio condiviso: il principio della sicurezza sussidiaria, o partecipata. In sostanza, è l’idea che lo Stato debba mantenere saldamente la regia dell’ordine pubblico e della legalità, ma che possa e debba avvalersi di risorse complementari per presidiare ambiti che non richiedono necessariamente l’impiego diretto delle Forze dell’Ordine.
In questo disegno, gli oltre quarantamila professionisti della vigilanza privata occupano una posizione tutt’altro che ancillare. Sono un tassello strutturale della nostra architettura difensiva, e il loro contributo può essere enormemente ampliato. Possono presidiare stabilmente siti di particolare sensibilità, ospedali, palazzi di giustizia, stazioni ferroviarie, aeroporti, mezzi di trasporto pubblico, svolgendo una funzione deterrente contro aggressioni, atti vandalici e fenomeni di degrado. E così operando, producono un effetto virtuoso che va ben oltre il singolo servizio: consentono alle Forze dell’Ordine di concentrare le proprie energie sulle indagini complesse, sulla lotta alla criminalità organizzata, su quei fronti che richiedono prerogative e competenze esclusivamente statuali.
È una visione che stiamo già calando nella concretezza amministrativa. L’esperienza avviata nel Lazio, con il conferimento di poteri sanzionatori alle guardie giurate, rappresenta un modello innovativo di controllo territoriale integrato che intendiamo estendere e perfezionare. Dimostra che quando lo Stato si fida dei propri corpi intermedi e ne valorizza la professionalità, il risultato è una sicurezza più capillare, più efficiente e più vicina ai cittadini.
La sicurezza richiede sempre più una collaborazione tra istituzioni e soggetti privati. Ritiene che sia arrivato il momento di riconoscere alla vigilanza privata un ruolo ancora più centrale nelle politiche nazionali di sicurezza?
La questione, a ben vedere, non è se la vigilanza privata debba acquisire una centralità che ancora non ha. Quella centralità esiste già nei fatti, ogni giorno, nella quotidianità silenziosa di decine di migliaia di operatori che sorvegliano ciò che per tutti noi è prezioso. La vera questione è se il sistema Paese sia disposto a riconoscere questa realtà e a tradurla in un quadro normativo ed economico finalmente all’altezza.
Fratelli d’Italia ha una posizione che non è maturata ieri e che non cambia col mutare delle convenienze. Da anni sosteniamo che questa categoria è stata penalizzata da dinamiche che ne hanno compresso la dignità professionale. Il meccanismo degli appalti al massimo ribasso, in particolare, ha prodotto un circolo vizioso che va spezzato: ha compresso le retribuzioni, ha impoverito la qualità del servizio, ha mortificato chi ogni giorno rischia la propria incolumità per proteggere persone e beni.
Tutto questo, oltre a rappresentare una questione di giustizia, è anche un grave vulnus all’efficienza del sistema sicurezza.
Riconoscere la centralità della vigilanza privata significa anche guardare oltre i confini nazionali. In molti Paesi europei, le guardie giurate sono impiegate nella protezione di asset strategici all’estero, navi mercantili, cantieri, grandi infrastrutture, secondo standard che l’Italia fatica ancora a recepire. Superare questi vincoli burocratici è un investimento nella competitività del nostro sistema di sicurezza, ed è anche l’apertura di uno sbocco professionale di alto profilo per i tanti militari, ad esempio, che, terminato il servizio attivo, desiderano continuare a mettere la propria esperienza al servizio del Paese.
La vigilanza quindi è una risorsa strategica da valorizzare, con la consapevolezza che una Nazione serio non si priva di alcuna delle proprie capacità difensive.
Quale messaggio desidera rivolgere agli imprenditori e alle oltre centomila donne e uomini della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza che ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, contribuiscono concretamente alla tutela del sistema Paese?
C’è una dimensione del lavoro di sicurezza che raramente arriva ai riflettori. È quella dei gesti ripetuti ogni giorno, dei turni che coprono le ore più scomode, della presenza discreta ma costante in ospedali, tribunali, stazioni, aeroporti, mezzi pubblici. È il tessuto connettivo di un Paese che funziona, e che troppo spesso diamo per scontato.
Agli imprenditori e al personale che compone il mondo della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, desidero rivolgere un pensiero che va oltre la cortesia istituzionale. Essi rappresentano spesso il primo presidio di legalità là dove le istituzioni faticano ad arrivare. Lo fanno con una professionalità che non sempre ha ricevuto il riconoscimento che merita, e in condizioni contrattuali che in troppi casi non rendono giustizia alla delicatezza del loro compito.
Per troppo tempo si è guardato a questo settore con una considerazione inadeguata, dimenticando che dietro ogni divisa ci sono competenze, sacrificio e una dedizione che merita rispetto. Fratelli d’Italia ha sempre ritenuto che questa pagina andasse voltata, costruendo un impianto normativo moderno che valorizzi la sicurezza sussidiaria, aprendo prospettive professionali degne di chi ha scelto di servire la collettività.
Continueremo a lavorare con determinazione in questa direzione, nella consapevolezza che la loro professionalità costituisca una componente essenziale del sistema di difesa nazionale. A ciascuno di loro va la gratitudine di chi sa che la sicurezza non è soltanto una funzione dello Stato, ma il frutto quotidiano dell’impegno di tanti.








