Guida rapida ai vaccini in azienda

Fondazione Studi Consulenti del Lavoro: Guida rapida ai vaccini in azienda

L’impegno delle aziende e dei datori di lavoro alla vaccinazione dei lavoratori costituisce un’attività di sanità pubblica che si colloca nell’ambito del Piano strategico nazionale per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 predisposto dal Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto.

La vaccinazione dei lavoratori in azienda realizza il duplice obiettivo di concorrere, accelerare ed implementare a livello territoriale la capacità vaccinale e rendere, nel contempo, più sicura la prosecuzione delle attività commerciali e produttive sull’intero territorio nazionale, accrescendo il livello di sicurezza degli ambienti di lavoro.

Un’opportunità aggiuntiva rispetto alle modalità ordinarie dell’offerta vaccinale che saranno sempre garantite dal piano nazionale di vaccinazione da parte del servizio sanitario nazionale, qualora il lavoratore non intenda aderire ai piani aziendali.
Da non dimenticare che il presupposto fondamentale all’adesione dei piani aziendali di vaccinazione rimane l’adesione volontaria. Non esiste, infatti, a norma vigente una obbligatorietà alla vaccinazione né un apparato sanzionatorio per il lavoratore che decida di non voler procedere all’inoculazione del vaccino (nemmeno per chi esercita
professioni sanitarie).

Fonte: Fondazione Studi Consulenti del Lavori

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Contratto di espansione e decreto Sostegni bis: novità e fronti ancora aperti

Contratto di espansione e decreto Sostegni bis: novità e fronti ancora aperti

di Michele Dalla Sega

Il decreto Sostegni bis, approvato dal Consiglio dei Ministri il 20 maggio, contiene una serie di importanti provvedimenti in materia di lavoro, nel segno della continuità, come dimostra l’ulteriore proroga del blocco dei licenziamenti, ma anche con l’introduzione di nuovi istituti, quali il contratto di rioccupazione.

Tra queste misure, nella bozza del decreto, emerge anche una rilevante novità su uno strumento introdotto nel nostro ordinamento nel 2019 per sostituire e rilanciare il precedente “contratto di solidarietà espansiva”, ma che solo negli ultimi mesi è diventato protagonista del dibattito tra governo e parti sociali. Si tratta del contratto di espansione e consiste in un istituto che le imprese possono attivare, in accordo con le organizzazioni sindacali, per supportare procedure di riorganizzazione e modifica dei processi aziendali. Sul piano pratico, nel contratto devono essere previsti una serie di interventi che comprendono la programmazione di un piano di assunzioni di lavoratori con contratto a tempo indeterminato (compreso il contratto di apprendistato professionalizzante), la realizzazione di un programma di formazione e riqualificazione professionale per il personale dell’azienda e, da ultimo, un piano di uscite anticipate per i lavoratori prossimi alla pensione o, in alternativa, un piano di riduzioni dell’orario di lavoro. Qualora siano presenti tali elementi e siano rispettate le procedure previste (in primis, la stipulazione in sede governativa con il Ministero del Lavoro e le organizzazioni sindacali), lo Stato concede specifici incentivi alle imprese coinvolte, mediante sgravi contributivi riferiti ai piani di prepensionamento e la concessione della cassa integrazione straordinaria a copertura delle ore di lavoro non prestate in caso di riduzioni orarie.

Gli obiettivi sfidanti dello strumento, che rimandano a processi di riorganizzazione delle aziende con al centro percorsi di ricambio generazionale e di rinnovo delle competenze degli organici, spiegano bene il successo, almeno sul piano “mediatico”, del contratto di espansione, che nell’ultimo periodo è entrato a far parte in maniera rilevante delle discussioni in materia di lavoro tra Governo, sindacati e associazioni datoriali. Si pensi alla richiesta, portata avanti in più sedi da Carlo Bonomi, di potenziare la misura, intervenendo sulla soglia minima dimensionale delle imprese prevista per poter accedere allo strumento. Per il Presidente di Confindustria, infatti, l’abbassamento della soglia di accesso da 1000 a 500 dipendenti (250 per quanto riguarda il piano di prepensionamento), introdotto con la Legge di Bilancio 2021, non era infatti ancora sufficiente al fine di garantire un’effettiva diffusione in più realtà aziendali dell’istituto. Così come, dall’altro lato, si è segnalata la presenza del contratto di espansione tra i punti principali presentati nella piattaforma unitaria in materia previdenziale di Cgil, Cisl e Uil, quale strumento utile “per governare la difficile fase che si aprirà con lo sblocco dei licenziamenti e per favorire il ricambio generazionale”.

Al di là della sua centralità nel dibattito, però, attualmente il contratto di espansione risulta ancora un istituto dalla diffusione limitata nella prassi, come dimostrano i pochi casi aziendali finora analizzati, che rimandano ad alcune grandi realtà del mercato italiano. I contratti di espansione sottoscritti con le organizzazioni sindacali da parte di Tim, Ericsson, Bricocenter e Eni, oltre a rappresentare un interessante esempio di come le astratte previsioni legislative vengono applicate sul piano concreto nei contesti d’impresa, dimostrano che fino ad ora solo realtà molto strutturate e con un ampio bacino occupazionale hanno saputo cogliere le opportunità della misura. Da qui la richiesta di associazioni datoriali e sindacati di ridurre sensibilmente il parametro occupazionale richiesto, nella convinzione che la modifica di questo elemento possa finalmente favorire una diffusione capillare della misura.

Sotto questo aspetto, con il decreto Sostegni-bis, il governo ha dimostrato di voler intervenire tempestivamente, dato che la soglia dimensionale per accedere al contratto di espansione, prevista attualmente dall’art. 41, c. 1-bis del D.Lgs. n. 148/2015, viene abbassata a 100 unità, senza operare distinzioni tra accordi che prevedono il prepensionamento dei lavoratori e altri che istituiscano riduzioni dell’orario di lavoro e con un conseguente aumento delle risorse annuali stanziate per finanziare la misura. Il “salto” quantitativo rispetto alla situazione precedente appare in maniera evidente, specialmente se confrontato col fatto che, prima della legge di Bilancio 2021, la norma faceva riferimento esclusivo alle aziende con più di 1000 dipendenti.

La novità introdotta ha quindi il merito di rimuovere un primo ostacolo in vista di una più ampia diffusione del contratto di espansione, almeno sul piano formale, per far sì che quest’ultimo non segua la parabola fallimentare del suo predecessore, ossia il contratto di solidarietà espansivaResta però aperta una questione, che nasce dallo studio dei casi finora presenti, e rimanda sia alle complesse procedure formali di implementazione dei processi di assunzione, formazione, prepensionamento e riduzione degli orari di lavoro, sia agli ingenti costi che le imprese, al di là degli incentivi pubblici che ricevono nell’ambito dell’operazione, sono tenute a sostenere per finanziarli. Basterà l’abbassamento di un requisito occupazionale per sciogliere nodi procedurali ed economici che, specialmente per le piccole e medie imprese, hanno più volte dimostrato di poter bloccare processi di rinnovamento e riorganizzazione? Aziende, sindacati e associazioni datoriali, nei prossimi mesi, hanno il complesso ma affascinante compito di smentire questo dubbio.

Michele Dalla Sega

Fonte: ADAPT

Salute e sicurezza sul lavoro nella pandemia

Fondazione Consulenti del Lavoro: Salute e sicurezza sul lavoro nella pandemia

Nuovi rischi e prospettive di evoluzione dei modelli di gestione

La pandemia ha avuto un impatto rilevante su quasi ogni dimensione del mondo del lavoro, ma quella che ne è stata maggiormente stravolta è stata la salute e sicurezza.

L’esplodere di un evento dal potenziale dirompente in termini di rischi per la salute dei lavoratori e di tutta la popolazione ha portato, nel giro di pochi giorni a scelte drastiche prima – la chiusura di molte attività – e misure stringenti poi che, in ottemperanza dei protocolli sulla sicurezza, hanno visto un vasto adeguamento da parte delle aziende.

Queste sono state impegnate, sia da un punto di vista organizzativo che economico, non solo nel garantire le misure minime di prevenzione (dalle sanificazioni, alla distribuzione delle mascherine, ben il 98% delle imprese italiane vi ha provveduto), ma anche nel fornire adeguata informazione ai dipendenti (94,7%), erogare specifica formazione (90,4%), far ruotare il personale o programmare accessi e uscite scaglionati (70%), mettere a disposizione dei collaboratori test di diversa natura
(52%) ed esonerare i lavoratori più fragili o con specifiche problematiche di assistenza dall’obbligo della presenza (46,2%).

Misure che hanno interessato trasversalmente il mondo delle imprese, dalle grandi fino alle piccole che, pur tra mille difficoltà, hanno comunque adeguato i propri modelli organizzativi e gestionali agli standard imposti dalla pandemia: standard in molti casi onerosi, sia da un punto di vista organizzativo che economico.

Gli sforzi sono stati ripagati dai risultati, con un contenimento degli infortuni da Covid in ambito di lavoro e dei casi di mortalità: al 31 marzo 2021 l’Inail contabilizzava 165 mila denunce di infortunio da Covid, concentrate per lo più nel settore sanitario (67,5%), di cui 551 con esito mortale. Un dato elevato, considerato l’impatto complessivo degli infortuni da Covid sul totale di quelli denunciati (i contagi causati dal virus Sars-Cov-2 hanno costituito nel 2020 il 23,6% delle denunce e il 33,3% di quelle mortali), ma relativamente contenuto se confrontato agli effetti, in termini di contagi e mortalità, prodotti dall’epidemia.

Al tempo stesso, il ricorso diffuso al lavoro agile quale strumento principale di prevenzione alla diffusione dei contagi nel luogo di lavoro, oltre a contenere il rischio, ha avuto il positivo effetto di produrre un significativo crollo degli infortuni in itinere, quelli che avvengono nello spostamento tra l’abitazione e il luogo di lavoro.

Tra 2019 e 2020, le denunce sono passate da più di 100 mila a circa 62 mila, registrando un decremento del 38,3% e portando l’incidenza dei casi in itinere sul totale dal 15,7% all’11,2%. In termini di mortalità, l’impatto è stato ancora più evidente: a fronte di una riduzione del 30,1% dei casi, l’incidenza sul totale delle morti nel tragitto casa-lavoro su quelle totali è passata dal 28,1% del 2019 al 16,8% del 2020.

Tale dinamica segna una discontinuità importante rispetto alle tendenze degli ultimi anni che, a fronte di una stabilità degli infortuni sul luogo di lavoro, avevano visto crescere progressivamente il numero di quelli in itinere, in particolare tra le donne. Nel 2019 tale modalità contribuiva al 22,4% dei casi di infortunio e al 51,1% di quelli mortali per questo segmento, ma nel 2020 i valori si sono ridimensionati arrivando rispettivamente al 12,9% e 26,1%, anche e soprattutto per effetto del
ricorso al lavoro agile.

Proprio lo sviluppo di questo nuovo modello organizzativo, se da un lato ha positivi effetti con riferimento all’incidentalità e mortalità sul lavoro, dall’altro pone nuove sfide in termini di salute e sicurezza. La dislocazione dell’attività lavorativa dall’azienda alla casa prevede infatti, al di là delle responsabilità datoriali, una responsabilizzazione crescente del lavoratore, a cui è chiesto di collaborare per organizzare al meglio la propria postazione di lavoro domestico, al fine di garantire adeguata sicurezza e prevenire l’accadimento di infortuni o l’insorgere di malattie.

In questo contesto, si ampliano i margini di rischio potenzialmente legati alla sicurezza di un ambiente di lavoro che può variare nel tempo (il 27% dei lavoratori agili ha lavorato da un luogo diverso dalla propria abitazione, anche per periodi prolungati), che non è detto rispetti le normative minime di sicurezza impiantistica (elettrica, antincendio) o che presenti ambienti e postazioni di lavoro adeguati e attrezzate secondo criteri ergonomici: secondo l’indagine svolta dai consulenti del
lavoro ad aprile su un campione di occupati, ben il 48,3% degli smart workers presenta disturbi e problemi fisici legati all’inadeguatezza delle postazioni domestiche.

A tali aspetti si aggiunge il rischio di aumento dello stress prodotto dalla dilatazione dei tempi di lavoro, dall’ansia da prestazione, dall’indebolimento delle relazioni aziendali e dalla paura di marginalizzazione, già individuati da quasi la metà dei lavoratori agili quali elementi di disagio del lavoro da remoto.

Sono primi elementi di un’esperienza ancora in corso di assestamento e valutazione, ma il cui impatto sulla dimensione della salute e della sicurezza potrebbe essere dirompente, sia in termini di contenimento del fenomeno infortunistico che di innovazione delle logiche di prevenzione e sicurezza, che devono essere rese più funzionali ai nuovi modelli organizzativi.

Anche in questo passaggio, la salute e la sicurezza sul lavoro sono destinate a ricevere un’attenzione crescente, da parte di imprese, lavoratori, loro rappresentanze e istituzioni. L’emergenza, oltre a rendere tangibile e reale “il rischio”, ha portato tale dimensione al centro delle strategie e dell’organizzazione aziendale, aprendo la strada a un’inattesa coincidenza di interessi tra le parti: di tutela della salute da un lato, e salvaguardia dell’attività di impresa dall’altro.

Quello che è andato maturando nel corso dell’anno è un approccio diverso al tema della salute, che si è tradotta in un’accelerazione del dialogo sociale, della contrattazione, centrale e di prossimità, innescando anche a livello aziendale un’intensa attività di negoziazione, improntata ad una logica di intervento in materia meno procedurale e più sostanziale, meno “verticale” e più partecipata.

Un processo che, sebbene condiviso, non è stato privo di elementi di conflittualità, ma da cui c’è da sperare possa prendere forma un modello sempre più integrato tra salute e lavoro, che porti tale dimensione da elemento procedurale a sostanziale, facendo delle realtà aziendali un perno di quel sistema di salute di territorio che oggi occorre ricostruire. Magari partendo dalla campagna di vaccinazione, primo test di un modello nuovo, che la pandemia potrebbe lasciare in eredità.

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Fonte: Fondazione Studi Consulenti del Lavoro

Urbano, ASSIV: non buttiamo via il Fondo nuove competenze

Huffington Post – Urbano, ASSIV: non buttiamo via il Fondo nuove competenze

L’appello al governo e al Parlamento è che si trovino le risorse per valorizzare uno strumento di sostegno strutturale all’economia, anche se non sarà più il professor Parisi a gestirlo

Il nome di Domenico Parisi è naturalmente legato all’ANPAL e a quando, più di due anni or sono, fortemente voluto dal Movimento 5 stelle, fu richiamato dagli Stati Uniti, dove insegnava, per guidare l’agenzia che avrebbe dovuto definire il perimetro di applicazione del reddito di cittadinanza e soprattutto l’impiego, strettamente connesso, dei cosiddetti navigator.

Sembra essere passata un’eternità da allora e certamente oltre un anno di pandemia non aiuta a valutare con la dovuta oggettività quanto è andato bene e quanto meno bene.

Tuttavia, non si può ignorare il fatto che il prof. Parisi non abbia saputo evitare alcuni grossolani scivoloni, prontamente evidenziati e fortemente criticati tanto dalla stampa quanto dal partito che lo aveva voluto, a partire dalla questione delle indennità economiche che si era assegnato. Se a ciò si aggiungono i risultati non particolarmente incoraggianti nei numeri dei nuovi occupati, ecco spiegate le ragioni per le quali il governo Draghi, e in particolare il ministro Orlando, hanno metaforicamente accompagnato alla porta il professore del Mississippi.

Sarebbe però un grave errore, nel quale peraltro spesso indulgiamo, gettare il bambino assieme all’acqua sporca.

Va infatti ricordato come l’ANPAL, negli ultimi mesi, abbia dato il via a uno strumento particolarmente apprezzato dalle aziende che rappresento, e ritengo dall’intera imprenditoria italiana, quello del Fondo nuove competenze. Si tratta di uno strumento innovativo, che offre all’imprenditore l’opportunità di garantire ai propri lavoratori centinaia di ore di formazione, integralmente finanziate come costo del lavoro (retribuzione e relativi contributi) e con pagamento integrale della retribuzione, senza limiti di massimale (a differenza dei sistemi di sostegno al reddito) e di categoria di inquadramento (si applica anche ai dirigenti).

Il programma permette fino a 250 ore di formazione a lavoratore, da completarsi in un periodo di 90 o 120 giorni a seconda che vengono o meno attivati i fondi interprofessionali. In una fase congiunturale in cui il nostro sistema economico e produttivo è posto dinanzi l’improrogabile necessità di rinnovarsi profondamente per far fronte a criticità vecchie e nuove, fin troppo conosciute le prime, completamente inaspettate le seconde, mi pare di poter dire che sull’argomento l’ANPAL abbia quanto meno saputo interpretare correttamente il proprio ruolo.

Il comparto della sicurezza privata negli ultimi anni ha vissuto un profondo riassetto normativo, che si è riflesso sull’organizzazione delle singole aziende le quali, in alcuni casi, hanno cambiato totalmente il proprio paradigma di riferimento. Si assiste a una inesorabile trasformazione da imprese tradizionalmente a forte connotazione labour intensive a imprese all’avanguardia da un punto di vista tecnologico, con centrali operative in alcuni casi superiori alle migliori strutture in dotazione alle Forze dell’Ordine.

In molti ambiti stiamo già sperimentando la sicurezza del futuro e, anche se ancora lontani dalle suggestioni cinematografiche di un Ridley Scott, il punto è che il nostro personale assomiglia sempre meno al classico piantone (seppur ancora necessario) e sempre più ad un professionista con significative competenze informatiche e tecnologiche.

Accompagnare e favorire questo processo di trasformazione delle competenze, nel nostro come negli altri comparti produttivi, è l’obiettivo che si pone il Fondo nuove competenze, anche per evitare che in momenti di crisi come quello attuale le imprese debbano ricorrere al licenziamento tout court del personale poco qualificato (e pertanto meno produttivo), fornendo invece la possibilità a giovani e meno di giovani di rimettersi in gioco.

L’appello al governo e al Parlamento è che si trovino le risorse per valorizzare uno strumento di sostegno strutturale all’economia, anche se non sarà più il professor Parisi a gestirlo. La continuità dell’azione amministrativa è un valore da salvaguardare.

Maria Cristina Urbano

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Covid-19, ministro Speranza firma nuova Ordinanza per contenere la diffusione del virus. Tutta l’Italia in “zona gialla”

Covid-19, ministro Speranza firma nuova Ordinanza per contenere la diffusione del virus. Tutta l’Italia in “zona gialla”

Il Ministro della SaluteRoberto Speranza, sulla base dei dati e delle indicazioni della Cabina di Regia del 21 maggio 2021, ha firmato una nuova Ordinanza, che entrerà in vigore a partire da lunedì 24 maggio, che dispone il passaggio in area gialla per la Regione Valle d’Aosta.

Complessivamente, quindi, la ripartizione delle Regioni e Province Autonome nelle diverse aree in base ai livelli di rischio a partire dal 24 maggio 2021 è la seguente:

  • zona rossa: (nessuna Regione e Provincia autonoma)
  • zona arancione: (nessuna Regione e Provincia autonoma)
  • zona gialla: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto
  • zona bianca: (nessuna Regione e Provincia autonoma)

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Fonte: Ministero della Salute

Aggiornate le linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali

Aggiornate le linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali

La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, presieduta da Massimiliano Fedriga, nella seduta di ieri ha aggiornato le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali.

Il documento è stato trasmesso al Presidente del Consiglio e al Ministro della Salute affinché le linee guida possano essere adottate con ordinanza in attuazione dell’articolo 12 del Decreto-legge 65/2021.

Fonte: Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

Ministero dell’Interno, Covid economy: quinto report dell’organismo permanente di monitoraggio

Ministero dell’Interno, Covid economy: quinto report dell’organismo permanente di monitoraggio. Lamorgese: al lavoro per tutelare l’economia legale

L’analisi dell’Organismo permanente di monitoraggio e analisi sul rischio di infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso dedicata alle variazioni societarie intervenute nel periodo della pandemia, da marzo 2020 a febbraio 2021

È online il quinto report diffuso dall’Organismo permanente di monitoraggio e analisi sul rischio di infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso, istituito nell’aprile del 2020.

«Il Viminale sta lavorando da più di un anno per rafforzare il cordone di sicurezza intorno alle aziende e alle attività economiche che, proprio in questa fase di riaperture ma anche di persistente vulnerabilità finanziaria dovuta a una crisi senza precedenti, sono insidiate su più fronti dalla strategia di espansione delle mafie», ha commentato il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Se con i quattro report precedenti erano stati delineati i rischi potenziali, i settori economici d’interesse delle mafie e le nuove aree connesse alle filiere produttive o ai servizi legati alla pandemia (cosiddetta Covid economy), l’ultimo report si è concentrato sulle variazioni societarie intervenute nel periodo della pandemia come il turn-over di cariche a livello aziendale, il turn-over di partecipazioni, i trasferimenti di quote, i trasferimenti di aziende, i trasferimenti di sede, le variazioni di natura giuridica e/o del capitale sociale, registrati in Italia da marzo 2020 a febbraio 2021 (confrontate con quelle dell’anno prima), come possibile campanello d’allarme per ulteriori approfondimenti investigativi.

«I report periodici dell’Organismo permanente ci consentono di sfruttare al meglio una rete di sensori diffusa in tutto il Paese», ha proseguito la titolare del Viminale ribadendo come «l’ultimo rapporto, il quinto, accenda un faro sul fenomeno delle variazioni societarie durante la pandemia come possibili indizi di contaminazioni, fornendo un indispensabile strumento di analisi per prevenire i tentativi di alterazione del mercato, di inquinamento del tessuto economico e di condizionamento degli appalti e delle gare pubbliche».

A fronte di una leggera flessione nel periodo Covid pari a -6,30% dovuta verosimilmente ai ripetuti lockdown, si è poi registrato un incremento del 7% delle segnalazioni per operazioni sospette analizzate nel 2020 e un aumento del 9,7% del numero delle società colpite dai provvedimenti interdittivi antimafia nel periodo Covid rispetto all’anno precedente. Dati che devono, si legge nel report, anche tenere conto dell’intensificazione dei controlli istituzionali contro le infiltrazioni.

I settori immobiliari e del commercio all’ingrosso sono risultati i più interessati dalle variazioni societarie, mentre Lombardia, Lazio, Veneto, Campania ed Emilia Romagna le regioni dove si è registrato, in valore assoluto, il numero maggiore delle variazioni societarie in entrambi i periodi.

L’approfondimento e l’analisi dei dati relativi alle società colpite da interdittiva antimafia nei due periodi hanno restituito un valore in aumento nel periodo Covid tanto del numero di società interdette (+9,7%) quanto del numero delle società interdette che hanno registrato significative variazioni societarie (+47 %).

L’analisi si è anche concentrata sui dati di quattro province campione (Reggio Emilia al Nord, Latina al Centro, Cosenza al Sud e Trapani per l’area Isole) e sulle variazioni societarie registrate – nel periodo più limitato 1° ottobre 2020 – 31 marzo 2021 – riferite ai soli codici Ateco Ristorazione e Alloggio, come settori economici particolarmente esposti alla crisi pandemica. In questo ambito, sono state individuate specifiche fattispecie delittuose, come i reati fiscali, tributari e i cosiddetti reati spia, sintomatici del pericolo di infiltrazione mafiosa, con risultati che hanno fatto emergere su 2.591 persone coinvolte nelle variazioni societarie nel semestre ottobre 2020 – marzo 2021, 644 soggetti (il 24,8%) con criticità dirette o indirette.

«Siamo consapevoli che i 12 mesi analizzati non costituiscono un lasso temporale statisticamente significativo – ha spiegato il prefetto Vittorio Rizzi, presidente dell’Organismo permanente – tanto più che l’ampio ventaglio degli interventi assicurati dallo Stato per contrastare una crisi senza precedenti ha inciso sui parametri economici di riferimento. Gli elementi emersi possono costituire, però, il preludio di ciò che potrebbe verificarsi nell’immediato futuro e sono indizi utili per adottare le conseguenti contromisure a tutela della sicurezza e dell’economia».

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Fonte: Ministero dell’Interno

Covid-19 ed effetto vaccini: tra febbraio e aprile i contagi sul lavoro in calo nella sanità e assistenza sociale

INAIL, Covid-19 ed effetto vaccini: tra febbraio e aprile i contagi sul lavoro in calo nella sanità e assistenza sociale

Pubblicato il nuovo report mensile della Consulenza statistico attuariale Inail. Dall’inizio della pandemia le infezioni di origine professionale segnalate all’Istituto sono state 171.804, di cui 600 con esito mortale. Nell’ultimo trimestre analizzato incidenza in crescita per altri settori produttivi, come trasporti, servizi di alloggio e ristorazione, commercio e servizi di informazione e comunicazione, che raccolgono circa un quarto dei casi.

A partire dallo scorso mese di febbraio per i contagi sul lavoro da Covid-19 sembra delinearsi un’inversione di tendenza rispetto al trend osservato nelle fasi precedenti della pandemia. Se la sanità e assistenza sociale negli ultimi tre mesi scende sotto la soglia del 55% dei casi codificati riposizionandosi sugli stessi livelli dell’estate 2020, grazie probabilmente all’efficacia delle vaccinazioni che hanno coinvolto in via prioritaria il personale sanitario, altri settori produttivi registrano incidenze di contagi professionali in crescita pur rilevando, rispetto alla seconda ondata, un calo in termini di valori assoluti. È il caso, in particolare, dei trasporti, dei servizi di alloggio e ristorazione, del commercio e dei servizi di informazione e comunicazione, che tra febbraio e aprile raccolgono complessivamente circa il 25% dei casi, contro il 6% della prima ondata, il 18% del periodo estivo e l’8% della seconda ondata.   

Il trend confermato dall’analisi per professione dell’infortunato. Come rileva il 16esimo report nazionale elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Inail, pubblicato oggi insieme alla versione aggiornata delle schede di approfondimento regionali, questo trend è confermato dall’analisi per professione dell’infortunato. L’incidenza sul totale dei contagi della categoria dei tecnici della salute, prevalentemente infermieri, è passata infatti dal 39,1% del primo periodo di lockdown, fino a maggio 2020 compreso, al 23,3% del successivo quadrimestre giugno-settembre, per poi ritornare al 39,3% nel periodo ottobre 2020-gennaio 2021 e scendere tra febbraio e aprile di quest’anno al 26,0%. Analogo l’andamento delle infezioni dei medici, scese dal 10,1% della prima fase della pandemia al 5,5% di quella “post lockdown”, per poi registrare l’8,6% nella seconda ondata dei contagi e passare al 4,7% nell’ultimo trimestre analizzato.

Con la ripresa delle attività in aumento il peso di altre categorie di lavoratori. Con la progressiva ripresa delle attività, altre professioni hanno visto invece aumentare l’incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi, registrato una riduzione nella terza e di nuovo una risalita nella quarta. Gli esercenti e addetti nelle attività di ristorazione, per esempio, sono passati dallo 0,6% del primo periodo al 3,7% di giugno-settembre, per poi scendere allo 0,7% tra ottobre e gennaio e risalire all’1,3% nel trimestre febbraio-aprile 2021. L’incremento in termini di incidenza sul totale dei contagi osservato per alcune categorie nell’ultimo trimestre, come gli impiegati addetti alla segreteria e agli affari generali (passati dal 3,5% al 4,5%, al 4,3% e all’8,7%) o i professori della scuola primaria (dallo 0,03% allo 0,5%, allo 0,8% e al 2,7%), è dovuto alla consistente diminuzione che ha caratterizzato le professioni della sanità, sia in valore assoluto che relativo.

L’incremento rispetto al monitoraggio di fine marzo è del 3,8%. Le infezioni da Covid-19 di origine professionale segnalate dall’inizio della pandemia alla data dello scorso 30 aprile sono 171.804, pari a circa un quarto del totale delle denunce di infortunio sul lavoro pervenute all’Inail dal gennaio 2020 e al 4,3% del complesso dei contagiati nazionali comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data. Rispetto alle 165.528 denunce registrate dal monitoraggio mensile precedente, i casi in più sono 6.276 (+3,8%), di cui 2.199 riferiti ad aprile, 1.642 a marzo, 501 a febbraio e 581 a gennaio di quest’anno, 499 a dicembre, 451 a novembre e 297 a ottobre, mentre i restanti 106 sono riconducibili agli altri mesi del 2020. Il consolidamento dei dati permette, infatti, di acquisire informazioni non disponibili nelle rilevazioni precedenti.

Quasi sei decessi su 10 concentrati nella prima fase della pandemia. I casi mortali sono 600, concentrati soprattutto nel trimestre marzo-maggio 2020 (58,2%) e pari a circa un terzo del totale decessi denunciati all’Inail da gennaio 2020, con un’incidenza dello 0,5% rispetto al complesso dei deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall’Iss alla stessa data. Rispetto ai 551 casi rilevati dal monitoraggio al 31 marzo, i decessi sono 49 in più, di cui 11 ad aprile, 10 a marzo, quattro a febbraio e otto a gennaio di quest’anno, sei a dicembre e sette a novembre dello scorso anno, mentre i restanti tre decessi sono riconducibili ai mesi precedenti.     

La quota femminile è pari al 69% ma a morire sono soprattutto gli uomini. A morire sono soprattutto gli uomini (83,5%) e i lavoratori nelle fasce di età 50-64 anni (72,0%), over 64 anni (19,2%) e 35-49 anni (8,0%). Il rapporto tra i generi si inverte prendendo in considerazione tutti i contagi sul lavoro da Covid-19. La quota femminile sul totale, infatti, è pari al 69,0%. Il numero delle lavoratrici contagiate supera quello dei lavoratori in tutte le regioni, a eccezione di Calabria, Sicilia e Campania, dove l’incidenza delle donne sul complesso delle infezioni di origine professionale è, rispettivamente, del 49,2%, 46,3% e 44,4%.

La fascia di età più colpita è quella tra i 50 e i 64 anni. L’età media dei contagiati dall’inizio dell’epidemia è di 46 anni (59 per i deceduti). Il 42,4% del totale delle denunce riguarda la classe 50-64 anni. Seguono le fasce 35-49 anni (36,7%), under 35 anni (18,9%) e over 64 anni (2,0%). L’86,2% delle denunce riguarda lavoratori italiani. Il restante 13,8% sono stranieri, soprattutto rumeni (pari al 21,1% dei lavoratori stranieri contagiati), peruviani (12,9%), albanesi (8,2%), moldavi (4,5%) ed ecuadoriani (4,2%). Nove morti su 10 sono italiani (90,5%), mentre le comunità straniere con più decessi sono quelle peruviana (con il 15,8% dei casi mortali dei lavoratori stranieri), albanese (14,0%) e rumena (10,5%).

Milano, Torino, Roma e Napoli le province con più contagiati. Dall’analisi territoriale, approfondita anche attraverso le schede regionali, emerge una distribuzione delle denunce del 43,5% nel Nord-Ovest (prima la Lombardia con il 25,8%), del 24,5% nel Nord-Est (Veneto 10,6%), del 15,0% al Centro (Lazio 6,4%), del 12,4% al Sud (Campania 5,6%) e del 4,6% nelle Isole (Sicilia 3,0%). Le province con il maggior numero di contagi dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono Milano (9,7%), Torino (7,1%), Roma (5,1%), Napoli (3,8%), Brescia (2,6%), Varese e Verona (2,5% per entrambe) e Genova (2,4%).

Al Sud gli aumenti percentuali maggiori su base mensile. Prendendo in considerazione solo l’ultimo mese di rilevazione, la provincia che registra il maggior numero di infezioni di origine professionale è quella di Roma, seguita da Milano, Torino, Napoli, Firenze, Palermo, Genova e Venezia. Le province che in aprile hanno avuto gli aumenti percentuali più consistenti rispetto alla rilevazione di marzo sono però quelle di Matera (+21,3%), Vibo Valentia (+15,4%), Reggio Calabria (+14,3%), Lecce (+13,6%), Ragusa (+12,2%), Caltanissetta (+11,5%), Agrigento (+11,3%), Brindisi (+9,5%) e Firenze (+9,3%).

Confermato il primato negativo del Nord-Ovest. Con più di quattro casi mortali su 10 (41,9%), il Nord-Ovest conferma il proprio primato negativo anche per i decessi (prima la Lombardia con il 29,5%). Seguono il Sud con il 23,8% (Campania 11,0%), il Centro con il 16,8% (Lazio 9,7%), il Nord-Est con il 12,0% (Emilia Romagna 6,8%) e le Isole con il 5,5% (Sicilia 4,8%). Nel confronto con il dato complessivo delle denunce di contagio sul lavoro da Covid-19, per i mortali si osserva una quota più elevata al Sud (23,8% contro il 12,4% riscontrato nelle denunce totali) e un’incidenza inferiore nel Nord-Est (12,0% rispetto al 24,5%). Le province con più morti da inizio pandemia sono Bergamo (8,0%), Milano (7,8%), Roma (7,3%), Napoli (6,7%), Brescia (4,7%), Torino (4,0%), Cremona (3,2%), Genova e Parma (2,7% ciascuna).

Fonte: INAIL