Ordinanza su trasporto scolastico e spostamenti isole minori

Ordinanza su trasporto scolastico e spostamenti isole minori

Il Ministero della Salute, su proposta del Ministero dei Trasporti, ha adottato un’ordinanza che dispone:

  1. per i soli motivi di salute e di studio l’accesso ai mezzi pubblici per lo spostamento da e per isole minori con green pass base e non rafforzato fino al 10 febbraio;
  2. il trasporto scolastico dedicato non è equiparato a trasporto pubblico locale in merito alla disciplina delle Certificazioni verdi Covid-19 ed è accessibile fino al 10 febbraio agli studenti anche sopra i 12 anni con solo obbligo di mascherina FFP2.

Consulta

Ordinanza 9 gennaio 2022 aggiornata con i riferimenti normativi all’elenco delle isole.

Fonte: Ministero della Salute

Contributi previdenziali e assistenziali: conguaglio di fine 2021

Contributi previdenziali e assistenziali: conguaglio di fine 2021

Con la circolare INPS 28 dicembre 2021, n. 198, l’Istituto fornisce le istruzioni sulle operazioni di conguaglio di fine 2021 per i datori di lavoro privati non agricoli che utilizzano la dichiarazione contributiva UNIEMENS e per i datori di lavoro iscritti alla Gestione pubblica che utilizzano il flusso UNIEMENS ListaPosPA .

I datori di lavoro possono effettuare il conguaglio, oltre che con la denuncia di competenza del mese di dicembre 2021 (scadenza di pagamento 16 gennaio 2022), anche con quella di competenza di gennaio 2022 (scadenza di pagamento 16 febbraio 2022), attenendosi alle modalità indicate per le singole fattispecie.

I conguagli che si riferiscono al TFR al Fondo di Tesoreria e alle misure compensative possono essere inseriti nella denuncia di febbraio 2022 con scadenza fissata al 16 marzo.

Fonte: INPS

Contagi sul lavoro da Covid-19, nel 2021 tra gennaio e novembre in calo denunce (-69,5%) e casi mortali (-50,7%)

Inail: Contagi sul lavoro da Covid-19, nel 2021 tra gennaio e novembre in calo denunce (-69,5%) e casi mortali (-50,7%)

Le infezioni di origine professionale denunciate all’Inail dall’inizio della pandemia sono 185.633 con 797 decessi, di cui sette su 10 sono avvenuti l’anno scorso. Rispetto al monitoraggio di fine ottobre, l’incremento registrato dal nuovo report mensile della Consulenza statistico attuariale, pubblicato oggi insieme alle schede regionali aggiornate, è di 2.486 casi (+1,4%).

Dall’inizio della pandemia alla data dello scorso 30 novembre i contagi sul lavoro da Covid-19 segnalati all’Inail sono 185.633, pari a oltre un sesto del totale delle denunce di infortunio pervenute da gennaio 2020 e al 3,7% del complesso dei contagiati nazionali comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data. A rilevarlo è il 22esimo report nazionale sulle infezioni di origine professionale da nuovo Coronavirus elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Inail, da cui emerge anche che rispetto alle 183.147 denunce registrate dal monitoraggio mensile precedente i casi in più sono 2.486 (+1,4%), di cui 1.525 riferiti a novembre, 425 a ottobre, 62 a settembre e 67 ad agosto scorsi, mentre gli altri 407 casi sono riferiti per il 57,0% agli altri mesi del 2021 e il restante 43,0% al 2020. Il consolidamento dei dati permette, infatti, di acquisire informazioni non disponibili nelle rilevazioni precedenti.

Il 79,9% delle segnalazioni all’Istituto concentrato nel 2020. Rispetto ai primi 11 mesi del 2020, le infezioni di origine professionale denunciate da gennaio a novembre di quest’anno, benché non consolidate, sono in calo del 69,5%. Il 2020, con 148.391 contagi sul lavoro, raccoglie il 79,9% di tutti i casi segnalati all’Istituto dall’inizio della pandemia, con i mesi di novembre (40.621 denunce) e marzo (28.684) ai primi due posti. Il 2021, con 37.242 denunce in 11 mesi, al momento pesa invece per il restante 20,1%. Da febbraio di quest’anno il fenomeno è in significativa discesa e i 240 casi di giugno, sebbene ancora provvisori, continuano a rappresentare il minor numero di contagi mensili registrati dall’anno scorso, sensibilmente inferiore anche al minimo precedente osservato a luglio del 2020 (con poco più di 500 casi). In generale, se nel 2020 l’incidenza media delle denunce da Covid-19 sul totale di tutti gli infortuni denunciati all’Inail è stata di una denuncia ogni quattro, nei primi 11 mesi del 2021 si è scesi a una su 14.

Nei primi 11 mesi di quest’anno dimezzata l’incidenza del virus sul totale delle morti. I decessi sul lavoro da nuovo Coronavirus segnalati all’Istituto dall’inizio della pandemia sono 797, oltre un quarto degli infortuni sul lavoro con esito mortale denunciati da gennaio 2020, con un’incidenza dello 0,6% rispetto al complesso dei deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall’Iss alla stessa data. Rispetto ai 782 rilevati dal monitoraggio dello scorso 31 ottobre, i casi mortali sono 15 in più, di cui due avvenuti a novembre e 13 nei mesi precedenti (nove nel 2021 e quattro nel 2020). Rispetto ai primi 11 mesi del 2020, i decessi tra gennaio e novembre di quest’anno, benché non consolidati, sono in calo del 50,7%.  Il 2020, con 563 decessi, raccoglie il 70,6% di tutti i casi mortali da contagio pervenuti fino al 30 novembre di quest’anno, con i mesi di aprile (196 casi) e marzo (141) ai primi due posti. Il 2021, con 234 decessi da Covid-19 nei primi 11 mesi, per ora pesa invece per il restante 29,4% sul totale dei contagi con esito mortale denunciati da inizio pandemia, con marzo e aprile al primo posto per numero di casi (51 per entrambi). Se l’anno scorso l’incidenza media dei decessi da nuovo Coronavirus sul totale dei casi mortali segnalati all’Inail è stata di circa una denuncia ogni tre, tra gennaio e novembre di quest’anno è scesa a una su sei.

L’identikit dei lavoratori contagiati. La maggioranza dei casi mortali riguarda gli uomini (82,7%) e i lavoratori nelle fasce di età 50-64 anni (71,4%), over 64 anni (18,6%) e 35-49 anni (9,4%), mentre tra gli under 35 si registra solo lo 0,6% dei morti. Allargando l’analisi a tutti i contagi sul lavoro, il rapporto tra i generi si inverte. La quota delle lavoratrici contagiate sul totale dei casi denunciati, infatti, è pari al 68,3%. La componente femminile, in particolare, supera quella maschile in tutte le regioni, a eccezione della Calabria, della Sicilia e della Campania, dove l’incidenza delle donne sul complesso delle infezioni di origine professionale è, rispettivamente, del 48,7%, del 46,0% e del 44,3%. L’età media dei contagiati dall’inizio della pandemia è di 46 anni per entrambi i sessi e 59 per i deceduti (57 per le donne, 59 per gli uomini). Il 42,4% del totale delle denunce riguarda la classe 50-64 anni. Seguono le fasce 35-49 anni (36,6%), under 35 anni (19,0%) e over 64 anni (2,0%). Gli italiani sono l’86,5%, mentre il restante 13,5% delle denunce riguarda lavoratori stranieri, concentrati soprattutto tra rumeni (21,0% dei contagiati stranieri), peruviani (12,5%), albanesi (8,1%), moldavi (4,6%), ecuadoriani (4,1%) e svizzeri (4,0%). Più di nove morti su 10 sono italiani (90,2%), mentre la comunità straniera con più decessi denunciati è quella peruviana, con il 15,4% dei casi mortali dei lavoratori stranieri, seguita da quelle albanese (11,5%) e rumena (7,7%).

L’Industria e servizi al primo posto tra le gestioni assicurative. Quasi tutti i contagi sul lavoro (96,9%) e i casi mortali (88,0%) denunciati riguardano la gestione assicurativa dell’Industria e servizi, mentre le infezioni di origine professionale registrate nelle restanti gestioni per Conto dello Stato (amministrazioni centrali dello Stato, scuole e università statali), Agricoltura e Navigazione sono 5.883, con 95 decessi. Sono circa 3.200, in particolare, i contagi di insegnanti, professori e ricercatori di scuole di ogni ordine e grado e di università statali e private, riconducibili sia alla gestione dei dipendenti del Conto dello Stato sia al settore Istruzione della gestione Industria e servizi.

I settori di attività più colpiti. Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale – che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili – si conferma al primo posto con il 64,8% delle denunce e il 22,4% dei casi mortali codificati, seguito dall’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali), con il 9,2% dei contagi e il 10,4% dei casi mortali. Gli altri settori più colpiti sono il noleggio e servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il trasporto e magazzinaggio, secondo per numero di decessi con il 12,9% del totale, il manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici e farmaceutici, stampa, industria alimentare), al terzo posto per casi mortali denunciati con l’11,8%, le attività dei servizi di alloggio e ristorazione, il commercio all’ingrosso e al dettaglio, le altre attività di servizi (pompe funebri, lavanderia, riparazione di computer e di beni alla persona, parrucchieri, centri benessere…), e le attività professionali, scientifiche e tecniche (consulenti del lavoro, della logistica aziendale, di direzione aziendale).

L’andamento del fenomeno per comparto produttivo. Nei primi 11 mesi di quest’anno in vari settori produttivi si riscontrano, però, alcune differenze nell’evoluzione dei contagi rispetto al 2020. In termini assoluti la sanità e assistenza sociale ha mostrato un numero di infortuni da Covid-19 in costante discesa, registrando nel mese di giugno il suo livello più basso, con una sessantina di casi (erano più di 400 a giugno 2020), per proseguire nella seconda parte dell’anno con un andamento altalenante e due lievi risalite in corrispondenza di agosto e novembre, mesi in cui si superano i 470 contagi. In termini di incidenza, a partire dallo scorso febbraio il settore ha avuto riduzioni che, tuttavia, negli ultimi cinque mesi mostrano segnali di ripresa. Altri comparti produttivi, come il trasporto e magazzinaggio e il commercio, nel corso del 2021 hanno invece fatto registrare incidenze di contagi professionali maggiori rispetto allo scorso anno.

Un decesso su quattro tra il personale sanitario e socio-assistenziale. Dall’analisi per professione dell’infortunato emerge che più di un quarto dei decessi (26,0%) riguarda il personale sanitario e socio-assistenziale, con la categoria dei tecnici della salute al primo posto con il 37,3% delle denunce complessive, l’82,6% delle quali relative a infermieri, e il 9,7% dei casi mortali codificati (il 65,8% infermieri). Seguono gli operatori socio-sanitari con il 18,1% delle denunce (e il 3,8% dei decessi), i medici con l’8,5% (e il 5,1% dei decessi), gli operatori socio-assistenziali con il 6,8% (e il 2,6% dei decessi) e il personale non qualificato nei servizi sanitari (ausiliario, portantino, barelliere) con il 4,7% (e il 3,3% dei decessi). Il restante personale coinvolto riguarda, tra le prime categorie professionali, gli impiegati amministrativi, con il 4,7% delle denunce e il 10,0% dei casi mortali, gli addetti ai servizi di pulizia, con il 2,3% dei contagiati e il 2,4% dei deceduti, i conduttori di veicoli, con solo l’1,3% dei contagi ma ben il 7,8% dei decessi, gli impiegati addetti al controllo di documenti e allo smistamento e recapito della posta (1,0%), gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia, e i professori di scuola primaria, pre-primaria e professioni assimilate (entrambi con lo 0,9%).

Dallo scorso febbraio incidenze in calo per le professioni sanitarie. A partire dallo scorso febbraio, si osserva in generale un calo significativo delle denunce anche rispetto alla professione dell’infortunato, con incidenze in riduzione per alcune categorie, tra le quali le professioni sanitarie, che negli ultimi cinque mesi mostrano, però, segnali di ripresa dei contagi. Altre professioni, con il ritorno alle attività, hanno visto aumentare l’incidenza delle infezioni di origine professionale rispetto al 2020. È il caso, per esempio, degli impiegati addetti alla segreteria e agli affari generali, degli impiegati addetti al controllo di documenti e allo smistamento e recapito della posta, degli insegnanti di scuola primaria e degli impiegati addetti agli sportelli e ai movimenti di denaro.

I maggiori incrementi percentuali su base mensile nelle province di Messina, Trieste e Ascoli Piceno. L’analisi territoriale, che è possibile approfondire anche attraverso le nuove schede regionali, evidenzia una distribuzione delle denunce del 42,2% nel Nord-Ovest (prima la Lombardia con il 25,0%), del 24,6% nel Nord-Est (Veneto 10,5%), del 15,3% al Centro (Lazio 6,7%), del 12,9% al Sud (Campania 5,9%) e del 5,0% nelle Isole (Sicilia 3,4%). Le province con il maggior numero di contagi da inizio pandemia sono quelle di Milano (9,6%), Torino (6,9%), Roma (5,4%), Napoli (4,0%), Brescia e Varese (2,5% ciascuna), Verona e Genova (2,4% ciascuna), Bologna (2,3%) e Firenze (2,0%). Milano è la provincia che registra il maggior numero di contagi professionali accaduti nel solo mese di novembre, seguita da Roma, Torino, Trieste, Napoli, Brescia, Venezia, Messina, Genova, Bologna, Imperia, Como, Cremona e Verona. Le province che registrano i maggiori incrementi percentuali rispetto alla rilevazione di ottobre – non per contagi avvenuti in novembre ma per il consolidamento dei dati in mesi precedenti – sono però quelle di Messina (+7,1%), Trieste e Ascoli Piceno (+6,9% per entrambe), Crotone (+6,0%), Pistoia (+5,9%), Gorizia (+4,5%), Siracusa (+4,4%), Cosenza e Catania (+4,2% per entrambe).

A Napoli la maglia nera dei casi mortali. Prendendo in considerazione solo i decessi, la quota del Nord-Ovest sul totale scende al 36,3% (prima la Lombardia con il 24,7%), mentre il Sud, con il 26,0% dei casi mortali denunciati, contro il 12,9% riscontrato sul complesso delle denunce, precede il Centro (18,3%), il Nord-Est (12,8% rispetto al 24,6% delle denunce totali) e le Isole (6,6%). Le province con più decessi da inizio pandemia sono Napoli (7,9%), Roma (7,8%), Milano (6,5%), Bergamo (6,4%), Brescia e Torino (4,0% ciascuna), Cremona e Genova (2,4% ciascuna), Bari, Caserta e Palermo (2,1% ciascuna), Parma e Salerno (2,0% ciascuna).

Fonte: INAIL

Il mercato del lavoro in Italia (novembre 2021)

Istat: Il mercato del lavoro in Italia (novembre 2021)

A novembre 2021, rispetto al mese precedente, aumentano gli occupati e diminuiscono i disoccupati e gli inattivi.

La crescita dell’occupazione (+0,3%, pari a +64mila unità) ha riguardato uomini e donne, dipendenti a termine e autonomi, persone tra i 25-34 anni e ultra 50enni. Il tasso di occupazione sale al 58,9% (+0,2 punti).

La diminuzione del numero di persone in cerca di lavoro (-1,8%, pari a -43mila unità rispetto a ottobre) si osserva per entrambi i generi e per tutte le classi d’età, con l’unica eccezione dei 35-49enni. Il tasso di disoccupazione scende al 9,2% nel complesso (-0,2 punti) e al 28,0% tra i giovani (-0,2 punti).

Il calo del numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, pari a -46mila unità rispetto a ottobre) coinvolge uomini, donne e individui con almeno 25 anni di età. Il tasso di inattività scende al 35,0% (-0,1 punti).

Confrontando il trimestre settembre-novembre 2021 con quello precedente (giugno-agosto), si osserva un livello di occupazione più elevato dello 0,3%, con un aumento di 70mila unità.

La crescita dell’occupazione registrata nel confronto trimestrale si associa alla sostanziale stabilità del numero di persone in cerca di occupazione e alla diminuzione di quello degli inattivi (-0,8%, pari a -110mila unità).

A seguito della ripresa dell’occupazione, osservata tra febbraio e giugno e a partire da settembre 2021, il numero di occupati a novembre 2021 è superiore a quello di novembre 2020 del 2,2% (+494mila unità); l’unica variazione ancora negativa si registra per i lavoratori tra i 35 e i 49 anni, ma solo per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione – in aumento di 1,6 punti percentuali – sale infatti per tutte le classi di età.

Rispetto a novembre 2020, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-2,2%, pari a -53mila unità), sia l’ammontare degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-4,6%, pari a -633mila), valore quest’ultimo che era aumentato in misura eccezionale all’inizio dell’emergenza sanitaria.

Fonte: Istat

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Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il testo del DL sull’obbligo vaccinale over 50

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il testo del DL sull’obbligo vaccinale over 50

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale (GU Serie Generale n.4 del 07-01-2022) il testo del Decreto Legge 7 gennaio 2022, n. 1: Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza COVID-19, in particolare nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli istituti della formazione superiore.

Qui il testo del decreto legge

Qui le principali novità introdotte dal decreto legge

Smart working nel settore privato: in sintesi il Protocollo sottoscritto il 7 dicembre 2021

Smart working nel settore privato: in sintesi il Protocollo sottoscritto il 7 dicembre 2021

Lo scorso dicembre, 26 organizzazioni sindacali datoriali e dei lavoratori hanno sottoscritto il “Protocollo Nazionale sul Lavoro Agile nel settore privato“. In Europa, l’accordo, è il secondo provvedimento che disciplina lo smart working, modalità lavorativa che si è diffusa velocemente e in misura massiccia a causa dell’emergenza da COVID-19. 

Già a margine della sottoscrizione del Protocollo, il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, ne aveva posto in evidenza sia le motivazioni sia la filosofia che lo hanno ispirato: “Il lavoro agile, il cosiddetto smart working, è cresciuto molto durante la pandemia, ma al di là dell’emergenza sarà una modalità che caratterizzerà il lavoro in futuro. Il Protocollo fissa il quadro di riferimento per la definizione dello svolgimento del lavoro in smart working, individuando le linee di indirizzo per la contrattazione collettiva nazionale, aziendale e territoriale”.

L’accordo si sviluppa lungo sette punti chiave: Adesione volontaria; Accordo individuale; Disconnessione; Luogo e strumenti di lavoro; Salute, sicurezza, infortuni e malattie professionali; Parità di trattamento, pari opportunità, lavoratori fragili e disabili; Formazione.

Al Protocollo hanno aderito Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confsal, Cisal, Usb, Confindustria, Confapi, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Alleanza cooperative, Confagricoltura, Coldiretti, Cia, Copagri, Abi, Ania, Confprofessioni, Confservizi, Federdistribuzione, Confimi e Confetra.

Vai alle slide di riepilogo 

Per tutti i dettagli, consulta il testo completo del Protocollo

Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

Governo: emanato nuovo decreto legge con obbligo vaccinale per gli over 50

Governo: emanato nuovo decreto legge con obbligo vaccinale per gli over 50

Il Consiglio dei Ministri si è riunito mercoledì 5 gennaio 2022 sotto la presidenza del Presidente Mario Draghi. Segretario, il Sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli.

COVID-19, MISURE DI CONTENIMENTO DELL’EPIDEMIA

Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza COVID-19, in particolare nei luoghi di lavoro e nelle scuole (decreto-legge)

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi e del Ministro della salute Roberto Speranza, ha approvato un decreto-legge che introduce Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza COVID-19, in particolare nei luoghi di lavoro e nelle scuole.

Il testo mira a “rallentare” la curva di crescita dei contagi relativi alla pandemia e a fornire maggiore protezione a quelle categorie che sono maggiormente esposte e che sono a maggior rischio di ospedalizzazione.

Obbligo vaccinale

Il testo introduce l’obbligo vaccinale per tutti coloro che hanno compiuto i 50 anni. Per i lavoratori pubblici e privati con 50 anni di età sarà necessario il Green Pass Rafforzato per l’accesso ai luoghi di lavoro a far data dal 15 febbraio prossimo. 

Senza limiti di età, l’obbligo vaccinale è esteso al personale universitario così equiparato a quello scolastico.

Green Pass Base

È esteso l’obbligo di Green Pass cosiddetto ordinario a coloro che accedono ai servizi alla persona e inoltre a pubblici uffici, servizi postali, bancari e finanziari, attività commerciali fatte salve eccezioni che saranno individuate con atto secondario per assicurare il soddisfacimento di esigenze essenziali e primarie della persona.

Smart working

Il Consiglio dei Ministri è stato informato dal Ministro per la pubblica amministrazione, Renato Brunetta che è stata adottata d’intesa con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Andrea Orlando una circolare rivolta alle pubbliche amministrazioni e alle imprese private per raccomandare il massimo utilizzo, nelle prossime settimane, della flessibilità prevista dagli accordi contrattuali in tema di lavoro agile.

Scuola

Cambiano le regole per la gestione dei casi di positività.

Scuola dell’infanzia

Già in presenza di un caso di positività, è prevista la sospensione delle attività per una durata di dieci giorni. 

Scuola primaria (Scuola elementare)

Con un caso di positività, si attiva la sorveglianza con testing. L’attività in classe prosegue effettuando un test antigenico rapido o molecolare appena si viene a conoscenza del caso di positività (T0), test che sarà ripetuto dopo cinque giorni (T5). 

In presenza di due o più positivi è prevista, per la classe in cui si verificano i casi di positività, la didattica a distanza (DAD) per la durata di dieci giorni.

Scuola secondaria di I e II grado (Scuola media, liceo, istituti tecnici etc etc)

Fino a un caso di positività nella stessa classe è prevista l’auto-sorveglianza e con l’uso, in aula, delle mascherine FFP2. 

Con due casi nella stessa classe è prevista la didattica digitale integrata per coloro che hanno concluso il ciclo vaccinale primario da più di 120 giorni, che sono guariti da più di 120 giorni, che non hanno avuto la dose di richiamo. Per tutti gli altri, è prevista la prosecuzione delle attività in presenza con l’auto-sorveglianza e l’utilizzo di mascherine FFP2 in classe. 

Con tre casi nella stessa classe è prevista la DAD per dieci giorni.

Fonte: governo.it

 

Ministero del Lavoro: al via la riforma degli ammortizzatori sociali

Ministero del Lavoro: al via la riforma degli ammortizzatori sociali

Con l’approvazione della Legge di Bilancio per il 2022 è entrata in vigore la riforma degli ammortizzatori sociali.

“Con la riforma abbiamo ampliato e rafforzato le tutele per chi ha un lavoro e per chi non lo ha – ha spiegato il ministro Orlando – e ora, per oltre 12 milioni di persone, ci saranno nuove o maggiori protezioni sociali”.

Tra i punti qualificanti della riforma, la modifica della CIGS che avrà un unico massimale di 1.199,72 euro. In pratica, si tratta di un aumento di oltre 200 euro per chi ha una retribuzione fino a 2.159,48 euro. Inoltre, la CIGS è estesa a tutti i settori e riconosciuta a tutte le imprese con più di 15 dipendenti per le causali di riorganizzazione aziendale (anche per realizzare processi di transizione), crisi aziendale e contratto di solidarietà.

Di notevole impatto sociale anche l’eliminazione dei vuoti di tutela con l’ampliamento dell’ambito di applicazione del FIS, il Fondo di Integrazione Salariale. La misura sarà estesa a tutti i datori di lavoro appartenenti a settori e tipologie non rientranti nell’ambito di applicazione della Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria e che non aderiscono a un Fondo di solidarietà bilaterale.

La riforma prevede pure l’estensione del contratto di espansione alle imprese di minore dimensione, con proroga al 2023 e ampliamento del campo di applicazione anche alle imprese con almeno 50 addetti.

Per quanto riguarda le politiche attive, infine, si rafforza il loro connubio con gli ammortizzatori sociali: in particolare sul versante delle politiche formative, anche grazie ai 5 miliardi di euro del Piano “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” (GOL) previsti nel PNRR.

Vai alle slide di riepilogo della riforma

Indagine Confindustria sul lavoro del 2021

Indagine Confindustria sul lavoro del 2021

Giovanna Labartino, Francesca Mazzolari e Giovanni Morleo

(anno di riferimento 2020)

L’annuale indagine Confindustria sulle condizioni dell’occupazione nelle imprese associate, svolta nei primi mesi del 2021, fornisce per il 2020, l’anno della pandemia, informazioni su struttura dell’occupazione e politiche aziendali di gestione del lavoro nelle aziende associate. In allegato sono disponibili le tavole riassuntive e comparative relative alle principali variabili oggetto di indagine.

Rispetto alle precedenti edizioni, l’indagine di quest’anno non ha incluso domande relative agli orari di lavoro e alle assenze, che nel 2020 sono stati ampiamente influenzati dal ricorso a forme di sospensione (totale o parziale) dell’attività lavorativa, mentre ha approfondito il tema dell’utilizzo dello smart working da parte delle imprese, anche in virtù dell’ampia diffusione di tale modalità di organizzazione del lavoro durante la crisi sanitaria.

I risultati indicano che, prima della pandemia, lo smart working era già presente nel 12,4% delle imprese associate, e in queste coinvolgeva il 14,2% dei lavoratori occupati. In particolare, questa modalità di lavoro era maggiormente diffusa nei servizi, anche per la natura stessa dell’attività: il 16,0% delle imprese la utilizzava, contro il 9,6% nell’industria in senso stretto, coinvolgendo rispettivamente il 16,2% e il 13% dei lavoratori.

All’apice dell’emergenza sanitaria, lo smart working è stata una modalità di lavoro adottata dalle imprese per assicurare il necessario distanziamento interpersonale, cruciale per evitare la diffusione dei contagi. Nel corso del 2020, in media due imprese associate su tre hanno fatto ricorso a questa modalità, che ha coinvolto quasi il 40% dei dipendenti. Nei servizi lo hanno utilizzato il 73,4% delle imprese, nell’industria al netto costruzioni il 61,6%.

In prospettiva, le imprese che intendono continuare a utilizzare questa modalità di lavoro anche dopo la pandemia sono il 34,2% del totale. Anche in questo caso, è il settore dei servizi a presentare un dato più alto rispetto al settore industriale.

L’indagine ha inoltre raccolto informazioni su altre politiche aziendali adottate dall’imprese in un anno particolarmente complicato: l’utilizzo dei trattamenti di integrazione salariale, l’applicazione di contratti collettivi aziendali e le materie regolate da questi accordi.

I risultati confermano un ampio utilizzo degli  ammortizzatori sociali nel 2020. Nel corso dell’anno il 71,5% delle imprese intervistate ha fatto ricorso ad almeno una settimana di trattamenti di integrazione salariale (CIG ordinaria, in deroga o assegno ordinario). Le percentuali sono del 74,8% e del 65%, rispettivamente, nell’industria in senso stretto e nei servizi.

In materia di contrattazione aziendale, si rileva che, a inizio 2021, la contrattazione aziendale coinvolgeva oltre un terzo delle imprese associate (il 34,4%). La diffusione è maggiore nell’industria in senso stretto (dove il contratto aziendale è presente nel 39,6% delle imprese) rispetto ai servizi (30,8%) e nelle imprese più grandi, con oltre 100 dipendenti (69%), rispetto a quelle più piccole, con meno di 15 (24,8%).

La diffusione della contrattazione aziendale mostra percentuali più elevate se calcolata sulla base degli addetti: risultano occupati presso aziende che la applicano il 64,7% dei dipendenti nel campione complessivo – media tra il 70,9% registrato nell’industria in senso stretto e il 56,9% registrato nei servizi.

Le materie regolate dal contratto aziendale, quando presente, sono principalmente l’orario di lavoro (nel 53,4% dei casi), i protocolli per la sicurezza (44,5%), i premi di risultato collettivi (42,9%), la conciliazione vita-lavoro (37,6%) e la formazione (34,1%).

1. L’occupazione nelle imprese del Sistema Confindustria nell’anno della pandemia

Nel 2020 solo il 30% delle imprese associate non ha perso fatturato

Secondo la rilevazione condotta tra febbraio e aprile 2021, vi è ampia eterogeneità nella variazione di fatturato registrata dalle imprese associate a Confindustria. Meno di un terzo del campione (30,4%) dichiara di non aver registrato nel 2020 perdite di fatturato rispetto al 2019, mentre il 40% ha registrato una perdita di non oltre il 20%. Il restante 30% circa di imprese si scompone in un 22% che ha registrato nel 2020 ricavi in diminuzione di una percentuale compresa tra il 20 e il 50% e un 7,6% che ha sofferto una perdita di oltre il 50% rispetto all’anno precedente (Figura A).

E’ diminuita l’occupazione maschile, in particolare nelle piccole imprese e per gli occupati a termine

Nel corso del 2020 l’occupazione dipendente complessiva nelle imprese associate a Confindustria si è ridotta dello 0,7%, sintesi di un calo dello 0,5% nelle imprese dell’industria e delle costruzioni e dell’1,4% nel settore dei servizi. Il calo coinvolge in particolar modo le imprese più piccole, con meno di 15 dipendenti (-7,3%), mentre è lieve nelle imprese con più di 100 dipendenti (-0,4%) e, addirittura, non è rilevato nella classe dimensionale media che fa registrare un aumento (+0,3%).

Nelle imprese associate, nel corso del 2020, l’occupazione della componente maschile risulta in calo dello 0,9%, mentre è lievemente cresciuta l’occupazione femminile (+0,3%; Figura B).

Rispetto alla tipologia contrattuale, tiene l’occupazione a tempo indeterminato (+0,7% nell’anno), che risulta quella di gran lunga più diffusa nelle imprese associate (il 94,4% dei dipendenti è impiegato con tale contratto). Crolla il numero di occupati a tempo determinato (-17,4%), soprattutto nelle piccole imprese (-35,9%), mentre gli apprendisti fanno segnare in media -4,2% (addirittura in crescita nelle piccole imprese, +7%).

Ampio l’utilizzo degli ammortizzatori sociali

Tra gli strumenti che hanno consentito di limitare l’impatto della crisi pandemica sull’occupazione (quanto meno su quella a tempo indeterminato) vi sono gli ammortizzatori sociali: CIG ordinaria e in deroga e l’assegno ordinario di integrazione salariale. Sono stati impiegati dal 71,5% delle imprese associale, in particolare nel settore industriale (74,8%). La gran parte delle imprese (il 46,2%) ha utilizzato tra 1 e 9 settimane di trattamenti, circa un quarto (25,5%) tra 10 e 18 settimane, il 28,3% oltre 18 settimane.

Turnover del lavoro più alto nei servizi

Come nelle precedenti edizioni, anche quest’anno l’indagine misura il turnover in entrata e in uscita. Innanzitutto, le imprese con turnover nullo (ovvero le imprese che, sulla base dei dati indicati nel questionario, non hanno registrato né entrate né uscite di personale) sono state il 27,7% del campione complessivo.

Il tasso di turnover complessivo (la somma di lavoratori assunti e cessati sul totale dell’occupazione a fine 2019) è risultato pari al 20,2% nella media del campione analizzato. Il turnover è decisamente più alto nelle imprese dei servizi (22,8%) rispetto all’industria (18,5%) e incide soprattutto nelle imprese piccole (21,2% nelle imprese con meno di 15 addetti mentre è 19,7% e 20,3%, rispettivamente in quelle medie e grandi). Il turnover in uscita è pari al 10,2%, mentre quello in entrata è pari al 10%.

2. Le politiche aziendali e l’utilizzo dello smart working

Le imprese di Confindustria promuovono lo smart working

L’emergenza sanitaria ha costretto nel 2020 molte imprese ad adottare, in tempi brevissimi, una organizzazione del lavoro “agile” con un ampio ricorso al lavoro da remoto che le persone, anche a causa del lockdown, hanno dovuto svolgere dal proprio domicilio.

L’Indagine Confindustria sul lavoro condotta a inizio 2021 rivela che prima della pandemia lo smart working era già presente nel 12,4% delle imprese che hanno risposto e coinvolgeva il 14,2% dei lavoratori. In particolare, questa modalità di lavoro era maggiormente presente nei servizi, anche per la natura stessa dell’attività: il 16% delle imprese utilizzava questa forma di lavoro contro il 10,4% nell’industria in senso stretto, coinvolgendo rispettivamente il 16,2% e il 13,1% dei lavoratori. Per le imprese più grandi (oltre 100 addetti) la quota sale di molto: un’impresa su quattro utilizzava lo smart working già prima della pandemia contro il 13,3% delle medie imprese e il 9,5% delle piccole (sotto ai 10 addetti).

Per il 75% delle imprese associate lo smart working era regolato solo da contratti individuali; per un altro 20% a questi si accompagnava anche un regolamento aziendale che disciplinava il lavoro in remoto, mentre solo per il 4,6% delle imprese il lavoro agile era regolato anche con la contrattazione aziendale.

Cosa è successo con la pandemia?

Durante le fasi acute della crisi sanitaria il lavoro agile è stato elemento fondamentale per continuare l’attività e ancora oggi è un fattore importante per contenere i contagi sui posti di lavoro. Nel 2020 due imprese associate su tre hanno fatto ricorso allo smart working (66,8%), che ha coinvolto quasi il 40% dei dipendenti. Nei servizi lo hanno utilizzato il 73,4% delle imprese, nell’industria al netto delle costruzioni il 64,2% (Figura C).

Cosa succederà in futuro?

Quando l’emergenza sanitaria sarà superata, i lavoratori e le imprese molto probabilmente non torneranno indietro – non del tutto, almeno – e assisteremo anche in Italia a un incremento delle possibilità di svolgere il lavoro in remoto rispetto al pre-crisi. In questo senso va letto il Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, sottoscritto da Confindustria e dalle altre principali associazioni datoriali e sindacali, alla presenza del Ministro del lavoro. Con l’obiettivo di favorire la diffusione di tale modalità di organizzazione del lavoro, è di particolare importanza la richiesta, formalizzata nel Protocollo, di introdurre urgenti misure di semplificazione del regime delle comunicazioni obbligatorie relative all’invio dell’accordo individuale che seguano le stesse modalità del regime semplificato attualmente vigente.

D’altronde, lo smart working “d’emergenza” ha fatto superare molti pregiudizi, ed è stata l’occasione per migliorare le competenze digitali e ripensare molti processi aziendali. Questo è confermato anche dalle opinioni e intenzioni raccolte presso le imprese tramite l’indagine Confindustria: più di un terzo dei rispondenti hanno dichiarato che manterranno lo smart working anche dopo l’uscita dalla pandemia. Questa quota sale al 41,1% per le imprese dei servizi; più bassa, invece, come prevedibile dato il tipo di attività, la percentuale nell’industria in senso stretto (31,1%).

Quali sono i cambiamenti da fare per adottare in maniera strutturale lo smart working?

Un lavoro (più) agile porta con sé anche dei rischi, che possono essere legati a barriere/ritardi tecnologici, al mantenimento di una adeguata work-life balance e alla necessità di strategie manageriali e di gestione del personale adeguate, tali da garantire un buon flusso dell’informazione (soprattutto di tipo “soft”) e una ripartizione adeguata dei carichi di lavoro; si dovrà anche fare in modo che le attività più innovative non vengano sacrificate rispetto a quelle più routinarie. Le imprese che intendono mantenere lo smart working dopo la pandemia sono consapevoli che ci saranno dei cambiamenti da attuare nella dotazione di capitale fisico, nell’investimento in competenze e nella struttura organizzativa della propria impresa. In particolare, tra quelle che hanno dichiarato che utilizzeranno in maniera più diffusa e/o più strutturale questa forma di svolgimento del lavoro rispetto al periodo pre-Covid, il 39,5% pensa che dovrà fornire ai propri dipendenti attrezzature e piattaforme ICT adeguate al lavoro a distanza. Sarà importante anche formare i dipendenti per rafforzarne le competenze tecniche digitali (23,8%) e trasversali (26,1%). Più della metà delle imprese (56,6%) pensa sia fondamentale richiedere la presenza in azienda in determinati giorni e, anche per questo, riorganizzare gli spazi (28,8%; Figura D).

Per massimizzare i vantaggi dello smart working le imprese dovranno adottare policy organizzative e gestionali nuove. Questo le imprese lo sanno, anche se ancora li considerano investimenti meno importanti rispetto ad altri citati: meno di una su cinque dichiara di dover investire per formare i manager per rafforzarne le competenze trasversali e poco più di una su dieci intende introdurre/espandere sistemi di valutazione e incentivazione del personale.

Una su tre aziende associate con contrattazione aziendale

Tra le imprese che hanno partecipato all’ultima indagine, oltre un terzo (il 34,4%) ha dichiarato di applicare un contratto aziendale. Gli accordi sono molto più diffusi nelle grandi imprese (69%) rispetto alle piccole (24,8%). Tale distribuzione del grado di copertura si riflette sulla percentuale di lavoratori coperti da un contratto aziendale nel campione complessivo, che infatti è più alta rispetto alla quota di imprese (64,7%).

Tra le materie regolate nei contratti aziendali, in primis, l’orario di lavoro: oltre la metà dei contratti attivi lo regola (53,4%). Nell’anno della pandemia, è interessante notare che il 44,5% dei contratti aziendali contenga previsioni relative ai protocolli di sicurezza. Tra le materie regolate più ricorrenti vi sono, inoltre, il premio collettivo di risultato (42,9%), la conciliazione vita-lavoro (37,6%), la formazione aggiuntiva rispetto a quella prevista dal CCNL o dalla legge (34,1%), mentre il welfare aziendale è regolato in tre accordi su dieci.

Appendice: Le caratteristiche dell’Indagine annuale Confindustria sul lavoro

Edizione 2021

Questa nota esamina i risultati dell’Indagine Confindustria sul Lavoro del 2021 che, come in precedenti edizioni, è andata sul campo nei primi mesi dell’anno. La somministrazione dei questionari da parte delle Associazioni del Sistema Confindustria alle proprie imprese associate ha avuto inizio il 2 febbraio 2021, con un termine inizialmente fissato per il 12 marzo, poi prorogato al 26 marzo.

Il campione di quest’anno è costituito da 4.844 aziende. Dunque, dopo che la numerosità del campione era stata più che dimezzata dalle difficoltà dell’emergenza sanitaria nell’edizione 2020 dell’indagine, quest’anno la partecipazione è tornata ai livelli registrati nel pre-pandemia. Complessivamente a fine 2020 le imprese che compongono il campione occupavano 803.862 lavoratori dipendenti a livello nazionale.

Come in precedenti edizioni, il questionario di quest’anno include domande su struttura e dinamica della manodopera occupata con diverse tipologie contrattuali e sulle politiche aziendali, con particolare riferimento alla contrattazione aziendale. Il questionario nazionale di quest’anno non ha incluso, invece, una delle parti che ha sempre caratterizzato l’indagine Confindustria sul lavoro, ovvero quella relativa agli orari e alle assenze dal lavoro. La scelta di escludere dal questionario, per quest’anno, questa sezione è legata al fatto che la compilazione non sarebbe stata semplice perché riferita ad un anno – il 2020 – del tutto eccezionale dal punto di vista degli orari e delle assenze dal lavoro, per gli ovvi motivi legati all’emergenza sanitaria.

La temporanea assenza di questa sezione dal questionario nazionale ha lasciato spazio ad un approfondimento relativo allo stato e alle prospettive di utilizzo dello smart working all’interno delle imprese, dopo l’esperienza legata al Covid-19.

Nella presentazione dei risultati dell’indagine, le imprese del campione sono classificate per comparto sulla base del CCNL applicato (Tabella A1) e per dimensione aziendale sulla base del numero di occupati alle dipendenze a dicembre 2020. Dettagli sulla composizione del campione per comparto e numero di addetti sono riportati nella Tabella A2.

In questa nota (come in quelle elaborate a commento di edizioni passate dell’Indagine Confindustria sul lavoro) i risultati medi a livello nazionale sono ponderati sulla base della distribuzione (per 11 comparti e 3 classi dimensionali) degli occupati nel totale delle imprese associate a Confindustria.

Fonte: Confindustria

Fornite le indicazioni ai prefetti per i controlli del Super Green Pass

Fornite le indicazioni ai prefetti per i controlli del Super Green Pass

Con la circolare del 4 gennaio 2022 inviata a tutti i prefetti, il capo di Gabinetto Bruno Frattasi ha richiamato, ai fini delle attività di controllo, le disposizioni contenute nel decreto-legge 30 dicembre 2021, n. 229 che estendono il campo di applicazione della certificazione verde “rafforzata”.

In particolare, a decorrere dal prossimo 10 gennaio e sino alla cessazione dello stato di emergenza (31 marzo 2022) il possesso del green pass “rafforzato” diviene obbligatorio per l’accesso ai seguenti servizi e attività:

  • alberghi e altre strutture ricettive, compresi i servizi di ristorazione prestati all’interno degli stessi anche se riservati ai clienti ivi alloggiati;
  • sagre e fiere, convegni e congressi;
  • feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;
  • aeromobili adibiti a servizi commerciali di trasporto di persone;
  • navi e traghetti adibiti a servizi di trasporto interregionale;
  • treni impiegati nei servizi di trasporto ferroviario passeggeri di tipo interregionale, Intercity, Intercity Notte e Alta Velocità;
  • autobus adibiti a servizi di trasporto di persone, ad offerta indifferenziata, effettuati su strada in modo continuativo o periodico su un percorso che collega più di due regioni ed aventi itinerari, orari, frequenze e prezzi prestabiliti;
  • autobus adibiti a servizi di noleggio con conducente;
  • mezzi impiegati nei servizi di trasporto pubblico locale o regionale.

Inoltre, il possesso della certificazione verde “rafforzata”, sempre a decorrere dal 10 gennaio prossimo, sarà necessario per accedere o utilizzare i seguenti servizi o attività:

  • impianti di risalita con finalità turistico-commerciale, anche se ubicati in comprensori sciistici;
  • servizi di ristorazione all’aperto;
  • piscine, centri natatori, sport di squadra e di contatto, centri benessere per le attività all’aperto;
  • centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

Le disposizioni che hanno assoggettato lo svolgimento delle attività al possesso del green-pass “rafforzato” in luogo del certificato verde base, non trovano applicazione nei riguardi dei minori di età inferiore ai dodici anni e dei soggetti per i quali sussista una controindicazione clinica alla vaccinazione.

Fonte: Ministero dell’Interno

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