Proteggere i farmaci significa proteggere le cure

Il nuovo decreto sulla custodia dei medicinali stupefacenti riconosce il valore di una sicurezza fatta di organizzazione, tecnologie e persone. Ora la sfida è trasformare gli obblighi in una prevenzione efficace.

Un farmaco sottratto a una struttura sanitaria può produrre un danno che va ben oltre il suo valore economico. Può compromettere la disponibilità di una terapia, mettere in difficoltà chi deve somministrarla, alimentare circuiti illegali. Quando si tratta di medicinali contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope, custodire correttamente significa proteggere contemporaneamente la salute dei pazienti e la sicurezza della collettività.

È con questa consapevolezza che va letto il decreto del Ministero della Salute del 15 settembre 2026, dedicato alla sicurezza, alla custodia, alla tracciabilità e alla gestione di questi medicinali nelle strutture sanitarie pubbliche e private. Un provvedimento che merita attenzione anche fuori dal confronto tra gli addetti ai lavori, perché affronta una questione concreta: come impedire che sostanze destinate alla cura vengano sottratte al circuito sanitario.

Il suo ambito comprende le farmacie ospedaliere e territoriali delle aziende sanitarie, i reparti, le case di cura, i servizi per le dipendenze e altre strutture individuate dal testo, comprese quelle veterinarie nei casi previsti. È in questa rete di luoghi, persone e passaggi quotidiani che la prevenzione deve diventare effettiva.

La scelta più significativa è affrontare la sicurezza come una responsabilità organizzativa. Il decreto mette in relazione la protezione dei locali con la gestione delle chiavi, l’identificazione di chi accede, la registrazione delle movimentazioni, i controlli sulle giacenze e la formazione. Ogni passaggio deve avere un responsabile; ogni anomalia deve poter essere rilevata e affrontata.

Chi lavora nella sicurezza conosce bene il valore di questo approccio. Anche una cassaforte adeguata perde efficacia se le credenziali vengono condivise senza controllo. Un accesso registrato serve poco se nessuno verifica le anomalie. Una procedura accurata resta fragile quando il personale non sa come applicarla durante un cambio di turno o un’emergenza.

La qualità della protezione dipende dalla tenuta dell’intero sistema.

Per il nostro comparto assume particolare rilievo la previsione che riguarda le farmacie ospedaliere e territoriali delle aziende sanitarie: le aree dedicate che custodiscono la cassaforte o l’armadio blindato devono essere dotate di sistemi di allarme collegati a una centrale di vigilanza e di controllo elettronico degli accessi.

È un passaggio concreto, che porta al centro la capacità di gestire una segnalazione. Dietro un allarme devono esserci operatori preparati, procedure conosciute, contatti aggiornati e una risposta organizzata. Occorre sapere chi avvertire, quali verifiche attivare e come raccordarsi con i responsabili della struttura e, quando necessario, con le Forze dell’ordine.

Le centrali operative degli istituti di vigilanza privata possono offrire un contributo importante in questa organizzazione. Ricevono segnali, gestiscono informazioni e coordinano le attività previste dal servizio. La loro efficacia cresce quando il collegamento tecnologico è accompagnato da una conoscenza precisa del luogo da proteggere e delle sue esigenze.

Questo richiede collaborazione fin dalla progettazione. Direzioni sanitarie, farmacisti, responsabili della sicurezza, tecnici e operatori della vigilanza devono poter definire insieme le modalità operative, ciascuno nel proprio ambito di competenza. Le responsabilità sanitarie restano in capo ai soggetti individuati dalla normativa; la vigilanza contribuisce alla protezione fisica e alla gestione degli eventi secondo i compiti affidati.

Anche il rispetto della riservatezza deve entrare in questa progettazione. Videosorveglianza, controllo degli accessi e registrazioni devono essere configurati in modo proporzionato e coerente con la protezione dei dati personali. Nei luoghi di cura, sicurezza e dignità della persona devono procedere insieme.

C’è poi una questione di risorse. Il decreto prevede che le amministrazioni interessate provvedano con quelle disponibili. Questo rende ancora più importante programmare bene gli interventi e valutarne i costi lungo tutta la durata del servizio. Installazione, manutenzione, formazione, continuità dei collegamenti e gestione degli allarmi richiedono attenzione e investimenti adeguati.

Come ASSIV riteniamo che la fase di attuazione debba essere accompagnata da un confronto operativo tra istituzioni, strutture sanitarie e professionisti della sicurezza. L’esperienza di chi gestisce quotidianamente centrali operative e servizi di vigilanza può aiutare a individuare criticità, costruire procedure applicabili e verificare che le soluzioni adottate funzionino.

Il risultato da perseguire è molto concreto: rendere più difficile una sottrazione, riconoscere prima un’anomalia, assicurare una risposta tempestiva e preservare la disponibilità dei medicinali per chi ne ha bisogno.

La sicurezza dei luoghi di cura si misura anche qui, nella capacità di proteggere ciò che permette di curare. È una responsabilità che merita competenze, continuità e un posto stabile nell’organizzazione sanitaria.

Maria Cristina Urbano

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