Il Protocollo firmato da ANCI e Federazione ANIE, alla cui elaborazione ha contribuito anche ASSIV, apre una prospettiva di collaborazione tra amministrazioni locali, imprese e professionisti della sicurezza. Ma la tecnologia, da sola, non basta: servono competenze, organizzazione e una visione condivisa della prevenzione.
La sicurezza urbana è diventata una delle questioni più sentite dai cittadini. Non riguarda soltanto la criminalità, ma la possibilità di vivere pienamente gli spazi pubblici, frequentare una piazza, utilizzare i mezzi di trasporto, attraversare un quartiere nelle ore serali senza sentirsi esposti a situazioni di rischio.
È una domanda di sicurezza che interpella direttamente le istituzioni, a cominciare dai Comuni, sempre più spesso chiamati a confrontarsi con esigenze complesse, aspettative crescenti e risorse non sempre adeguate.
In questo scenario, il Protocollo d’intesa sottoscritto lo scorso 21 ottobre da ANCI e Federazione ANIE rappresenta un’occasione per riflettere su come costruire un modello di sicurezza urbana più efficace, capace di mettere in relazione competenze, tecnologie e responsabilità differenti.
L’accordo, firmato dai Presidenti Gaetano Manfredi e Vincenzo de Martino, prevede la costituzione di tavoli tecnici congiunti, iniziative di formazione, supporto alla progettazione e diffusione di soluzioni innovative per la sicurezza, il monitoraggio e il controllo del territorio.
Alla sua elaborazione ha partecipato anche ASSIV, l’Associazione Italiana Vigilanza e Servizi di Sicurezza, portando il punto di vista delle imprese che quotidianamente operano nella prevenzione e nella protezione di persone, beni e attività.
È un contributo che nasce da una convinzione precisa: la sicurezza urbana non può essere affrontata attraverso interventi isolati, ma richiede un sistema nel quale ciascun soggetto possa mettere a disposizione le proprie competenze, nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità istituzionali.
La tecnologia è uno strumento, non una soluzione
Negli ultimi anni le città hanno investito in sistemi di videosorveglianza, sensori, piattaforme digitali e strumenti di analisi delle informazioni. Sono tecnologie che hanno ampliato significativamente le possibilità di monitoraggio del territorio e di individuazione delle situazioni di rischio.
Ma installare una telecamera non significa, automaticamente, aumentare la sicurezza.
Un sistema tecnologico produce valore quando è inserito in un’organizzazione capace di utilizzarlo, quando le informazioni vengono interpretate correttamente e quando esistono procedure e professionalità in grado di trasformare una segnalazione in un intervento appropriato.
È proprio in questo passaggio, dalla disponibilità della tecnologia alla sua concreta efficacia, che si misura la qualità di un progetto di sicurezza.
Le Centrali Operative degli istituti di vigilanza privata rappresentano un esempio di questa integrazione. Sono strutture nelle quali convergono allarmi, immagini e segnalazioni, elaborate da operatori qualificati che coordinano le attività sul territorio secondo procedure definite.
L’esperienza maturata in questo ambito costituisce un patrimonio di conoscenze che può contribuire alla progettazione di modelli di prevenzione più articolati, anche a supporto delle esigenze delle amministrazioni locali.
Pubblico e privato: superare una contrapposizione che non serve
Per molto tempo il dibattito sulla sicurezza è stato condizionato da una contrapposizione tra intervento pubblico e iniziativa privata. Una distinzione necessaria sul piano delle attribuzioni e delle responsabilità, ma che non dovrebbe trasformarsi in una barriera alla collaborazione.
La tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica resta una prerogativa dello Stato e delle Forze dell’Ordine. La vigilanza privata non può né deve sostituirsi a queste funzioni.
Può però offrire, nell’ambito delle proprie competenze e nel rispetto della normativa, un contributo qualificato alla prevenzione, alla protezione del patrimonio e alla gestione delle situazioni di rischio.
Si tratta di riconoscere il valore delle professionalità già presenti sul territorio e di comprendere come possano concorrere, attraverso forme appropriate di collaborazione, a un sistema complessivo di sicurezza più organizzato.
Non è una questione di ampliare impropriamente competenze o attribuzioni. È, al contrario, una questione di chiarezza dei ruoli, capacità di coordinamento e valorizzazione delle risorse disponibili.
Il Protocollo ANCI–ANIE si muove nella direzione di una collaborazione strutturata tra amministrazioni e sistema delle imprese. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di tradurre gli obiettivi generali in progetti concreti, coerenti con le necessità dei singoli territori.
Non tutte le città hanno gli stessi bisogni
Un altro aspetto merita attenzione. Parlare di sicurezza urbana come se tutte le città presentassero le stesse caratteristiche rischia di produrre risposte standardizzate a problemi molto diversi.
Le esigenze di un grande centro metropolitano non coincidono necessariamente con quelle di un piccolo Comune. Un’area commerciale, una stazione, un quartiere residenziale o uno spazio pubblico molto frequentato presentano vulnerabilità differenti e richiedono soluzioni specifiche.
Per questo il coinvolgimento diretto delle amministrazioni locali, previsto dal Protocollo, assume particolare importanza.
I Comuni conoscono il territorio, ne intercettano le criticità e possono contribuire a individuare le priorità. Le imprese tecnologiche e gli operatori specializzati possono mettere a disposizione strumenti, esperienza e competenze progettuali.
Il punto di incontro deve essere una valutazione concreta dei bisogni, non la semplice disponibilità di una tecnologia.
A questa impostazione si collega anche un tema spesso trascurato: la formazione. Sistemi sempre più evoluti richiedono persone preparate a utilizzarli, procedure aggiornate e una conoscenza approfondita delle regole che disciplinano la sicurezza e il trattamento delle informazioni.
La qualità della sicurezza dipende tanto dalla tecnologia impiegata quanto dalla preparazione delle persone che la gestiscono. Dalle intese ai risultati
Il Protocollo ANCI–ANIE non si limita al tema della sicurezza, ma comprende anche la rigenerazione urbana, la digitalizzazione degli edifici, l’illuminazione pubblica, la mobilità e la sostenibilità energetica.
È una visione interessante perché riconosce che la qualità e la sicurezza dello spazio urbano sono strettamente connesse.
Una città meglio illuminata, con spazi curati, infrastrutture efficienti e sistemi di monitoraggio adeguati può offrire condizioni più favorevoli alla vivibilità e alla prevenzione.
Naturalmente, un protocollo non produce risultati per il solo fatto di essere sottoscritto. Saranno i tavoli tecnici, i progetti sviluppati e la capacità di coinvolgere le competenze necessarie a determinarne l’effettiva utilità.
Per ASSIV, aver contribuito alla sua elaborazione significa anche ribadire la disponibilità del settore della vigilanza privata a partecipare a un confronto costruttivo sulla sicurezza delle città, mettendo a disposizione l’esperienza di imprese e professionisti che operano quotidianamente sul territorio.
La sfida, oggi, non è moltiplicare gli strumenti di controllo, ma costruire un sistema di prevenzione nel quale istituzioni, imprese e professionalità specializzate sappiano dialogare e lavorare in modo coordinato.
Perché la sicurezza non si misura dal numero di telecamere installate o dalla quantità di tecnologie disponibili. Si misura dalla capacità di prevenire i rischi e dalla possibilità, per le persone, di vivere serenamente la propria città.
Ed è un risultato che nessuno può costruire da solo.








