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Whistleblowing: ANAC sanziona le ritorsioni contro un dipendente segnalante

Con la delibera n. 348 del 15 settembre 2026, ANAC ribadisce che anche sanzioni disciplinari di modesta entità possono costituire una forma di ritorsione nei confronti di chi segnala irregolarità.

L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) ha irrogato una sanzione di 10.000 euro al Segretario Generale di un Comune per aver adottato provvedimenti disciplinari ritorsivi nei confronti di un dipendente che aveva segnalato presunte irregolarità amministrative.

La decisione, contenuta nella delibera n. 348 del 15 settembre 2026, segue l’annullamento giudiziario di due sanzioni disciplinari, rispettivamente pari a una e tre ore di retribuzione.

ANAC ha sottolineato che anche provvedimenti economicamente modesti possono avere conseguenze sulla reputazione, sulla carriera e sulle future valutazioni disciplinari del lavoratore.

La vicenda, disciplinata dall’articolo 54-bis del D.Lgs. 165/2001, richiama l’importanza delle tutele contro le ritorsioni, oggi previste dal D.Lgs. 24/2023, applicabile anche al settore privato.

Fonte: ANAC – Delibera n. 348 del 15 settembre 2026 (testo allegato).

ICMQ: Corso DALLA SICUREZZA ALLA RESILIENZA SISTEMICA: La Direttiva CER e la gestione integrata dei rischi per la continuità operativa – 13 novembre 2026, dalle ore 9.00 alle ore 18.00 in modalità online sincrona

Il corso approfondisce l’evoluzione della sicurezza verso un modello di resilienza organizzativa e sistemica, alla luce della Direttiva (UE) 2022/2557 (CER – Critical Entities Resilience) e del suo recepimento in Italia attraverso il D.Lgs. 4 settembre 2024, n. 134. Attraverso l’analisi del nuovo quadro normativo, il corso integra Security, gestione dei rischi, cybersecurity, Business Continuity e Crisis Management, offrendo una visione coordinata della prevenzione, della risposta e del recupero dagli eventi critici.

OBIETTIVO

Al termine del corso il partecipante sarà in grado di:

  • – Comprendere struttura, finalità e campo di applicazione della Direttiva CER e del D.Lgs. 134/2024;
  • – Sviluppare una visione integrata della resilienza, collegando Security, Enterprise Risk Management, Cybersecurity, Business Continuity e Crisis Management;
  • – Riconoscere le principali misure di resilienza e le interazioni tra CER, NIS2 e, nei settori interessati, DORA;
  • – Tradurre gli obblighi CER in misure concrete di prevenzione, protezione fisica, risposta, recupero e sicurezza del personale.

PROGRAMMA

  • – Presentazione del corso e degli obiettivi didattici.
  • – La resilienza come responsabilità organizzativa; l’approccio all-hazards e il ruolo della sicurezza
  • – CER: quadro europeo e italiano.
  • – CER e NIS 2: la resilienza cyber come abilitatore della sicurezza fisica.
  • – ERM – Il valore di una valutazione integrata e proattiva dei rischi
  • – Esercitare la resilienza: il valore delle simulazioni
  • – Q&A e conclusioni

QUOTA

Prezzo di listino450,00 € IVA esclusa

Prezzo clienti ICMQ350,00 € IVA esclusa

Sono previste scontistiche ulteriori per iscrizioni multiple.

Maggiori informazioni e scheda di iscrizione al seguente link

Agli Associati ASSIV è prevista una tariffa agevolata

ICMQ: Corso Project Manager certificato ai sensi della norma Uni 11648 – 4, 10, 17, 20 e 27 novembre  2026, dalle ore 9.00 alle ore 18:00,  in modalità online sincrona

ttualmente molti Enti Pubblici, per appalti di servizi e/o di lavori, gestiti con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, richiedono, in sede di offerta, per alcune figure la certificazione di Project Manager e/o attribuiscono alla medesima sino a 10 punti in sede di offerta tecnica. La certificazione di Project Manager è dunque certamente qualificante per liberi professionisti e società di ingegneria anche per l’ottenimento dell’incarico di supporto al RUP.

La certificazione a cui prepara il presente corso, ai sensi della Norma UNI 11648:2022 (e della UNI ISO 21500:2021 e UNI ISO 21502:2021) e in conformità alla Legge 4/2013, consente di essere registrati nell’apposito elenco di Accredia, con valenza internazionale.

OBIETTIVO

L’obiettivo è di far apprendere i concetti e le metodologie essenziali del Project Management, in linea con gli standard nazionali e internazionali, applicati al settore delle costruzioni e degli impianti. Si mira a formare una figura professionale capace di operare nel coordinamento progettuale, nella realizzazione e nella gestione di opere pubbliche e private, in tutte le fasi del processo degli interventi edilizi, infrastrutturali e ambientali.

PROGRAMMA

Il corso risponde al D.Lgs. 36/2023, che prevede all’allegato I.2 art.4 comma 4  che i RUP: “nelle procedure di affidamento di lavori particolarmente complessi, il RUP possiede, oltre a un’esperienza professionale di almeno cinque anni nell’ambito delle attività di programmazione, progettazione, affidamento o esecuzione di appalti e concessioni di lavori, una laurea magistrale o specialistica nelle materie oggetto dell’intervento da affidare nonché adeguata competenza quale Project Manager, acquisita anche mediante la frequenza, con profitto, di corsi di formazione in materia di Project Management”. Il Corso di Project Manager per il settore civile ed impiantistico è la risposta alla richiesta del mercato del lavoro di figure più ricche di competenze tecnico­ manageriali, in grado di elaborare la sempre crescente complessità delle fasi tecnico economiche dell’intervento; la figura di un professionista Project Manager certificato quale supporto al RUP, ai sensi dell’allegato I.2 art.2 comma 3, D.Lgs. 36/2023, con incarico diretto al di sotto di 140 mila euro. Il corso prepara i partecipanti per la certificazione di Project Manager, da effettuarsi presso un Organismo di Certificazione Accreditato, come ICMQ.

QUOTA

Prezzo di listino1.100,00 € IVA esclusa

Prezzo clienti ICMQ900,00 € IVA esclusa

Sono previste scontistiche ulteriori per iscrizioni multiple.

Maggiori informazioni e scheda di iscrizione al seguente link

Agli Associati ASSIV è prevista una tariffa agevolata

Intelligenza artificiale e sicurezza: non la macchina che sostituisce l’uomo, ma lo strumento che lo rende più efficace

L’intelligenza artificiale è da tempo uscita dai laboratori di ricerca e dalle grandi piattaforme digitali per entrare nella vita quotidiana di cittadini, imprese e istituzioni. Lo ha fatto con una velocità sorprendente, alimentando aspettative altissime ma anche timori non sempre infondati. Da un lato si intravedono enormi opportunità di sviluppo economico, efficienza e innovazione. Dall’altro si denunciano i rischi di una tecnologia che può amplificare errori, vulnerabilità e persino minacce alla sicurezza. Nel dibattito pubblico italiano, tuttavia, si parla ancora poco di un settore nel quale l’intelligenza artificiale sta già producendo effetti concreti: la sicurezza. Non solo quella digitale, ma anche quella fisica, urbana, aziendale e infrastrutturale.
È un tema che merita attenzione perché la sicurezza rappresenta il terreno nel quale opportunità e rischi dell’IA emergono con maggiore evidenza. L’intelligenza artificiale può infatti diventare uno straordinario moltiplicatore di capacità. Sistemi avanzati di videosorveglianza sono oggi in grado di individuare comportamenti anomali, rilevare intrusioni, riconoscere situazioni di pericolo e supportare gli operatori nella gestione degli eventi in tempo reale. Algoritmi predittivi consentono di analizzare enormi quantità di dati per anticipare fenomeni criminali, vulnerabilità infrastrutturali o rischi operativi. Nelle sale operative, l’IA aiuta a filtrare milioni di informazioni, riducendo i tempi di risposta e aumentando la qualità delle decisioni. Pensiamo a una grande infrastruttura di trasporto, a un ospedale, a un sito industriale strategico o a una manifestazione pubblica. In tutti questi contesti, la capacità di individuare rapidamente segnali deboli e trasformarli in informazioni utili può fare la differenza tra prevenire un evento e subirne le conseguenze.
Allo stesso tempo, però, nessuno può ignorare l’altra faccia della medaglia. L’intelligenza artificiale è utilizzata sempre più spesso anche dalla criminalità organizzata, dai gruppi cybercriminali e da soggetti ostili. Deepfake, furti di identità, campagne di disinformazione, phishing evoluto, attacchi informatici automatizzati e manipolazione dei dati rappresentano già oggi una minaccia concreta. La stessa tecnologia che consente di proteggere può essere impiegata per colpire.
Per questo motivo il vero tema non è se utilizzare o meno l’intelligenza artificiale. La domanda corretta è come governarla.
Ma esiste un ulteriore aspetto che troppo spesso rimane ai margini del confronto pubblico: la sovranità digitale. L’intelligenza artificiale non è soltanto una tecnologia. È anche una questione di autonomia strategica. I modelli più avanzati, le infrastrutture cloud, la capacità di elaborazione e una parte rilevante dei dati sui quali si alimentano le nuove applicazioni sono oggi concentrati nelle mani di un numero limitato di grandi operatori globali, prevalentemente extraeuropei. Questo scenario pone interrogativi che non riguardano solo la competitività economica, ma direttamente la sicurezza nazionale, la resilienza delle infrastrutture critiche e la protezione degli interessi strategici del Paese.
Nel settore della sicurezza la questione assume una rilevanza ancora maggiore. Affidare integralmente a piattaforme sviluppate e governate all’estero l’analisi di immagini, flussi informativi, dati sensibili o procedure operative significa esporsi a forme di dipendenza tecnologica che possono diventare problematiche in fasi di crisi o di tensione geopolitica. La sicurezza, per definizione, non può prescindere dal controllo degli strumenti attraverso i quali viene garantita. Per questo il tema della sovranità digitale dovrebbe entrare stabilmente nell’agenda politica e industriale italiana ed europea. Ciò non significa chiudersi all’innovazione globale o immaginare forme di autarchia tecnologica, ma costruire capacità autonome nei settori strategici. Significa investire nello sviluppo di infrastrutture cloud europee, sostenere la crescita di modelli di intelligenza artificiale addestrati secondo regole e valori condivisi, favorire la creazione di ecosistemi nazionali ed europei dei dati e promuovere partnership tra imprese, università, centri di ricerca e istituzioni. Per la sicurezza privata ciò potrebbe tradursi nella realizzazione di piattaforme comuni per la condivisione protetta delle informazioni, nell’adozione di standard europei per gli algoritmi utilizzati in ambiti sensibili e nella creazione di programmi di innovazione dedicati alle tecnologie dual use, capaci di generare benefici sia per la sicurezza civile sia per quella nazionale. La vera sfida non consiste soltanto nello sviluppare strumenti sempre più sofisticati, ma nel garantire che il loro sviluppo e il loro utilizzo rimangano coerenti con gli interessi strategici dell’Europa e dell’Italia. In un mondo nel quale dati, algoritmi e capacità computazionale stanno diventando fattori di potenza, la sovranità digitale rappresenta sempre più una componente essenziale della sicurezza collettiva.
Tornando al tema centrale di questo mio contributo, ossia la necessità di governare l’IA, nel settore della sicurezza privata abbiamo una convinzione molto chiara: l’IA non deve sostituire il fattore umano, ma rafforzarlo. La sicurezza è un’attività che implica responsabilità, capacità di valutazione, sensibilità e discernimento. Elementi che non possono essere delegati integralmente a un algoritmo. Le decisioni che incidono sulla tutela delle persone, sulla gestione di situazioni critiche o sulla protezione di beni e infrastrutture devono rimanere sotto il controllo dell’uomo. L’intelligenza artificiale può assistere, suggerire, segnalare e velocizzare. Non può assumersi la responsabilità finale. È il principio della “supervisione umana significativa”, che sta ispirando l’AI Act europeo e le più avanzate riflessioni internazionali in materia di governance tecnologica. Un principio che dovrebbe diventare la bussola anche per l’evoluzione del comparto della sicurezza privata. Per questa ragione riteniamo che il dibattito pubblico debba compiere un passo avanti e affrontare alcune questioni concrete.
La prima riguarda la formazione. Non basta introdurre nuove tecnologie nelle organizzazioni. Occorre investire massicciamente nelle competenze delle persone che dovranno utilizzarle. L’operatore della sicurezza del futuro dovrà possedere conoscenze tecniche, informatiche, normative e organizzative molto più avanzate rispetto al passato. La professionalità diventerà il vero fattore competitivo.
La seconda riguarda la certificazione degli algoritmi utilizzati nei settori sensibili. Così come esistono standard per gli impianti o per i dispositivi di sicurezza, sarebbe opportuno immaginare forme di verifica indipendente per i sistemi di IA destinati ad attività che incidono sulla sicurezza pubblica e privata. Trasparenza, affidabilità e tracciabilità devono diventare requisiti essenziali.
La terza riguarda il tema dei dati. La sicurezza moderna si fonda sempre più sulla capacità di raccogliere e analizzare informazioni. Ma l’utilizzo dell’IA non può prescindere dal rispetto rigoroso della privacy, della protezione dei dati personali e delle libertà fondamentali. La fiducia dei cittadini sarà il vero fattore di successo di qualsiasi innovazione.
Infine, è necessario rafforzare la collaborazione tra istituzioni, università, centri di ricerca e operatori della sicurezza privata. L’innovazione non può essere governata da un singolo attore. Richiede un ecosistema che sappia produrre regole, sviluppare conoscenze e sperimentare soluzioni. In questo contesto, la sicurezza privata può svolgere un ruolo strategico. Le imprese del settore operano ogni giorno sul territorio, presidiano infrastrutture critiche, supportano aziende, enti pubblici e comunità locali. La loro esperienza concreta rappresenta un laboratorio privilegiato per comprendere come l’intelligenza artificiale possa essere applicata in modo responsabile ed efficace. Per anni abbiamo considerato la tecnologia come un supporto alla sicurezza. Oggi dobbiamo iniziare a considerare la sicurezza come una condizione necessaria per lo sviluppo della tecnologia. La sfida dell’intelligenza artificiale non si vincerà scegliendo tra innovazione e tutela. Si vincerà costruendo un modello nel quale le due dimensioni procedano insieme. Perché il futuro non appartiene alle macchine che sostituiscono le persone. Appartiene alle persone che sapranno utilizzare le macchine con intelligenza, responsabilità e visione. E nel settore della sicurezza questa consapevolezza non è una scelta, è un dovere.

Maria Cristina Urbano