Vigilanza privata 2021: un settore in movimento

Vigilanza privata 2021: un settore in movimento

Intervista a Maria Cristina Urbano, presidente di Assiv, una delle associazioni più rappresentative del settore della vigilanza privata. Uno sguardo a tutto tondo sulle sfide che la categoria deve affrontare: dai crescenti compiti di sicurezza pubblica alla formazione, dai rapporti non sempre facili con i ministeri ai mutamenti della società.

di Davide Mantovan – Armi e Tiro

Il ruolo della vigilanza privata impatta ormai indiscutibilmen­te su importanti profili di sicurezza anche pubblica, in un’ottica di compartecipazione pubblico/privato nell’esecuzione di incarichi sempre più a vocazione strategica.

Un impianto normativo che si regge su una miriade di fonti eterogenee e una direzione politica non sempre chiara e univoca generano, però, problema­tiche profonde che impattano su circa 50 mila posti di lavoro in Italia e su un settore che conta circa 3 miliardi di euro l’anno.

In un momento storico in cui l’unica certezza è il bisogno crescen­te di sicurezza, recepiamo le aspettative del mondo della vigi­lanza dalla voce di Maria Cristina Urbano, presidente di Assiv, Associazione italiana vigilanza e servizi fiduciari (www.assiv.it), che rappresenta oltre 100 aziende per un totale di circa 25.000 opera­tori, in prima linea nella tutela della categoria.

Crescente devoluzione di incarichi


Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito a una sempre crescente devoluzione di incarichi operativi dalla pubblica sicurezza alla vigilanza privata che, oltre ad aver accresciuto notevolmente le sue attribuzioni tipiche nella sicurezza privata, ha consolidato il suo ruolo di partner esclusivo nella gestione di numerosi in­carichi di sicurezza a vocazione pubblica, nelle forme della “sicu­rezza sussidiaria” e della “sicurezza partecipata”. Proporzional­mente, è stato chiesto di fornire sempre più garanzie sulla quali­tà dei servizi, fino alla certificazione di qualità degli istituti.

La vigilanza privata è, oggi, un elemento fondamentale per la sicurezza in molti contesti pubblici, dagli aeroporti alle stazioni e così via.

Gli istituti di vigilanza, come hanno affrontato la sfida della cer­tificazione prevista dal decreto ministeriale 115/2014?

«Il Dm 215/2014 è stato introdotto con la dichiarata finalità di innalzare, uniformare e garantire l’effettività degli standard di qualità degli istituti, prevedendone il percorso per la certifica­zione, che altro non è se non la verifica e l’attestazione di essersi adeguati in tutto e per tutto a quanto la normativa ha progressi­vamente imposto.

Poiché le aziende della vigilanza spesso dif­feriscono tra loro per dimensioni, modello di gestione e tipologia dei servizi erogati, a ciascuno è stato richiesto di collocarsi in una delle “categorie” individuate dal DM 269110, in funzione di quanto è popolato il territorio in cui si opera, quali servizi si vo­gliono offrire, quanto personale si impiega e così via, e fornire quindi le corrispondenti garanzie.

Al fianco di aziende che han­no sostenuto tutti gli sforzi di compliance, investendo e pianifi­cando con precisione le proprie attività, esiste però ancora un vasto bacino di imprese che a oggi, incredibilmente, risultano non certificate.

Il Ministero dell’Interno, dal canto suo, dietro la prolungata pressione proprio dei principali attori del comparto, tra cui Assiv, si è limitato solo nel 2017 al censimento dei 382 Istituti che a quella data si sono adeguati e certificati (l’elenco degli istituti certificati è disponibile su poliziadistato.it/statics/49/ elenco-istituti-certificati.pdf, nda).

Dunque, a dieci anni dall’e­manazione del Dm 269/10 e a sette dal Dm 115/2014, in Italia ope­rano ancora istituti privi della certificazione, incredibilmente senza alcuna sanzione e in definitiva restando sul mercato senza aver dimostrato di possedere i requisiti essenziali per farlo».

Quindi il Ministero, che rilascia le licenze e vigila su queste, si è di fatto limitato a “orientare il mercato” verso soggetti “sani” e certificati nonostante i suoi ampi poteri?

«Il problema è ben più profondo. Il processo di certificazione è dinamico per sua natura e non può essere ritenuto qualcosa di cristallizzato, richiede una consultazione continua tra l’Autorità di pubblica sicurezza che disciplina il settore e gli operatori che lo popolano, tant’è che la trasformazione del mondo della sicurezza privata avvenuta negli ultimi quindici anni è il risultato proprio di un dialogo costante tra le parti, attraverso le associazioni di categoria, favorito dalla “mediazione” di Accredia, l’en­te unico nazionale di accreditamento designato dal governo italiano, in applicazione del Regolamento europeo 765/2008.

Da qualche anno, però, il Ministero ha inteso interrompere bruscamente, e a mio avviso immotivatamente, ogni dialogo con i rappresentanti della parte privata, ormai indubbiamen­te anello importante del sistema-difesa del Paese eppure con­siderata, dopo questo dietro-front, come una semplice desti­nataria dei provvedimenti dell’Autorità  pubblica.

Inconcepi­bile e inspiegabile, anche a fronte del fatto che la stessa Autorità  pare non disporre di risorse che le consentano di gestire al meglio ogni aspetto: la vicenda della certificazione è esemplare in questo senso».

Maria Cristina Urbano, presidente di Assiv (Associazione italiana vigilanza e servizi fiduciari), che rappresenta oltre 100 aziende del settore per oltre 25 mila operatori.

A dire il vero, qualche segno di “scollamento” dalla direzione intrapresa nel decennio precedente era trapelato quando esplo­se la vicenda della Gpg-lavoratore autonomo …

«La vicenda prese le mosse da una pronuncia del Tar Emilia Ro­magna, la n. 118/2018, che in spregio a qualsiasi interpretazione consolidata della normativa, ha affermato che è possibile rila­sciare l’autorizzazione a svolgere l’attività di guardia giurata come forma di lavoro autonomo. Il dipartimento della pubblica sicurezza ha dunque sottoposto la questione al Consiglio di Sta­to, il quale ha reso il parere consultivo n. 2.531 del 2019, confer­mando l’orientamento espresso dal Tar Emilia Romagna e dichia­rando la sentenza valida erga omnes.

Così facendo ha di fatto annullato l’art. 6, comma 2 del Dm 269/2010, che prevedeva che “Il riconoscimento della nomina a guardia giurata è subordina­to all’esistenza di un rapporto di lavoro dipendente con il titola­re della licenza prevista dagli artt. 133 o 134 del Testo unico del­le leggi di pubblica sicurezza”.

A chiusura del cerchio, su tale parere il Ministero ha quindi emanato il 17 ottobre 2019 una pro­pria circolare con la quale ha recepito integralmente l’interpre­tazione resa dal Consiglio di Stato, dettando addirittura le regole le affinché la singola guardia potesse ottenere il decreto di no­mina a Gpg ed esercitare la professione in forma autonoma e vanificando, nello sconcerto generale, tutti gli sforzi condotti sino a quel momento per la standardizzazione della qualità dei servizi di sicurezza privata. La soluzione, però, non era accetta­bile né nei contenuti né nella forma.

La direzione da imprimere al mondo della sicurezza privata deve infatti essere espressione di una visione politica, come tale da adottarsi nelle forme di una legge statale e non di un atto amministrativo, da sottoporre all’in­terpretazione della giustizia amministrativa! È così che, anche grazie all’intervento delle associazioni di categoria come Assiv, Univ, Anivp e grazie anche alla indubbia sensibilità di alcune parti politiche, al Dl 14 agosto 2020 n. 104, “Misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia” è stato aggiunto in sede di conversione l’art 37-quinquies che, questa volta con forza di leg­ge dello Stato, ha reintrodotto la necessità “dell’esistenza di un rapporto di lavoro dipendente con un istituto di vigilanza auto­rizzato ai sensi dell’articolo 134 ovvero con uno dei soggetti che è legittimato a richiedere l’approvazione della nomina a guardia giurata ai sensi dell’articolo 133”. Incidente chiuso, ma quanta fatica … ».

La vigilanza privata deve operare secondo standard qualitativi sempre più elevati, come peraltro previsto dai recenti decreti ministeriali sulla materia.

Parato un colpo si affronta il successivo. Mi riferisco al fenome­no del cashback e in generale alle progressive stringenti limita­zioni alla circolazione del contante. Quali sono gli impatti sul mondo di chi il contante lo trasporta e lo tratta quotidianamente?

“Gli impatti negativi di queste misure sul settore del trasporto e custodia valori sono pesantissimi, soprattutto in prospettiva, e tra l’altro non paiono minimamente giustificati dalle finalità di­chiarate al momento della loro adozione.

Lo stesso Yves Mersch, membro di recente uscita dal Consiglio direttivo Bce, a suo tem­po indirizzò una lettera al ministro dell’Economia Roberto Gual­tieri, nella quale si afferma che l’iniziativa italiana è “spropor­zionata alla luce del potenziale effetto negativo che tale mecca­nismo potrebbe avere sul sistema di pagamento in contanti e in quanto compromette l’obiettivo di un approccio neutrale nei confronti dei vari mezzi di pagamento disponibili”.

Quanto ai presunti benefici, partiamo dal presupposto che non è stato in alcun modo dimostrato che la limitazione all’uso del contante generi un risultato significativo nella lotta all’evasione fiscale. Il meccanismo del cashback strizza l’occhio ai consumatori, ma non tiene nella debita considerazione “che la possibilità di pa­gare in contanti rimane particolarmente importante per taluni gruppi sociali, che, per varie legittime ragioni, preferiscono uti­lizzare il contante piuttosto che altri strumenti di pagamento. Il contante è altresì generalmente apprezzato come strumento di pagamento in quanto, quale corso legale, è ampiamente accet­tato, è rapido e agevola il controllo sulla spesa di chi paga, i pagamenti in contanti agevolano l’inclusione dell’intera popo­lazione nell’economia consentendo a qualsiasi soggetto di rego­lare in contanti qualsiasi tipo di operazione finanziaria”.

Inoltre, vale la pena di considerare come l’euro sia la moneta unica au­torizzata a livello europeo, mentre le transazioni elettroniche fanno capo integralmente a soggetti privati. Quanto, invece, all’impatto dannoso, è possibile affermare con assoluta certezza che lo sconsiderato uso di misure restrittive all’utilizzo del con­tante ha provocato, e provocherà, una profonda crisi del settore trasporto e trattamento denaro, uno dei settori che hanno richie­sto i più forti investimenti di capitali e che presenta maggiori costi, alcuni dei quali di recente impennata. Basti pensare ai costi assicurativi, servizi storicamente acquistati sul mercato bri­tannico e che ora, dopo la brexit, hanno manifestato incrementi di costo fino al 40 per cento … dunque da un lato maggiori costi, dall’altro una contrazione del volume di affari che si prevede come tutt’altro che transitoria. Il settore dovrà ristrutturarsi, anche in termini occupazionali.

Stiamo sacrificando interi settori eco­nomici in favore di una misura che non potrà che essere transi­toria e che non è stata correttamente valutata nel rapporto costi­-benefici. Insomma, una misura furbetta che deprime un settore già in crisi e certo non aiuta a educare alla legalità fiscale».

La riduzione della circolazione del contante sta avendo un impatto molto forte sul comparto della sicurezza
privata, che si occupa del suo trasporto.

Vigilanza e Servizi Fiduciari

Dall’introduzione del Dm 269/2010 la giurisprudenza, le Linee Guida dell’Anac e alcune circolari del ministero dell’Interno hanno fatto chiarezza sulle differenze tra vigilanza decretata e servizi fiduciari e sugli ambiti di esclusiva competenza riserva­ti alla prima. Tuttavia, si assiste quotidianamente a “invasioni di campo”.

“Il fatto è che l’erosione di competenza esclusiva della vigilanza è operata prima di tutti dalla stessa pubblica amministrazione, che risulta aver bandito gare di appalto senza rispettare la netta distinzione tra personale armato e servizi fiduciari o, peggio, ad­dirittura facendo appello alla categoria del personale non arma­to su settori riservati per norma alla vigilanza.

Voglio precisare che non si tratta di voler conservare senza motivo un ambito di lavoro a proprio esclusivo vantaggio: teniamo presente che il personale non decretato Gpg non ha il potere, per esempio, di trattare eventuali segnali di allarme così come di svolgere tutte le funzioni che costituiscono vera e propria “sicurezza attiva”.

Si tratta, dunque, di avere o meno determinati margini di operati­vità ed essere formati per affrontare quanto può capitare, in ot­tica di protezione del patrimonio. Occorre comprendere le speci­ficità di ciascuna figura professionale e destinarla ai compiti suoi propri.

L’antitaccheggio rappresenta, per esempio, un segmento di mercato che, benché disciplinato con discreta chiarezza, vede la normativa restare lettera morta. È evidente come un professio­nista della sicurezza debitamente formato comporti un costo maggiore rispetto a un soggetto meno specializzato. Questo, pe­rò, non può giustificare una sistematica disapplicazione della norma nell’indifferenza più totale. Delle due l’una: o il legislato­re ritiene che il servizio antitaccheggio possa essere disbrigato da personale diverso dalla Gpg, allora andrà normata a tutti gli effetti una precisa categoria professionale, oppure questo rap­presenta un altro caso in cui occorrerà sincerarsi che la norma oggi esistente venga rispettata”.

In proposito di ambiti di operatività della vigilanza privata, da tempo si invoca la necessità (e l’opportunità) di svincolare la Gpg dalla sola tutela del patrimonio, per vederla applicare anche alla tutela della persona.

«Nel corso del 2020, nell’ambito del confronto avviato con il Par­lamento, sono state presentate su nostra istanza precise proposte di legge suJJ’impiego delle guardie giurate all’estero, fatte proprie sia dalle forze di maggioranza sia di opposizione, che sono state incardinate e calendarizzate in commissione Affari costituziona­li della Camera dei deputati. L’obiettivo è quello di ottenere una cornice normativa che consenta alle nostre aziende e al nostro personale, altamente qualificato, di operare all’estero per la tu­tela degli asset italiani, garantendo al contempo importanti vantaggi economici e strategici all’intero sistema-Paese.

Ha senso che un asset strategico nazionale sia difeso da personale pro­veniente dall’estero? Allo stesso modo, occorre tornare ad affron­tare il tema della close protection, sul quale le istituzioni restano fredde ma che, ne sono convinta, potrà essere oggetto di nuove riflessioni.

Le oggettive condizioni di mercato e la carenza di ri­sorse umane e finanziare da parte delle istituzioni pubbliche, impongono di riconsiderare la materia senza pregiudizi, guar­dando anche alle soluzioni adottate dai nostri principali partner europei. Un comparto come il nostro, al quale vengono richiesti livelli di qualificazione e di professionalità sempre crescenti, chiamato già ad operare in molteplici contesti dove (nella sostan­za se non anche nella forma) si tutela l’incolumità delle persone, può e deve essere messo nelle condizioni di esplicare al massimo le proprie potenzialità, contrastando tra l’altro anche fenomeni di illegalità e provvisorietà, che hanno potuto proliferare in un quadro normativo che, sulla specifica questione, non è più in grado di rispondere alla realtà della nostra società e della nostra economia.

Sul punto abbiamo intenzione di avviare un dialogo con le istituzioni europee e con i comparti della sicurezza priva­ta negli altri Stati dell’Unione Europea. Ecco, quindi, un ulterio­re ambizioso obiettivo: avviare un dibattito politico sulla close protection, nonché una interlocuzione sul tema della sicurezza privata con Bruxelles».

!:inerzia dei ministeri rende problematico gestire servizi di sorveglianza atipici rispetto al passato, come quello anti-pirateria sulle navi mercantili.

Dal 2012 le Gpg italiane possono svolgere servizio anti-pira­teria a bordo delle navi. Sembra che anche in questo ambito sia stato tracciato un solco iniziale sul quale, però, la pubbli­ca amministrazione non è più tornata. Di quale salute gode questa specialità?

«Dal 2012 le Gpg italiane hanno svolto il servizio anti-pirateria a bordo dei mercantili, a ciò autorizzate “in via temporanea” nell’attesa dell’organizzazione di appositi corsi teorico-pratici abilitativi da parte del Ministero e purché “abbiano partecipato per un periodo di almeno sei mesi, quali appartenenti alle Forze armate, alle missioni internazionali in incarichi operativi”.

Si diceva in via temporanea poiché i criteri appena riportati erano stati individuati in attesa dell’attivazione dei corsi da parte del Viminale.

I corsi previsti, però, a quasi dieci anni dalla norma non sono stati attivati da parte del Ministero e la proroga del regime transitorio inizialmente previsto è scaduta lo scorso 30 giugno. Assiv e le altre associazioni di categoria interessate han­no immediatamente interpellato il Ministero che, però, si è limi­tato a rispondere che “le guardie giurate che non hanno provve­duto ad acquisire la citata abilitazione a svolgere i servizi anti­pirateria non possono essere autorizzate ad esercitare tale atti­vità”.

Insomma, dopo 8 anni di proroghe e a fronte della manca­ta attivazione dei corsi, l’inerzia del Ministero ha causato il fermo di una attività di estrema importanza e delicatezza per la tutela del nostro naviglio e del personale su questo imbarcato, finaliz­zata al contrasto di attività criminose che spesso si caratterizza­no per una significativa gravità.

Fortunatamente, a seguito del­le pressanti richieste di Assiv e di Confitarma, il legislatore ha provveduto a inserire nel Decreto legge “agosto” la proroga per consentire fino al giugno 2021 il prosieguo delle attività, in con­siderazione del fatto che l’emergenza pandemica ha reso impossibile l’attivazione dei corsi di formazione per la qualifica obbli­gatoria delle Gpg da destinare a questo delicato servizio».

Insomma, dal 2010 si attende di conoscere la durata dei corsi di formazione continua, dal 2014 che la certificazione prevista per gli Istituti venga fatta rispettare, dal 2012 l’istituzione dei corsi anti-pirateria … sembra che il Ministero raccolga in sé funzioni che, però, non riesce a svolgere appieno. Da più parti si è parla­to del modello britannico, che ha istituito un’unica authority dedicata esclusivamente al comparto della sicurezza privata, la Security industry authority, che si occupa di normare ed erogare formazione, rilasciare licenze e certificare. Un modello simile potrebbe fare anche al caso nostro?

“A livello istituzionale ASSIV si è posta quale imprescindibile interlocutore per le tematiche connesse alla sicurezza, certamen­te nei confronti del Governo ma anche, e in misura sempre più efficace, con il Parlamento e tutte le componenti politiche che lo compongono, riuscendo a vincere barriere ideologiche e cultu­rali nei confronti della sicurezza privata, che in passato hanno impedito un confronto aperto nel merito delle questioni.

È un risultato fondamentale, propedeutico a futuri fecondi sviluppi anche normativi per il settore, che è stato possibile conseguire grazie alla scelta da parte dell’Associazione di sostenere istanze solide, ben argomentate, capaci di rispondere al contempo ai bisogni delle nostre imprese e all’interesse dello Stato e della collettività nazionale. Tuttavia, mentre alla Camera e al Senato ci viene riconosciuto l’impegno a sostenere istanze virtuose, fi­nalizzate a innalzare il livello professionale e di immagine del comparto, al ministero dell’Interno qualcosa non ha funzionato.

Tanto è vero che a fronte della nostra pressante richiesta per l’apertura di un effettivo e costante canale di comunicazione con l’amministrazione controllante, riscontriamo con sconforto che tale canale ha ormai da anni caratteristiche di unilateralità, che si estrinsecano in direttive e circolari che impattano fortemente sul settore della vigilanza privata, senza la minima preventiva concertazione nel merito delle misure adottate.

Concertazione, è bene ribadirlo, il cui scopo ultimo è quello di fornire all’ammi­nistrazione le informazioni e gli elementi concreti necessari a definire tali misure, la cui adozione spetta certamente in ultima istanza al Ministero, ma che siano capaci di rispondere in ma­niera efficace alle esigenze per le quali vengono adottate.

La scelta del legislatore, nel momento obbligato della rifondazione normativa del comparto (era il 2008), è stata quella di mantenere la vigilanza privata all’interno del sistema sicurezza Paese, quin­di fra le attività per cui necessita la licenza di polizia, sotto la stretta vigilanza del ministero dell’Interno e dei suoi uffici terri­toriali, quindi credo che la devoluzione a una Authority sia fuo­ri questione.

Nondimeno la scelta fatta non può prescindere da una interlocuzione costante, dato che il settore, almeno per ciò che riguarda la vigilanza attiva, è da una parte segnato da re­gole stringenti e controlli continui, dall’altra esprime una im­prenditoria ormai pienamente inserita nel libero mercato.

La mancanza di confronto genera molti problemi, incertezze e in definitiva un danno sia per chi intraprende in questo ambito, sia per la pubblica amministrazione che rinuncia a sviluppare una armoniosa integrazione fra risorse pubbliche e private per innal­zare il livello di sicurezza del Paese”.

Un altro tema “caldo” è la possibilità  da parte degli operatori della sorveglianza privata, di occuparsi della tutela della persona e non solo del patrimonio.

Protocollo COVID-19: quali sono le novità per DPI e organizzazione aziendale?

Protocollo COVID-19: quali sono le novità per DPI e organizzazione aziendale?

di Tiziano Menduto

Le novità del protocollo condiviso del 6 aprile 2021 relativo alle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2 negli ambienti di lavoro. Focus su dispositivi di protezione individuale e organizzazione aziendale.

Fonte: Punto Sicuro

23 aprile 2021 – “Prevenzione, Protezione per una Sicurezza Urbana”

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“Prevenzione, Protezione per una Sicurezza Urbana”

Aggiornamento Formativo in webinar FAD SINCRONA

23 aprile 2021 (ore 09.00 – 13.30)

Apertura dei lavori a cura del Coordinatore del Convegno
Anna Villani
– Socio AIPROS e WIS, Women in Security Italy Liason ASIS International

Saluti istituzionali
Massimo Marrocco
, Presidente A.I.PRO.S.
Simonetta Matone, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma
Marco Iaconis, Coordinatore OSSIF (Centro Ricerca ABI Sicurezza Anticrimine)

La protezione e sicurezza di prossimità partecipata
Giacomo Pellegrino
, Socio AIPROS Responsabile Dipartimento Protezione Civile, Presidente
ASSOCIAZIONE INTERFORZE PROTEZIONE CIVILE

Femminicidio – La certezza della pena, la sicurezza sociale ed il senso di protezione dei cittadini: utopia o realtà
Antonio Maria La Scala
, Professore Ordinario Diritto Penale – Avvocato – Presidente Gens Nova –
V. Presidente Nazionale ANFI


Minori – Luci ed ombre della “strada”: una linea sicura per i giovani alla ricerca
Cristina Baldi, Pedagogista – Giudice Onorario per i Minori presso il Tribunale di Bari

Sicurezza minori nelle comunità scolastiche – Per una scuola che si prende cura. Fattori di
rischio e fattori di protezione

Nora Carnicina Guillermina, Psicologa – Psicoterapeuta – Giudice Onorario per i Minori presso il Tribunale di Bari


Le Prassi di Riferimento per la Protezione Civile: genesi e opportunità
Alessandro Foti,
CEO di ESHQ Consulting srl, Comitato UNI estensore PdR di Protezione Civile

Sicurezza pubblica civile: Il successo dell’impegno comune attraverso il coinvolgimento della società.

Il ruolo chiave di enti e istituzioni civili nel raggiungerlo.
Leonardo Sardi
– Giuliano Tarelli, Executive Officers Exercui Ltd

Intelligence delle Cose e Intelligence Predittiva: il futuro della sicurezza.
Marco Santarelli, Docente e Direttore Scientifico RES ON NETWORK Intelligence & Global Defence e Fondazione Margherita Hack


Un’app e un ecosistema integrato per la previsione, la prevenzione e la protezione nell’ambito della sicurezza urbana.
Domenico Ursino, Professore Ordinario Università Politecnica delle Marche


Sicurezza Urbana: limiti e opportunità per gli istituti di vigilanza privata
Maria Cristina Urbano
, Presidente ASS.I.V.

Domande e Risposte

Partecipazione gratuita, con pre-iscrizione obbligatoria da compilare su: https://aipros.cloud/iscrizione

Il riconoscimento di 4 crediti CERSA UNI 10459:2017 sarà riconosciuto a tutti coloro che parteciperanno al webinar per la durata prevista dal programma, a fronte di un test finale di apprendimento – a riposta multipla –  che verrà erogato alla fine della giornata formativa.

L’attestato con i crediti formativi sarà rilasciato –  su richiesta –  gratuitamente ai soci AIPROS e dietro corrispettivo di 50 € per diritti di segreteria (IVA esclusa) ai non soci AIPROS.

Dall’Anac suggerimenti alle PA per garantire la partecipazione alle gare delle imprese in difficoltà

Dall’Anac suggerimenti alle PA per garantire la partecipazione alle gare delle imprese in difficoltà

Appalti pubblici e Covid-19

Per facilitare la massima partecipazione delle imprese alle gare pubbliche per la fornitura di servizi, l’Autorità Nazionale Anticorruzione fornisce alcuni suggerimenti per la predisposizione dei bandi di gara, riguardo ai requisiti di capacità economica finanziaria e di capacità tecnica. “La crisi ha ridotto il fatturato delle imprese, e gli affidamenti pubblici non devono rappresentare un ostacolo, ma uno strumento per consentire loro di rialzarsi”. Dichiara il Presidente Giuseppe Busia. “Abbiamo voluto spronare le stazioni appaltanti ad utilizzare tutta la flessibilità consentita dal Codice dei contratti pubblici: molto si può fare anche senza riforme normative e l’Anac intende usare tutte le leve a sua disposizione in questa direzione”.

A causa dell’emergenza sanitaria in corso alcuni settori produttivi hanno avuto un calo significativo di fatturato a fronte della mancata erogazione dei servizi. Secondo l’Autorità questo può avere un impatto potenzialmente limitativo della partecipazione alle gare future in quanto il fatturato minimo annuo è uno degli elementi che le stazioni appaltanti possono richiedere ai fini della dimostrazione dei requisiti di capacità economica e finanziaria. L’Anac pertanto suggerisce alle stazioni appaltanti, come previsto dal Codice, di valutare attentamente la necessità di richiedere la dimostrazione di tali requisiti tramite il possesso di un fatturato minimo annuo per il triennio precedente la gara che comprende gli anni 2020 e 2021. Qualora le stazioni appaltanti ritengano necessario richiedere la dimostrazione del fatturato minimo annuo, sarebbe opportuno che il valore del fatturato richiesto fosse inferiore a quello massimo consentito dalla norma, ossia al doppio dell’importo a base d’asta. 

Per quanto riguarda la capacità tecnica delle imprese, l’Autorità, nel rilevare che la mancata erogazione dei servizi può avere un impatto anche sulla dimostrazione dei principali servizi effettuati negli ultimi tre anni, ricorda che, per assicurare un livello adeguato di concorrenza, le amministrazioni aggiudicatrici possono prevedere nei bandi che sarà presa in considerazione la prova relativa a forniture o a servizi forniti o effettuati più di tre anni prima, come previsto dal Codice dei contratti pubblici (Allegato XVII, parte II).

Comunicato del Presidente del 13 aprile 2021

Fonte: ANAC

Assiv, La Ferla: nasce la Commissione per l’Innovazione

Assiv, La Ferla: nasce la Commissione per l’Innovazione

Assiv ha costituito una commissione interna denominata “Commissione per l’Innovazione”.
Ne fanno parte Dario La Ferla, Consigliere Delegato di Sorveglianza Italiana, Francesco Crescini, Direttore Generale di VCB Securitas, Andrea Forte, Direttore Operativo di Forte Secur Group ed Elena Merlo, Consigliere Delegato di IVNG.

S News incontra Dario La Ferla, Coordinatore della Commissione.

Dario La Ferla

Dottor La Ferla, perché è stata costituita tale Commissione in Assiv e quali sono le finalità?
Assiv ha costituito ed incaricato una commissione interna denominata “Commissione per l’innovazione” con la seguente finalità: “L’obiettivo del lavoro della ‘Commissione Innovazione’ è quello di elaborare e proporre  progetti di carattere innovativo per la promozione del comparto sicurezza privata, ed interventi specifici per la soluzione/mitigazione di criticità di carattere generale, …”.
Assiv ha voluto creare una leva che agisca in modo trasversale su tutte le aree aziendali del comparto, un propulsore per gli associati che incoraggi la continua evoluzione e flessibilità nei processi e nella ricerca di soluzioni, per l’appunto innovative.

Quale la valenza per le vostre aziende?
Gli associati tutti i giorni attuano processi d’innovazione, e magari senza accorgersi pongono in essere quelle attività necessarie per anticipare le richieste di mercato e per non subirne passivamente gli effetti.
Da qui nasce l’idea della commissione di convogliare tutte quelle fantastiche idee e best pratices degli associati interessati al cambiamento in un hub di rielaborazione dati (la commissione) con la finalità di unirle, svilupparle e ridistribuirle nell’interesse comune di tutti gli associati.
Questo approccio rappresenta anche un modo di valorizzare la vitalità delle idee degli stessi e di condividere le loro eccellenze come esempi ispiratori.

Fino a qualche anno fa eravamo “Istituti di vigilanza privata” dove l’immobilismo culturale, connesso ad un’autorizzazione quasi monopolistica, regnava solenne. Oggi siamo “Imprese di sicurezza” e l’unica tradizione che permette continuità al comparto è l’innovazione.
Il carico delle vecchie (spesso superflue) tradizioni, soffoca inevitabilmente la considerazione delle idee più brillanti e innovative. Non nascondiamoci dietro un dito: la cultura di un’azienda influenza il modo in cui questa è organizzata e i propri valori attraversano l’intera struttura aziendale. La leadership deve assicurarsi che il processo evolutivo aziendale continui nel tempo. L’innovazione non è mai arrivata attraverso la sola applicazione di schemi aziendali, ma è sempre sopraggiunta attraverso le persone.
Per questo motivo, sono convinto che la condivisione delle idee e la loro rielaborazione siano un buon viatico per rispettare l’impegno della commissione “nell’elaborare e proporre …, progetti di carattere innovativo per la promozione del comparto sicurezza privata”.

a cura di Monica Bertolo

Leggi l’articolo su S News

Riconoscimento facciale: Sari Real Time non è conforme alla normativa sulla privacy

Riconoscimento facciale: Sari Real Time non è conforme alla normativa sulla privacy

Non è favorevole il parere del Garante per la protezione dei dati personali sull’utilizzo del sistema Sari Real Time da parte del Ministero dell’interno. Il sistema, oltre ad essere privo di una base giuridica che legittimi il trattamento automatizzato dei dati biometrici per il riconoscimento facciale a fini di sicurezza, realizzerebbe per come è progettato una forma di sorveglianza indiscriminata/di massa.

Il sistema sottoposto all’esame dell’Autorità e non ancora attivo consente, attraverso una serie di telecamere installate in una determinata area geografica, di analizzare in tempo reale i volti dei soggetti ripresi, confrontandoli con una banca dati predefinita (denominata “watch-list”), che può contenere fino a 10.000 volti.

Qualora, attraverso un algoritmo di riconoscimento facciale venga riscontrata una corrispondenza tra un volto presente nella watch-list ed un volto ripreso da una delle telecamere, il sistema è in grado di generare un alert che richiama l’attenzione degli operatori delle Forze di Polizia. Il sistema, progettato e sviluppato come soluzione mobile, può essere installato direttamente presso il luogo ove sorge l’esigenza di disporre di una tecnologia di riconoscimento facciale per coadiuvare le Forze di Polizia nella gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica, o in relazione a specifiche esigenze di Polizia Giudiziaria. Il sistema consente, inoltre, di registrare le immagini riprese dalle telecamere, svolgendo una funzione di videosorveglianza.

Il Garante, in linea con quanto stabilito dal Consiglio d’Europa, ritiene di estrema delicatezza l’utilizzo di tecnologie di riconoscimento facciale per finalità di prevenzione e repressione dei reati. Va considerato, in particolare, – afferma il Garante – che Sari Real Time realizzerebbe un trattamento automatizzato su larga scala che può riguardare anche persone presenti a manifestazioni politiche e sociali, che non sono oggetto di “attenzione” da parte delle forze di Polizia. Ed anche se nella valutazione di impatto presentata il Ministero spiega che le immagini verrebbero immediatamente cancellate, l’identificazione di una persona sarebbe realizzata attraverso il trattamento dei dati biometrici di tutti coloro che sono presenti nello spazio monitorato, allo scopo di generare modelli confrontabili con quelli dei soggetti inclusi nella “watch-list”. Si determinerebbe così una evoluzione della natura stessa dell’attività di sorveglianza, che segnerebbe un passaggio dalla sorveglianza mirata di alcuni individui alla possibilità di sorveglianza universale.

È proprio a causa della loro forte interferenza con la vita privata delle persone che la normativa in materia di privacy stabilisce rigorose cautele per i trattamenti di dati biometrici e per particolari categorie di dati (ad esempio, quelli idonei a rivelare opinioni politiche, sindacali, religiose, orientamenti sessuali), i quali devono trovare giustificazione in una adeguata base normativa. Base normativa che non è stata rinvenuta nella documentazione fornita dal Ministero dell’interno.

Secondo il Garante una base normativa adeguata dovrebbe tener conto di tutti i diritti e le libertà coinvolte e definire le situazioni in cui è possibile l’uso di tali sistemi, senza lasciare una discrezionalità ampia a chi lo utilizza. Ciò vale anche per aspetti fondamentali dell’impiego della tecnica di riconoscimento facciale, come i criteri di individuazione dei soggetti che possono essere inseriti nella watchlist, le conseguenze in caso di falsi positivi o la piena adeguatezza del sistema nei confronti di persone appartenenti a minoranze etniche.

Fonte: GPDP

Banca d’Italia: on line il bollettino economico 2/2021

Banca d’Italia: on line il bollettino economico 2/2021

Migliorano le prospettive globali ma restano incertezze nel breve periodo
La prosecuzione delle campagne di vaccinazione e il piano espansivo di bilancio dell’amministrazione Biden hanno determinato un miglioramento delle prospettive globali. Nel breve periodo restano però incertezze legate all’evoluzione della pandemia e alle sue ripercussioni sull’economia. Nell’area dell’euro il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di aumentare gli acquisti di titoli nell’ambito del programma per l’emergenza pandemica per evitare un prematuro rialzo dei rendimenti, non giustificato dalle attuali prospettive economiche.

In Italia, dopo una flessione alla fine del 2020, l’attività economica sarebbe rimasta pressoché stabile
Nei primi mesi dell’anno l’attività economica sarebbe rimasta pressoché stabile: a un rafforzamento nell’industria si accompagna un andamento ancora debole nei servizi. Le nostre indagini segnalano che le imprese programmano di riprendere gli investimenti nella restante parte dell’anno. Le famiglie intervistate dalla Banca d’Italia indicano una graduale ripresa dei consumi, ma la propensione al risparmio resta elevata.

L’inflazione è salita, ma la componente di fondo e le attese rimangono su valori contenuti
L’andamento dei prezzi energetici ha riportato l’inflazione su valori positivi. Le pressioni sui prezzi sono però modeste.

Sono state mantenute condizioni finanziarie e del credito distese
La spinta al rialzo sui rendimenti dei titoli di Stato è stata contrastata dalle decisioni prese dal Consiglio della BCE e dalla riduzione del premio per il rischio sovrano. Il credito alle imprese continua a espandersi ad un ritmo solido, riflettendo soprattutto una domanda ancora elevata di prestiti garantiti.

Gli interventi espansivi in via di definizione possono sostenere la crescita
Secondo i principali previsori, l’espansione del prodotto potrebbe essere superiore al 4 per cento nel 2021, con una significativa ripresa nella seconda parte dell’anno. Uno scenario di ritorno a una crescita sostenuta e durevole è plausibile, pur se non esente da rischi; presuppone che sia mantenuto il sostegno all’economia e che si dimostrino efficaci gli interventi in corso di introduzione nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le prospettive restano soprattutto dipendenti dai progressi della campagna vaccinale e da una favorevole evoluzione dei contagi.

Scarica il Bollettino

Fonte: Banca d’Italia

INAIL: Indagine nazionale sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro

La seconda indagine nazionale sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (Insula 2) si pone come obiettivo principale di monitorare la qualità delle condizioni di lavoro al fine di evidenziare gli aspetti chiave per una gestione efficace della salute e sicurezza nelle aziende italiane e promuovere il benessere dei lavoratori.

Le evidenze emerse dalla survey sono state illustrate durante un webinar a cui hanno partecipato i vertici dell’Istituto. Bettoni: “Comprendere e interpretare i reali bisogni dei soggetti che vivono quotidianamente la gestione dei rischi lavorativi è indispensabile per individuare politiche, buone prassi e modalità di sostegno”. In una sezione del testo, disponibile online, le analisi secondarie svolte per la stima del rischio di contagio da Covid-19.

Fornire un contributo efficace per progettare nuove politiche per la salute e la sicurezza sul lavoro, anche in relazione ai cambiamenti socio-economici, e promuovere il benessere dei lavoratori. È questo l’obiettivo di Insula 2, la seconda indagine nazionale realizzata dal Dipartimento di medicina epidemiologia igiene del lavoro e ambientale (Dimeila) dell’Inail durante il 2019, che segue e sviluppa la prima svolta nel 2014. I risultati della survey, utilizzati come base informativa nelle varie fasi della pandemia da Covid-19, sono stati presentati durante un webinar al quale hanno partecipato il presidente e il direttore generale dell’Istituto, Franco Bettoni e Giuseppe Lucibello, Teresa Armato, presidente della Commissione ricerca del consiglio di amministrazione e Giovanni Luciano, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza.
Sono intervenuti, tra gli altri, il direttore del Dimeila, Sergio Iavicoli, che ha illustrato il lavoro svolto, i direttori centrali prevenzione e ricerca, Ester Rotoli ed Edoardo Gambacciani, il direttore generale dei rapporti di lavoro e delle relazioni industriali del Ministero del lavoro, Romolo De Camillis, e la presidente della Società italiana di medicina del lavoro, Giovanna Spatari.
 
La percezione dei rischi da parte dei lavoratori e il contributo dell’Inail al Cts. Grazie al coinvolgimento di un campione rappresentativo della forza lavoro composto da 8mila lavoratori e mille datori di lavoro, l’indagine Insula 2 ha delineato un quadro della qualità delle condizioni di lavoro in Italia in base alla rilevazione della percezione dei rischi per la salute e la sicurezza presenti in azienda e della consapevolezza rispetto al sistema di tutela previsto dal d.lgs. 81 del 2008. In questa edizione sono stati approfonditi i temi legati all’innovazione tecnologica e alle nuove modalità di lavoro, con un focus su salute e stili di vita. I dati della ricerca, conclusa subito prima dell’inizio della pandemia da Covid-19, hanno fornito un contributo per la stima del rischio di contagio nell’ambito delle attività che l’Inail ha intrapreso a supporto del Comitato tecnico scientifico (Cts), per la gestione dell’emergenza epidemiologica in Italia.
 
Preoccupano di più il rischio stress lavoro-correlato e gli altri rischi psicosociali. Se la maggior parte dei lavoratori interpellati percepisce poco o per niente la presenza di rischi per la salute e la sicurezza, le differenze si riscontrano tra i vari settori. In particolare, nel settore della sanità ci si sente più esposti a rischi e si ha più paura di ammalarsi, mentre nei settori delle costruzioni e dei trasporti cresce la paura di infortunarsi. Il rischio stress lavoro-correlato e altri rischi psicosociali risultano quelli a cui i lavoratori si sentono maggiormente esposti, seguiti dal rischio biomeccanico ed ergonomico, dal rischio da lavoro al videoterminale e dai rischi fisici. Tra i fattori psicosociali maggiormente percepiti come rischi relativi all’attività lavorativa sono emersi, in particolare, la bassa autonomia decisionale, gli sforzi richiesti, la mancanza di supporto da parte di capi o colleghi e gli scarsi riconoscimenti per il proprio lavoro.
 
Lo smart working prima della pandemia e l’aggiornamento tecnologico. Secondo i dati della survey, meno dell’11% degli intervistati ha dichiarato che nella propria azienda è stato attivato lo smart working, mentre il 70% dei lavoratori che ne hanno usufruito, dichiara di essere completamente e abbastanza d’accordo sul fatto che abbia migliorato il bilanciamento tra la vita lavorativa e la vita privata. In generale, sono le donne le più favorevoli all’introduzione dello smart working. Nel frattempo, i cambiamenti introdotti dagli aggiornamenti tecnologici hanno riguardato principalmente i processi lavorativi e le modalità di interazione e collaborazione tra i colleghi. Riguardo al grado di accettazione della tecnologia, circa il 57% del campione è per niente o poco d’accordo sul fatto che in futuro la propria mansione lavorativa possa diventare obsoleta a causa delle innovazioni tecnologiche, mentre, circa il 65% ritiene che la tecnologia sia molto o completamente utile per lo svolgimento dell’attività lavorativa.
 
Le analisi a supporto della gestione dell’emergenza sanitaria. In base ai risultati dell’approfondimento dedicato all’indicatore di percezione del rischio biologico, sono i lavoratori appartenenti al settore della sanità a dichiarare un’esposizione maggiore, seguiti da quelli appartenenti ai settori dell’istruzione, dell’amministrazione pubblica e della difesa sociale obbligatoria. Le analisi svolte hanno preso in esame anche i dati relativi alle modalità utilizzate dai lavoratori per andare e tornare dal lavoro: il 15,6% utilizza un mezzo pubblico collettivo (autobus, tram, metro o treno) almeno per una parte del tragitto casa-lavoro, mentre il 77,2% degli intervistati utilizza il mezzo privato e il 17,8% sceglie di andare a piedi o in bicicletta. Non supera il 2% la quota di soggetti che utilizzano la navetta aziendale. Una trattazione a parte, infine, è stata riservata alle abitudini alimentari dei lavoratori, soprattutto per i settori delle attività manifatturiere e delle costruzioni.
 

Fonte: INAIL

Inps: pagamento diretto di integrazione salariale – Indicazioni

Circolare INPS n. 62 del 14 aprile 2021: Indicazioni operative relative alla nuova modalità di invio dei flussi di pagamento diretto dei trattamenti di integrazione salariale, CIGO, CIGD e ASO, connessi all’emergenza epidemiologica da COVID–19, tramite l’utilizzo del flusso “UniEmens-Cig”, introdotta dall’articolo 8, comma 5, del decreto–legge 22 marzo 2021, n. 41.

Con la presente circolare si illustrano le modifiche apportate dall’articolo 8, comma 5, del decreto-legge 22 marzo 2021, n 41, alle modalità di trasmissione dei dati necessari al calcolo e alla liquidazione diretta delle integrazioni salariali da parte dell’INPS o al saldo delle anticipazioni delle stesse, nonché all’accredito della relativa contribuzione figurativa, da effettuarsi con il nuovo flusso telematico denominato “UniEmens-Cig”, per gli eventi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa decorrenti dal 1° aprile 2021.

Revisione del Protocollo aziendale anti-contagio sulla base dell’aggiornamento del Protocollo nazionale di sicurezza negli ambienti di lavoro

Guida per la revisione del Protocollo aziendale anti-contagio sulla base dei contenuti del recente “Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro” del 6 aprile 2021

Nel rispetto di quanto aggiornato e rinnovato, mediante la sottoscrizione del Protocollo condiviso, avvenuta il 6 aprile u.s., in merito alle misure di contrasto e di contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro, già previste con il Protocollo condiviso, siglato il 14 marzo 2020 e, successivamente, integrato il 24 aprile 2020, si indicano gli interventi principali di revisione da realizzare nei riguardi del Protocollo aziendale anti-contagio, ad oggi adottato in ogni realtà lavorativa.


Su rinnovato invito del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro della salute, che hanno promosso un nuovo confronto tra le Parti sociali (già sottoscrittrici dei precedenti protocolli), in continuità con quanto disposto nelll’art.1, co.1, nr.9, del DPCM del 11 marzo 2020, è stato raggiunto, quale frutto di un confronto costruttivo e grazie al supporto tecnico-scientifico dell’INAIL, un nuovo rilevante ed utile risultato.

Confermando le misure ancora adeguate e rispondenti alle disposizioni normative vigenti, aggiornando ed integrando quelle risultate superate, per effetto di quanto accaduto negli ultimi dodici mesi, proseguendo la pandemia e, pertanto, perdurando lo stato emergenziale, è stato definitivamente varato il “nuovo” Protocollo condiviso, alla luce del quale questa guida è stata redatta.

Cinzia Fraschieri (Resp.la Naz. CISL Salute e Sicurezza sul Lavoro)

A commento della guida segnaliamo l’articolo di Tiziano Menduto:” Nuovo Protocollo condiviso: quali sono le novità per le aziende?” pubblicato su Punto Sicuro