Covid 19, Regione Campania: ordinanza n. 98 del 19 dicembre 2020

0

Covid 19, Regione Campania: Ordinanza n. 98 del 19 dicembre 2020: COVID-19. Ordinanza ai sensi dell’art. 32, comma 3, della legge 23 dicembre 1978, n.833 in materia di igiene e sanità pubblica e dell’art. 3 del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19. Disposizioni di prevenzione sanitaria relative ai giorni 20-23 dicembre 2020.

Covid 19, Provincia di Bolzano: ordinanza 76 del 21 dicembre 2020

0

Covid 19, Provincia di Bolzano: ordinanza 76 del 21 dicembre 2020

Le regole anti-contagio valide dal 24 dicembre al 6 gennaio nell’ordinanza firmata oggi dal presidente Kompatscher. Limitazioni maggiori rispetto a quelle statali sui negozi, minori sulla mobilità.

Con l’ordinanza contingibile ed urgente n. 76, che fissa le regole in vigore dalla vigilia di Natale all’Epifania, la Provincia adotta misure proprie rispetto alle norme statali in materia di contenimento del contagio da coronavirus. Il presidente della Provincia Arno Kompatscher ha firmato l’ordinanza questo lunedì sera, 21 dicembre. “Abbiamo deciso di affidarci alla responsabilità personale della popolazione dell’Alto Adige lasciando un po’ più di libertà di movimento, ma insieme all’appello a non abusarne per le visite a parenti o amici a casa” ha sottolineato Kompatscher.

Bar, ristoranti e negozi chiusi, ma libertà di movimento mantenuta

L’ordinanza prevede che bar e ristoranti restino chiusi. Allo stesso modo sono chiusi gli esercizi commerciali (con eccezioni definite tramite codice ATECO, ad esempio supermercati, negozi di alimentari, nonché negozi al dettaglio che vendono prodotti di uso quotidiano, farmacie, parafarmacie, edicole, tabaccherie) e i servizi alla persona, ad eccezione di lavanderie, servizi funebri,  parrucchieri e barbieri. Sono disponibili il servizio di asporto (fino alle 20.00) e il servizio di consegna a domicilio (fino alle 22.00). La libertà di movimento rimane in vigore in tutta la Provincia durante il giorno. Dalle 22.00 alle 5.00 vige il divieto di lasciare la propria abitazione, tranne che per motivi di lavoro e di salute e per necessità urgenti con un’autodichiarazione che può essere presentata anche in loco in caso di controllo. Le strutture ricettive rimarranno aperte, ma solo gli ospiti che pernottano possono usufruire dei loro servizi.

Festeggiare i familiari, ma vietate le feste e gli eventi

È consentito festeggiare nella cerchia dei parenti più stretti (nonni, genitori, figli, partner). Tuttavia, si raccomanda espressamente di mantenere basso il numero di persone in uno stesso luogo. Il numero di persone esterne al nucleo familiare che possono visitarlo è fissato in due nell’ordinanza, in analogia alle norme statali. Non sono consentite feste ed eventi all’aperto, in residenze private o in strutture ricettive. Nelle strutture ricettive, gli spazi comuni devono essere chiusi alle 23.00. Le scuole superiori e le scuole professionali avranno il 75 per cento di frequenza a partire dal 7 gennaio. L’ordinanza prevede inoltre che, a partire dal 7 gennaio, le attività scolastiche e didattiche nelle scuole superiori e nelle scuole professionali siano impartite in presenza di un massimo del 75 per cento degli studenti.

Dimostrare solidarietà e rispettare le regole anticontagio

“Mostriamo solidarietà e comunità soprattutto a Natale, limitiamo i contatti, indossiamo la mascherina, teniamoci a distanza e facciamo attenzione all’igiene delle mani” sottolinea il presidente Kompatscher.

L’ordinanza n. 76 in vigore, così come quelle precedenti, può essere consultata sul sito web della Provincia sul coronavirus.

Informazioni aggiornate sulle regole per viaggiare in Italia e in Europa sono disponibili sul sito web della Provincia dedicato al coronavirus.

Fonte: Provincia autonoma di Bolzano

INAIL: i contagi sul lavoro da Covid-19 superano quota 100mila

0

I contagi sul lavoro da Covid-19 oltre quota 100mila. Il picco dei casi nell’ultimo bimestre

Coronavirus

I contagi sul lavoro da Covid-19 denunciati all’Inail alla data del 30 novembre sono 104.328, pari al 20,9% del complesso delle denunce di infortunio sul lavoro pervenute dall’inizio dell’anno e al 13% dei contagiati nazionali comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data. Rispetto alle 66.781 denunce rilevate alla data del 31 ottobre i casi in più sono 37.547, di cui 27.788 riferiti a novembre e 9.399 a ottobre. La “seconda ondata” delle infezioni da Covid-19 ha avuto un impatto più significativo della prima anche in ambito lavorativo. Nel bimestre ottobre-novembre, infatti, si rileva il picco dei contagi di origine professionale, con quasi 49mila denunce di infortunio (pari al 47% del totale) rispetto alle circa 46.500 registrate nel bimestre marzo-aprile. Il divario, peraltro, è destinato ad aumentare nella prossima rilevazione per effetto del consolidamento particolarmente influente sull’ultimo mese della serie.

I decessi sono 366, la metà è avvenuta ad aprile. Come segnalato dall’11esimo report nazionale elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, pubblicato oggi insieme alla versione aggiornata delle schede di approfondimento regionali, i casi mortali sono 366, pari a circa un terzo del totale dei decessi denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno, con un’incidenza dello 0,7% rispetto ai deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall’Iss alla stessa data. Rispetto ai 332 decessi rilevati dal monitoraggio al 31 ottobre, i casi mortali segnalati all’Istituto sono 34 in più, di cui 20 nel solo mese di novembre. La metà dei decessi (50,3%) è avvenuta ad aprile, il 33,1% a marzo, il 6,0% a maggio, il 5,5% a novembre, l’1,6% a luglio e a ottobre, l’1,4% a giugno e lo 0,3% ad agosto e settembre.

I maggiori incrementi registrati nelle province meridionali. L’analisi territoriale conferma che le denunce ricadono soprattutto nel Nord del Paese: il 50,3% nel Nord-Ovest (il 30,5% in Lombardia), il 21% nel Nord-Est, il 13,7% al Centro, l’11,1% al Sud e il 3,9% nelle Isole. Le province con il maggior numero di contagi sono Milano (11,9%), Torino (7,6%), Roma (4,2%), Napoli (3,9%), Brescia (3,2%), Genova (2,8%), Varese (2,7%) e Bergamo (2,6%). In termini relativi, però, sono le province meridionali a registrare i maggiori incrementi: Reggio Calabria, Caltanissetta, Caserta e Salerno vedono più che triplicare i casi denunciati rispetto alla rilevazione di fine ottobre. Concentrando l’analisi esclusivamente sui decessi, la percentuale del Nord-Ovest sale al 53,8% (il 39,3% in Lombardia), ma rispetto al totale delle denunce si osserva una quota più elevata al Sud, che con il 16,9% dei casi mortali precede il Centro (13,7%), il Nord-Est (12,8%) e le Isole (2,8%). Le province che contano più decessi si confermano essere quelle di Bergamo (11,2%), Milano (8,5%), Brescia (6,8%), Napoli (6,3%), Roma (5,5%) e Cremona (4,9%).

Quasi sette denunce su 10 nel settore della sanità e assistenza sociale. Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale – che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili – con il 68,7% delle denunce e il 23,7% dei casi mortali codificati precede l’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono il 9,2% delle infezioni denunciate e il 10,3% dei decessi. Gli altri settori più colpiti sono i servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il manifatturiero (tra cui gli addetti alla lavorazione di prodotti chimici e farmaceutici, stampa, industria alimentare), le attività dei servizi di alloggio e ristorazione e il commercio.

Dopo la tregua estiva da settembre la “seconda ondata” di contagi. Ripartendo l’intero periodo di osservazione in tre intervalli – fase di “lockdown” (fino a maggio compreso), fase “post lockdown” (da giugno ad agosto) e  fase di “seconda ondata” di contagi (settembre-novembre) – per l’insieme dei settori della sanità, assistenza sociale e amministrazione pubblica (Asl) si osserva una progressiva riduzione dell’incidenza delle denunce tra le prime due fasi e una risalita nella terza (si è passati dall’80,5% dei casi codificati nel primo periodo al 49,2% del trimestre giugno-agosto, per poi risalire al 76,3% nel trimestre settembre-novembre). Viceversa altri settori, con la graduale ripresa delle attività, in particolare nel periodo estivo, hanno visto aumentare l’incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi e una riduzione nella terza.

Il fenomeno in aumento in tutti i settori di attività. È il caso, per esempio, dei servizi di alloggio e ristorazione (passati dal 2,5% del primo periodo, al 6,3% del trimestre successivo e al 2,4% nel trimestre settembre-novembre) e dei trasporti (passati dall’1,2%, al 5,8% e al 2,4%). Il decremento osservato in questi settori nell’ultimo trimestre analizzato non deve però trarre in inganno. In ottobre e, in particolare, a novembre il numero dei contagi sul lavoro da Covid-19 denunciati all’Inail è tornato ad aumentare vigorosamente in tutti i settori di attività. A diminuire è la quota di questi casi sul totale, a fronte del più consistente aumento che caratterizza nuovamente la sanità, sia in valore assoluto che relativo.

Più casi tra i tecnici della salute e gli operatori socio-sanitari. La categoria professionale più colpita continua a essere quella dei tecnici della salute, con il 38,6% delle infezioni denunciate, circa l’82% delle quali relative a infermieri, e il 9,3% dei casi mortali, seguita dagli operatori socio-sanitari (18,6%), dai medici (9,5%), dagli operatori socio-assistenziali (7,6%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, come ausiliari, portantini e barellieri (4,7%). Le altre categorie più coinvolte sono quelle degli impiegati amministrativi (4,3%), degli addetti ai servizi di pulizia (2,2%), dei conduttori di veicoli (1,2%) e dei dirigenti amministrativi e sanitari (1,0%).

Nella terza fase dell’epidemia torna ad aumentare l’incidenza delle professioni sanitarie. Dall’analisi dei dati per mese di accadimento emerge una progressiva riduzione dell’incidenza dei casi di contagio per le professioni sanitarie nelle prime due fasi e una risalita nella terza. La categoria dei tecnici della salute, in particolare, è passata dal 39,3% del primo periodo, fino a maggio compreso, al 21,4% del trimestre giugno-agosto, per poi risalire al 38,6% nell’ultimo trimestre. I medici, scesi dal 10,2% della fase di “lockdown” al 3,7% in quella “post lockdown”, hanno fatto registrare il 9,0% nella “seconda ondata” dei contagi. Con la ripresa delle attività, altre professioni hanno invece visto aumentare l’incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi e registrato una riduzione nella terza. Gli esercenti e addetti nelle attività di ristorazione, per esempio, sono passati dallo 0,6% del primo periodo al 4,2% di giugno-agosto e allo 0,8% tra settembre e novembre. Gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia, tra la prima e la seconda fase hanno raddoppiato la percentuale dei contagi rispetto al totale (dallo 0,6% all’1,2%), per poi attestarsi allo 0,9% nell’ultimo trimestre. Le infezioni relative agli artigiani e operai specializzati delle lavorazioni alimentari, invece, sono aumentate dallo 0,2% al 7,1%, per poi tornare allo 0,2% dei contagi denunciati tra settembre e novembre.

L’identikit dei lavoratori contagiati. La maggioranza dei lavoratori contagiati sono donne (69,4%), con un’età media dall’inizio dell’epidemia di 46 anni per entrambi i sessi. Il 42,5% delle denunce riguarda la classe 50-64 anni, seguita dalle fasce 35-49 anni (36,8%), 18-34 anni (18,8%) e over 64 anni (1,9%). I decessi, invece, sono concentrati soprattutto tra gli uomini (84,2%) e nella fascia 50-64 anni, con il 71,6% del totale dei casi. Seguono le fasce over 64 anni (18,6%) e 35-49 anni (8,7%), con un’età media dei deceduti di 59 anni. L’85,6% dei contagi denunciati riguarda lavoratori italiani. Il restante 14,4% sono stranieri (otto su 10 donne), concentrati soprattutto tra i lavoratori rumeni (pari al 20,2% dei contagiati stranieri), peruviani (15,0%), albanesi (7,8%) ed ecuadoregni (5,1%).

Fonte: INAIL

Agenzia delle Entrate: circolare 29/e sulla riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente

Agenzia delle Entrate: circolare 29/e sulla riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente

Agenzia delle Entrate – Circolare 29/e del 14 dicembre 2020: Riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente – Decreto legge 5 febbraio 2020, n. 3 recante «Misure urgenti per la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente»

Adapt: Vaccino anti Covid e facoltà datoriali

Adapt: Vaccino anti Covid e facoltà datoriali

di Antonio Tarzia

Con l’imminente arrivo dei primi vaccini a protezione dell’infezione da Covid 19 i datori di lavoro pubblici e privati cominceranno ad interrogarsi sulla possibilità (nel senso di “facoltà”) di obbligare i propri dipendenti a vaccinarsi per eliminare (o quantomeno
circoscrivere) le rigide linee guida per il contenimento del virus e per ridurre il (correlato) rischio di essere chiamati a rispondere in caso di malattia (o di decesso) del lavoratore di cui sia accertata la causa in relazione alla circolazione del virus all’interno
dei locali di lavoro.

Fonte: ADAPT

Ministero dell’Interno: circolare ai prefetti sul decreto legge Natale

Ministero dell’Interno: circolare ai prefetti sul decreto legge Natale

È stata inviata ai prefetti una circolare a firma del capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, Bruno Frattasi, che fornisce alcune indicazioni sulle misure adottate con il decreto legge n. 172/2020, per fronteggiare i rischi sanitari legati alla diffusione del contagio da Covid-19 durante le imminenti festività.

Con la circolare, si richiama l’esigenza di predisporre efficaci servizi volti a garantire la corretta osservanza delle misure previste, in particolare per quanto riguarda i controlli lungo le arterie stradali e in ambito cittadino, per prevenire possibili violazioni alla restrizioni alla mobilità ovvero situazioni di assembramento e di mancata osservanza del distanziamento sociale.

Fonte: Ministero dell’Interno

La questione salariale in Italia. Un confronto con le maggiori economie dell’Eurozona

0

La questione salariale in Italia. Un confronto con le maggiori economie dell’Eurozona

di Nicolò Giangrande

Questo articolo tratta la questione salariale italiana tramite una comparazione con le maggiori economie dell’Eurozona attraverso l’elaborazione dei dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), dell’Ufficio statistico dell’Unione Europea (Eurostat), della Commissione Europea (Ameco), dell’Istituto Nazionale Previdenza Sociale (Inps) e del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Lo studio analizza le dinamiche salariali e occupazionali dal 2000 al 2019 e presenta un quadro in cui l’Italia, in divergenza rispetto all’Eurozona, si caratterizza per una stagnazione salariale di lungo periodo e da una maggiore presenza delle professioni meno qualificate. L’articolo mostra come la polarizzazione verso il basso in termini salariali e occupazionali sia il risultato di politiche economiche decise dai governi e implementate dalle imprese con l’obiettivo di recuperare competitività attraverso la moderazione salariale.

Fonte: Fondazione Di Vittorio

Messaggio Inps n. 4781 sull’esonero dal versamento dei contributi previdenziali per aziende che non richiedono trattamenti di cassa integrazione

Messaggio INPS n. 4781 del 21 dicembre 2020: Articolo 3 del decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104, recante “Misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia” (G.U. n. 203 del 14 agosto 2020), convertito, con modificazioni, dalla legge 13 ottobre 2020, n. 126. Esonero dal versamento dei contributi previdenziali per aziende che non richiedono trattamenti di cassa integrazione. Ulteriori chiarimenti”

Dl immigrazione e sicurezza: legge di conversione e testo coordinato in Gazzetta Ufficiale

0

Dl immigrazione e sicurezza: la legge di conversione e il testo coordinato in Gazzetta Ufficiale

Nella seduta del 18 dicembre 2020, il Senato ha rinnovato la fiducia al Governo con l’approvazione definitiva del disegno di legge di conversione, con modificazioni, del Dl n 130/2020, cosiddetto Decreto “immigrazione e sicurezza”.

Il decreto è intervenuto sulla disciplina dell’immigrazione e prevede anche disposizioni volte a rafforzare la sicurezza pubblica, implementando le misure del divieto di ingresso nei pubblici esercizi e nei locali di pubblico trattenimento o nelle loro adiacenze (cosiddetto “Daspo urbano”) e rafforzando le norme volte al contrasto al fenomeno dello spaccio di stupefacenti attraverso siti web.

Qui trovi il testo del decreto coordinato con la legge di conversione: https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2020-10-21&atto.codiceRedazionale=20G00154&atto.articolo.numero=0&qId=cf5c0fba-9bfd-4cb1-aa21-5ae5d9d0ce1a&tabID=0.7541619716903505&title=lbl.dettaglioAtto

Indagine Confindustria sul lavoro 2020

Indagine Confindustria sul lavoro 2020

di Giovanna Labartino, Francesca Mazzolari e Giovanni Morleo

  • L’annuale indagine Confindustria sulle condizioni dell’occupazione nelle imprese associate, andata sul campo nei primi mesi del 2020, fornisce dettagliate informazioni, riferite al 2019, su struttura dell’occupazione e gravità delle assenze nelle imprese associate. In allegatoa questa pagina sono disponibili tavole riassuntive e comparative relative alle principali variabili oggetto di indagine.
  • Come in edizioni precedenti, l’indagine ha inoltre raccolto informazioni sulle politiche aziendali adottate dall’imprese, quali l’erogazione di premi variabili collettivi, la messa a disposizione di welfare al personale non dirigente, il lavoro agile, riferite al momento della compilazione. Dato che la raccolta dei questionari è avvenuta prevalentemente prima dell’avvio dell’emergenza sanitaria, il quadro rilevato su diffusione e caratteristiche delle politiche aziendali può essere considerato descrittivo della situazione a inizio 2020, pre-pandemia.
  • A inizio 2020 nell’industria in senso stretto il 68,5% dei lavoratori erano coperti da un contratto aziendale che prevede l’erogazione di premi variabili collettivi; la percentuale scende al 63,7% nei servizi.
  • La quota di imprese che stipula contratti di contenuto economico si è fermata mediamente al 31,9% nell’industria al netto costruzioni e al 17,5% nei servizi – percentuali più basse rispetto a quelle della forza lavoro coperta data la maggiore diffusione dei premi nelle imprese più grandi.
  • Oltre alla corresponsione di premi, più di un quarto dei contratti aziendali prevedeva la possibilità che questi fossero convertiti in welfare (30%).
  • A inizio 2020 il 71,5% delle imprese associate metteva a disposizione dei propri dipendenti non dirigenti almeno un servizio di welfare. La forma più diffusa si conferma l’assistenza sanitaria (60,0%), seguita da previdenza complementare (56,7%), mense (24,4%) e fringe benefits (22,2%). Più bassa la diffusione di “carrello della spesa” (10,2%) e contributi per l’assistenza a familiari anziani o non autosufficienti (5,2%).
  • A inizio 2020 il 16,6% delle imprese associate (il 29,3% tra quelle con almeno 100 dipendenti) aveva già introdotto forme di “lavoro agile”, ovvero modalità di svolgimento del lavoro flessibili in termini di orario e luogo. Con riferimento alla forza lavoro nelle imprese associate, lo smart working risulta essere stato utilizzato dal 31,3% dei dipendenti. Sondaggi condotti nel corso dell’anno (si veda per esempio l’indagine Confindustria sugli effetti della pandemia da Covid-19 per le imprese italiane, quarta edizione a questo link) hanno registrato un incremento significativo del ricorso al lavoro agile nel corso del 2020, in applicazione delle misure di contenimento della diffusione del virus. Sarà, quindi, di particolare rilievo tenere monitorata la diffusione dello smart working nelle prossime edizioni dell’indagine, per valutare su quali livelli si stabilizzerà l’adozione su un orizzonte di tempo più lungo.

 1. La fotografia delle politiche aziendali adottate nel Sistema Confindustria a inizio 2020

Un’impresa su quattro applica un contratto aziendale, quasi una su tre nell’industria

Secondo la rilevazione condotta tra febbraio e aprile 2020, si stima che il 24,1% delle aziende associate a Confindustria applicasse un contratto collettivo aziendale che prevede l’erogazione di un premio variabile collettivo. Si riscontrano ampie differenze per settore e dimensione aziendale. Nell’industria al netto delle costruzioni la diffusione della contrattazione aziendale di contenuto economico si attesta in media al 31,9% (contro il 17,5% nei servizi), passando dal 7,9% tra le aziende fino a 15 addetti al 39,5% tra quelle con 16-99 addetti, e raggiungendo il 78,1% tra quelle con 100 e più addetti.

Dato che i contratti aziendali sono più diffusi tra le imprese di maggiore dimensione, la copertura dei premi variabili collettivi è più elevata se espressa in termini di lavoratori: 66,1% su un totale di oltre 5 milioni di lavoratori occupati in imprese associate a Confindustria. Tra le imprese dei servizi i lavoratori coperti sono il 63,7%, nell’industria al netto delle costruzioni il 68,5% (Figura A).

Premi collettivi incidono più per operai e impiegati

Per il personale non dirigenziale, l’incidenza dei premi variabili collettivi sulla retribuzione annua complessiva è simile per operai e impiegati, mediamente pari al 3,0%, mentre tra i quadri scende al 2,6%. Nell’industria al netto delle costruzioni l’incidenza dei premi è mediamente più elevata che nei servizi e risulta particolarmente alta nelle imprese oltre i 100 dipendenti: 4,5% per gli operai e 4,1% per gli impiegati.

Non solo premi nei contratti aziendali

Tra le imprese che applicano un contratto aziendale che prevede l’erogazione di un premio variabile collettivo, nel 30,2% dei casi lo stesso contratto prevede anche la possibilità (su richiesta del lavoratore) che il premio sia convertito in welfare. Per la prima volta quest’anno l’indagine ha rilevato, inoltre, se l’opzione è stata effettivamente esercitata: nell’industria in senso stretto, il 78,1% delle aziende ha avuto almeno un lavoratore che ha esercitato l’opzione; nei servizi la percentuale si attesta al 53,6%.

L’opzione di conversione di premi in welfare è più diffusa al crescere della dimensione aziendale: nell’industria in senso stretto è prevista dal 18,3% dei contratti in imprese fino a 15 dipendenti, dal 34,8% in quelle con 16-99 addetti e da oltre la metà (51,8%) in quelle con 100 addetti e più.

Per quanto riguarda altre previsioni contenute nei contratti aziendali, forme di partecipazione dei lavoratori agli utili sono previste nel 5,2% dei casi, mentre forme di coinvolgimento paritetico dei dipendenti nell’organizzazione sono previste nel 5,6% dei casi.

Variegata l’offerta di benefit ai dipendenti

Da qualche anno l’indagine monitora la diffusione del welfare a livello aziendale. I risultati indicano che a inizio 2020 il 71,5% delle imprese associate a Confindustria metteva a disposizione dei propri dipendenti non dirigenti uno o più servizi di welfare. La diffusione del welfare è più elevata nell’industria e nelle imprese grandi; come nel caso dei premi collettivi, la maggiore diffusione nelle aziende di grande dimensione eleva la quota complessiva di lavoratori a cui tali servizi sono messi a disposizione.

Nel welfare aziendale prevale l’offerta di sanità integrativa e previdenza complementare. Nello specifico, quasi la metà delle imprese associate versa contributi in fondi di assistenza sanitaria integrativa a favore dei propri dipendenti (60,0%), principalmente in applicazione di quanto previsto dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (51,7%). La diffusione della previdenza complementare è al 56,7%, anch’essa soprattutto in attuazione di CCNL (49,9%). Per entrambe le forme di welfare la percentuale di imprese che le mettono a disposizione dei propri dipendenti schizza tra quelle grandi, in particolar modo nell’industria (90,1% e 91,0% rispettivamente).

In termini di diffusione, seguono le somministrazioni di vitto (per esempio tramite mense aziendali) e i fringe benefit (tra cui autovetture ad uso promiscuo o prestiti agevolati), messi a disposizione da circa un’azienda su 5 (24,4% e 22,2%), in entrambi i casi principalmente per decisione unilaterale (15,1% e 18,1%).

Somme e servizi con finalità di educazione, istruzione o ricreazione rivolti ai dipendenti sono erogati dal 7,0% delle imprese. Una quota molto simile li eroga a favore di familiari dei dipendenti (7,2%). Le percentuali si quadruplicano tra le grandi imprese.

Mediamente al 10,2% (21,0% per le grandi imprese) la diffusione del “carrello della spesa”, un altro tipo di erogazione che offre un concreto sostegno al potere di acquisto dei dipendenti, ancor più se distribuito con accordi con specifici esercenti. Al 4,0% la diffusione di servizi di trasporto collettivo (12,3% tra le grandi imprese industriali).

Al 5,2% la diffusione di forme di assistenza ai familiari anziani o non autosufficienti, voce che probabilmente prenderà peso in futuro sia per la recente estensione degli incentivi fiscali a questa forma di welfare sia per la crescente domanda a fronte dell’invecchiamento della popolazione. Nell’industria in senso stretto, tra le grandi imprese ormai più del 16% offre questo tipo di benefit ai dipendenti.

Come già messo in evidenza, la diffusione del welfare aziendale cresce con la dimensione di impresa. Tra le imprese più grandi si registra anche l’incidenza più elevata della previsione di welfare da contratto aziendale. Concentrandoci sui tipi di benefit più diffusi, tra le imprese con 100 o più addetti, il 10,8% offre assistenza sanitaria integrativa prevista da contratto aziendale, il 9,9% previdenza complementare e il 20,2% qualche forma di vitto. Nel caso dei fringe benefit, invece, la previsione da contratto aziendale scende al 6,3%, perché di gran lunga prevalente rimane la concessione (per decisione) unilaterale del datore di lavoro (Tabella A).

Lavoro agile in un’azienda su sei già prima della pandemia

Per il terzo anno consecutivo, l’indagine Confindustria ha approfondito il tema dell’organizzazione del lavoro, monitorando la diffusione di forme di lavoro agile, ovvero modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno, senza postazione fissa. Sulla base della rilevazione effettuata nei primi mesi del 2020, quindi presumibilmnete rappresentativa della situazione pre-emergenza sanitaria, si stima che il 16,6% delle imprese associate a Confindustria avesse già introdotto forme di smart working, quasi una su 3 tra quelle con 100 o più addetti (29,3%). La diffusione era mediamente più ampia nei servizi che nell’industria (22,2% rispetto a 12,2%).

Con riferimento alla forza lavoro nelle imprese associate, lo smart working risulta essere stato utilizzato dal 31,3% dei dipendenti. L’indagine del 2020 è stata la prima edizione a monitorare anche l’intensità di utilizzo dello smart working, e indica che la percentuale di lavoratori che hanno fatto ricorso a forme di lavoro agile si attestava, pre-emergenza sanitaria, al 47,4% nei servizi e al 20,6% nell’industria al netto costruzioni, ed era più ampia nelle imprese più piccole (41,1% in quelle fino a 15 dipendenti, intorno al 20% sia in quelle di medie e grandi dimensioni).

Con riferimento alle modalità di disciplina, nella maggior parte dei casi, se introdotto, lo smart working è regolato solo da accordi individuali (69,0%). Vi è un 19,1% di imprese che tuttavia ha introdotto anche una regolamentazione aziendale e un 10,0% che include il tema nella contrattazione collettiva aziendale. Nelle imprese più grandi è più frequente che agli accordi individuali si affianchi anche una regolamentazione aziendale (24,7% dei casi) e/o la contrattazione aziendale (17,6%).

2. Monitoraggio del fenomeno delle assenze dal lavoro nel 2019

Tasso di assenteismo più alto in imprese più grandi

Nel corso del 2019 le ore lavorabili pro-capite, al netto delle ore di Cassa Integrazione Guadagni, sono state mediamente pari a 1.600. Di queste, 105 non sono state lavorate a causa delle assenze dal lavoro (retribuite e non). Il tasso di assenteismo (calcolato come il rapporto tra le ore di assenza e le ore lavorabili) si è dunque attestato al 6,6%.

L’incidenza delle assenze, come calcolata sulla base dei dati dell’indagine Confindustria sul lavoro, è risultata simile nell’industria in senso stretto (6,4%) e nei nei servizi (6,8%).

Il tasso di assenteismo si è confermato crescente all’aumentare della dimensione aziendale: 7,3% in quelle con 100 e più addetti, 3,6% in quelle fino ai 15 (Figura B).

Causali di assenza diverse per genere

La malattia non professionale si è confermata la causa più frequente di assenza (3,2% delle ore lavorabili), seguita dai congedi retribuiti (1,3%) e dagli altri permessi retribuiti (1,2%), che includono i permessi sindacali e quelli per visite mediche o accompagnamento parentale. L’incidenza delle assenze è risultata pari al 5,7% tra gli uomini e al 8,3% tra le donne. I congedi parentali spiegano la quasi totalità della differenza, essendo pari al 3,2% delle ore lavorabili per le donne e allo 0,6% per gli uomini, a causa degli oneri di accudimento familiare, visto che quelli a carico del genere femminile sono di gran lunga maggiori.

Appendice: Le caratteristiche dell’Indagine annuale Confindustria sul lavoro

Edizione 2020

Questa nota esamina i risultati dell’Indagine Confindustria sul Lavoro del 2020, che come in precedenti edizioni è andata sul campo nei primi mesi dell’anno. La somministrazione dei questionari da parte delle Associazioni del Sistema Confindustria alle proprie imprese associate ha avuto inizio il 10 febbraio 2020, con un termine inizialmente fissato per il 20 marzo. L’emergenza sanitaria scoppiata a fine febbraio e le misure restrittive imposte nelle settimane successive hanno ovviamente creato una cesura anche nello svolgimento dell’indagine. Il campione di quest’anno è costituito da 1.935 imprese – una numerosità più che dimezzata rispetto alle edizioni precedenti, in ragione del fatto che la raccolta si è principalmente concentrata nelle prime settimane dall’avvio (anche se il termine della raccolta è stato esteso di un mese rispetto a quello inizialmente fissato). Complessivamente a fine 2019 le imprese che compongono il campione occupavano 355.771 lavoratori dipendenti a livello nazionale.

Come in precedenti edizioni, il questionario di quest’anno include domande su: (i) struttura e dinamica della manodopera occupata con diverse tipologie contrattuali; (ii) orari e assenze dal lavoro, limitatamente al personale a tempo indeterminato full-time; (iii) politiche aziendali adottate dall’imprese, quali l’erogazione di premi variabili collettivi, la messa a disposizione di welfare al personale non dirigente, il lavoro agile.

Nella presentazione dei risultati dell’indagine, le imprese del campione sono classificate per comparto sulla base del CCNL applicato (Tabella A1) e per dimensione aziendale sulla base del numero di occupati alle dipendenze a dicembre 2019. Dettagli sulla composizione del campione per comparto e numero di addetti sono riportati nella Tabella A2.

In questa nota (come in quelle elaborate a commento di edizioni passate dell’Indagine Confindustria sul lavoro) i risultati medi a livello nazionale sono ponderati sulla base della distribuzione (per 11 comparti e 3 classi dimensionali) degli occupati nel totale delle imprese associate a Confindustria.

Gli orari e le assenze dal lavoro: definizioni e metodologia di calcolo

I giorni lavorabili sono calcolati sottraendo ai 365 giorni dell’anno:

  • i sabati e le domeniche (104 giorni) e le festività infrasettimanali nel 2019 (9 giorni);
  • il dato aziendale dei giorni di ferie, quelli di P.A.R. (ex festività e riduzione orario di lavoro) e quelli di permesso per banca ore e conto ore.

Le ore lavorabili annue sono calcolate:

  • moltiplicando i giorni lavorabili per l’orario settimanale normale del personale a tempo pieno al netto delle pause retribuite, diviso per cinque;
  • sottraendo le ore pro-capite di Cassa Integrazione Guadagni effettuate dal personale.

Il tasso di assenteismo è calcolato come il rapporto percentuale tra le ore di assenza e le ore lavorabili, ed è disponibile per sesso, qualifica e tipologia di assenza.

I risultati si basano sulle risposte fornite dalle 1.819 aziende del campione che hanno compilato la sezione del questionario relativa agli orari e alle assenze dal lavoro.

Fonte: Confindustria