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Al via la 16ª edizione del Corso Security Manager: formazione qualificata per i professionisti della sicurezza

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ASSIV è lieta di segnalare l’avvio della sedicesima edizione del Corso Security Manager, organizzato da Vale Srl e Centro di Formazione Scuola Lavoro Srl, ente accreditato, in collaborazione con ASSIV e Quaser Certificazioni.

Il percorso formativo rappresenta una delle iniziative più consolidate e qualificate dedicate alla formazione dei professionisti della sicurezza, con l’obiettivo di sviluppare competenze manageriali, organizzative e normative in linea con la norma UNI 10459:2017, riferimento nazionale per il profilo del Professionista della Security Aziendale.

Un percorso pensato per il settore della sicurezza

Il corso nasce per formare figure professionali in grado di operare con competenza nel complesso sistema della sicurezza pubblica e privata, integrando conoscenze normative, organizzative, gestionali e di risk management.

Particolare rilevanza assume il collegamento con il quadro normativo di settore, poiché il percorso consente l’acquisizione dei requisiti professionali richiesti dai DM 269/2010 e DM 56/2015, fondamentali per l’organizzazione e la gestione dei servizi degli Istituti di Vigilanza Privata.

A chi è rivolto

Il corso è destinato a diplomati e laureati interessati a sviluppare una carriera nel settore della sicurezza, ma rappresenta anche un’importante opportunità di aggiornamento e valorizzazione professionale per:

  • titolari di Istituti di Vigilanza;
  • institori e direttori tecnici;
  • manager e responsabili della security aziendale;
  • funzionari della Pubblica Amministrazione;
  • professionisti che operano nel comparto della sicurezza.

I contenuti formativi

Il programma affronta le principali aree di competenza richieste al moderno Security Manager, tra cui:

  • diritto della sicurezza e normativa di settore;
  • TULPS, diritto penale, diritto del lavoro e D.Lgs. 231/2001;
  • norme UNI di riferimento;
  • analisi e gestione del rischio;
  • risk management;
  • sicurezza delle informazioni;
  • organizzazione aziendale;
  • sicurezza sul lavoro e gestione delle emergenze;
  • ICT Security;
  • tecniche di comunicazione e gestione organizzativa.

Il percorso prevede inoltre esercitazioni pratiche, analisi di casi concreti e momenti di confronto diretto con docenti ed esperti del settore.

Modalità di svolgimento

Il corso si svolgerà interamente online e avrà una durata complessiva di 120 ore, articolate in:

  • 80 ore di webinar sincroni;
  • 40 ore di formazione e-learning fruibile in qualsiasi momento.

Le lezioni inizieranno il 16 ottobre 2026 e termineranno il 15 gennaio 2027, con incontri programmati il venerdì pomeriggio e il sabato mattina.

Tutte le sessioni saranno registrate e rese disponibili ai partecipanti per consentire il recupero delle eventuali assenze e l’approfondimento dei contenuti trattati.

Attestato e certificazione

Al termine del percorso, previo superamento dell’esame finale, sarà rilasciato un attestato conforme alla UNI 10459:2017 e ai DM 269/2010 e 56/2015.

L’attestato costituisce un requisito utile per il conseguimento della qualifica di Professionista della Security secondo la normativa di riferimento e rappresenta un importante valore aggiunto per il percorso professionale dei partecipanti.

Iscrizioni

Le iscrizioni dovranno essere perfezionate entro il 13 ottobre 2026.

Per ulteriori informazioni e per scaricare la documentazione di iscrizione è possibile consultare il sito dedicato:

www.corsosecuritymanager.it

San Francesco diventa festa nazionale: identità e produttività, il dilemma di un Paese che cresce meno degli altri (Huffington Post)

La nuova festa nazionale dedicata a San Francesco d’Assisi rappresenta senza dubbio un riconoscimento dal forte valore identitario e culturale. Tuttavia, la sua introduzione arriva in un momento in cui l’Italia continua a confrontarsi con la difficoltà di aumentare la produttività del lavoro

Dal 1° gennaio 2026 il calendario civile italiano si è arricchito di una nuova festività nazionale. La Legge 8 ottobre 2025, n. 151 ha infatti istituito il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, quale festa nazionale civile, equiparandola alle altre ricorrenze festive previste dall’ordinamento. La norma introduce una giornata di riposo che comporta la chiusura di scuole e uffici pubblici e produce effetti diretti sul trattamento economico dei lavoratori dipendenti e sulle buste paga. L’Italia passa così da dodici a tredici festività nazionali civili e religiose riconosciute, collocandosi nella fascia alta dei Paesi europei per numero di giornate non lavorative dovute a festività pubbliche.

Sul piano simbolico, il provvedimento intende valorizzare i principi di pace, fratellanza, solidarietà e tutela dell’ambiente associati alla figura del Santo di Assisi. Sul piano economico, tuttavia, la scelta riapre un dibattito mai sopito: quale impatto può avere un giorno festivo aggiuntivo sulla produttività di un Paese che da oltre vent’anni registra una crescita tra le più deboli del mondo industrializzato? 

L’inserimento del 4 ottobre nell’elenco delle festività riconosciute dalla legge comporta conseguenze immediate. Nella generalità dei casi, le attività scolastiche vengono sospese, gli uffici pubblici restano chiusi e ai lavoratori dipendenti spettano i trattamenti economici previsti per le giornate festive. Per le imprese che operano nei servizi essenziali, nella sanità, nei trasporti o nella grande distribuzione, l’eventuale prestazione lavorativa durante la festività comporta maggiorazioni retributive o riposi compensativi secondo quanto previsto dai contratti collettivi. Il dibattito economico non riguarda tanto il costo diretto del giorno festivo aggiuntivo, quanto il contesto nel quale esso viene introdotto. La produttività del lavoro rappresenta, infatti, il principale punto debole dell’economia italiana. Secondo le analisi OCSE e i più recenti rapporti sulla competitività, il nostro Paese continua a registrare livelli di produttività inferiori rispetto ai principali partner europei e una crescita molto più lenta rispetto a Germania, Francia e Paesi Bassi.


Il paradosso italiano è noto agli economisti: gli occupati lavorano mediamente più ore rispetto a molti concorrenti europei, ma producono meno valore aggiunto per ora lavorata. Secondo dati elaborati su base internazionale, nel 2025 un lavoratore italiano ha effettuato mediamente circa 1.716 ore lavorative annue, contro 1.498 in Francia e 1.332 in Germania. Tuttavia, il PIL generato per ora lavorata resta significativamente inferiore rispetto alle principali economie dell’Europa occidentale. Non si tratta quindi di una questione legata esclusivamente al numero di giornate lavorate. Gli esperti individuano le cause soprattutto nella ridotta dimensione media delle imprese, nella bassa diffusione delle competenze digitali, nel limitato livello degli investimenti tecnologici e nell’insufficiente crescita del capitale produttivo. Secondo il Global Productivity Forum dell’OCSE, l’Italia continua a soffrire un cronico deficit di innovazione e digitalizzazione rispetto ai concorrenti europei. Speravamo nel PNRR per mitigare alcune di queste criticità, vedremo in futuro se e quali risultati saranno stati raggiunti.

Il confronto internazionale offre spunti interessanti. Francia e Austria, ad esempio, dispongono di tredici festività pubbliche, mentre la Germania presenta una situazione variabile a seconda dei Länder. La Spagna si colloca anch’essa su livelli elevati, con festività nazionali e regionali che aumentano il numero complessivo delle giornate non lavorative. Il dato che emerge è che, in linea generale, non esiste una correlazione automatica tra numero di festività e produttività economica. Germania, Francia e Austria registrano infatti performance produttive superiori a quelle italiane pur beneficiando di un numero di giorni festivi analogo o persino maggiore in alcune aree territoriali. Tale dato conferma che la competitività di un sistema economico dipende molto più dall’organizzazione del lavoro, dagli investimenti e dall’innovazione che dal semplice numero di giorni lavorati. Ciò, tuttavia, non significa che l’introduzione di una nuova festività sia economicamente neutrale. Ogni giorno di chiusura generalizzata determina inevitabilmente una riduzione delle ore lavorabili e può incidere negativamente sulla produzione in alcuni settori manifatturieri e nei servizi alle imprese. Nel caso italiano, tenuto conto delle difficoltà strutturali che caratterizzano il nostro sistema produttivo, evidentemente contribuisce a fare la differenza in negativo: pur consapevoli che il vero nodo della crescita italiana è il persistente divario di produttività accumulato negli ultimi decenni, un nuovo giorno festivo non aiuta ma aggrava un differenziale che limita salari, investimenti e competitività internazionale. 

La nuova festa nazionale dedicata a San Francesco d’Assisi rappresenta senza dubbio un riconoscimento dal forte valore identitario e culturale. Tuttavia, la sua introduzione arriva in un momento in cui l’Italia continua a confrontarsi con la difficoltà di aumentare la produttività del lavoro. È nostra opinione che sarebbe più utile al Paese se il Parlamento si dedicasse con maggiore impegno e capacità ad individuare soluzioni normative che possano sostenere le imprese nel trovare risposte alla vera questione: come lavorare meglio, innovare di più e creare maggiore valore aggiunto. Sempre che la nuova festività, nel riconoscere l’incapacità dell’Italia a trovare soluzioni strutturali ai suoi problemi, non voglia proprio significare che a questo punto ci rimettiamo nelle mani di un potere più alto…

Leggi l’articolo sull’Huffington Post

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Napoli, le grida nella notte e l’intervento delle guardie giurate: quando la sicurezza privata fa la differenza

Le grida di una donna, l’intervento immediato delle guardie giurate e il fermo del presunto aggressore. È quanto accaduto nella notte al Centro Direzionale di Napoli, dove un grave episodio di violenza ha mostrato concretamente il valore di una presenza qualificata sul territorio.

Secondo quanto riportato da Fanpage.it, una pattuglia della vigilanza privata, impegnata nel controllo notturno dell’area, ha udito le richieste di aiuto della donna ed è intervenuta. Alla vista degli operatori, l’uomo ha tentato di fuggire attraverso i sottopassi del Centro Direzionale, ma è stato raggiunto e bloccato. Successivamente è stato consegnato alla Polizia, mentre la donna è stata affidata ai sanitari.

L’episodio assume un significato particolare anche alla luce della riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocata dal Prefetto di Napoli Michele di Bari. Tra le misure indicate per rafforzare la sicurezza dell’area figurano il potenziamento della videosorveglianza e una maggiore sinergia con la vigilanza privata.

È un tema sul quale ASSIV richiama da tempo l’attenzione.

La vigilanza privata non sostituisce le Forze dell’ordine, ma può rappresentare un importante presidio sul territorio. La presenza quotidiana delle Guardie Particolari Giurate in infrastrutture, aziende, stazioni, ospedali e grandi complessi urbani consente di intercettare situazioni di rischio e attivare tempestivamente le autorità competenti.

Quanto accaduto a Napoli ne è un esempio concreto: la sicurezza integrata nasce dalla collaborazione tra pubblico e privato e dalla capacità di mettere a sistema presenze, professionalità e tecnologie al servizio della sicurezza collettiva.

Fonte: Fanpage.it – “Donna violentata di notte al Centro Direzionale, l’aggressore bloccato dalla vigilanza privata”

I rincari colpiscono anche il settore della vigilanza privata (Huffington Post)

Un comparto strategico che rischia di pagare un prezzo altissimo all’aumento dei costi energetici e dei carburanti

di Maria Cristina Urbano

Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sugli effetti del caro energia sull’industria manifatturiera e sulle famiglie, esiste un comparto strategico che rischia di pagare un prezzo altissimo all’aumento dei costi energetici e dei carburanti: quello della vigilanza privata e dei servizi fiduciari. Si tratta di un settore che garantisce ogni giorno la sicurezza di infrastrutture critiche, ospedali, aeroporti, porti, reti energetiche, aziende e pubbliche amministrazioni. Un servizio essenziale per il funzionamento del Paese che tuttavia presenta una peculiare fragilità economica: margini estremamente contenuti e una forte rigidità contrattuale.

Le imprese della vigilanza operano infatti attraverso migliaia di pattuglie mobili che percorrono quotidianamente milioni di chilometri. Il costo del carburante rappresenta quindi una voce fondamentale del conto economico. A questo si aggiungono l’energia necessaria per le centrali operative, i sistemi di videosorveglianza, i centri di controllo remoto, le infrastrutture informatiche e i servizi di teleallarme. Quando aumentano simultaneamente il prezzo dell’energia e quello dei carburanti, le aziende del comparto si trovano strette in una morsa: da una parte crescono i costi operativi, dall’altra rimangono spesso bloccati i corrispettivi contrattuali, soprattutto negli appalti pubblici pluriennali.

Negli ultimi anni il governo è intervenuto più volte per attenuare gli effetti delle crisi energetiche sulle imprese attraverso crediti d’imposta, misure di sostegno alla liquidità, riduzioni degli oneri di sistema e strumenti finalizzati a contenere il costo dell’energia. Si tratta di interventi importanti che hanno consentito a molte imprese di superare le fasi più acute dell’emergenza. Tuttavia, la loro efficacia per il settore della vigilanza privata è stata inevitabilmente limitata. Le imprese di sicurezza, infatti, non appartengono al mondo energivoro tradizionalmente inteso e quindi spesso non rientrano tra i principali beneficiari delle misure più incisive. Eppure la combinazione di carburanti, mobilità operativa e utilizzo intensivo di tecnologie rende queste aziende fortemente esposte alle oscillazioni dei prezzi energetici.

Parallelamente, il legislatore ha rafforzato gli strumenti di revisione prezzi nei contratti pubblici. Le recenti linee guida del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti hanno chiarito l’applicazione dell’articolo 60 del Codice dei Contratti Pubblici negli appalti di servizi e forniture, ponendo l’accento sulla necessità di preservare l’equilibrio economico del contratto durante la sua esecuzione. Tali orientamenti riguardano espressamente anche i servizi di vigilanza e sicurezza. Si tratta di un passo in avanti significativo perché riconosce un principio fondamentale: non è possibile pretendere la medesima prestazione economica quando mutano radicalmente le condizioni di mercato che avevano determinato l’offerta iniziale.

Nonostante questi sviluppi, il problema resta aperto. Nel comparto della vigilanza privata il costo del lavoro rappresenta la principale componente di spesa, ma il carburante costituisce l’elemento che più rapidamente può erodere la marginalità. Un aumento anche limitato del prezzo del gasolio si traduce immediatamente in un incremento dei costi delle ronde ispettive, del pronto intervento e dei servizi di pattugliamento. Molti contratti pubblici e privati sono inoltre stati aggiudicati in condizioni economiche profondamente diverse rispetto a quelle attuali. Le imprese rischiano pertanto di essere costrette a svolgere servizi in perdita, con conseguenze che possono riflettersi sugli investimenti, sulla capacità di innovazione e persino sulla tenuta occupazionale. Il paradosso è evidente: si chiede alle imprese di sicurezza di garantire standard sempre più elevati, investire nella cybersecurity, nella videosorveglianza intelligente e nell’intelligenza artificiale, ma senza assicurare un adeguato riequilibrio dei costi sostenuti.

L’esperienza maturata nel settore delle opere pubbliche offre uno spunto interessante. Durante la crisi delle materie prime, il legislatore ha introdotto meccanismi straordinari di compensazione per far fronte all’esplosione dei costi dei materiali da costruzione. L’obiettivo era evitare il blocco dei cantieri e la crisi delle imprese appaltatrici. Oggi potrebbe essere opportuno ragionare su una misura analoga per i servizi ad alta intensità energetica e logistica, tra cui la vigilanza privata. L’ipotesi potrebbe prevedere: un fondo straordinario destinato alla compensazione degli incrementi eccezionali dei costi energetici e dei carburanti; l’introduzione di meccanismi automatici di adeguamento dei corrispettivi negli appalti pubblici di vigilanza; l’utilizzo di indicatori ISTAT specifici per misurare l’andamento delle principali voci di costo dei servizi di sicurezza; procedure semplificate per il riconoscimento delle compensazioni alle imprese che dimostrino significative variazioni dei costi operativi. Gli strumenti di revisione previsti dal Codice già consentono di utilizzare indici di prezzi, servizi e retribuzioni per i contratti di servizi e forniture. Una misura di questo tipo non rappresenterebbe un privilegio settoriale, ma un intervento di salvaguardia volto a garantire la continuità di servizi essenziali per la sicurezza collettiva. La discussione sul caro energia, infatti, non può essere limitata alle imprese industriali. Esiste una vasta economia dei servizi che contribuisce alla competitività del Paese e che rischia di essere penalizzata da dinamiche spesso sottovalutate.

Il settore della vigilanza privata ne è forse l’esempio più evidente. Sicurezza, mobilità, tecnologia ed energia sono ormai elementi strettamente connessi. Se aumenta il costo di questi fattori senza adeguati meccanismi di compensazione, la sostenibilità economica dei servizi viene inevitabilmente compromessa. Per questo motivo il dibattito sulla revisione dei prezzi negli appalti pubblici dovrebbe compiere un ulteriore passo avanti: riconoscere che, accanto al “caro materiali”, esiste oggi un vero e proprio “caro energia e carburanti dei servizi”. Ignorarlo significherebbe rischiare il progressivo indebolimento di un settore che rappresenta un presidio indispensabile per la sicurezza delle imprese, delle infrastrutture e dell’intero sistema Paese.

Leggi l’articolo sull’Huffington Post