Istat: pubblicato il rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2022

Istat: pubblicato il rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2022

La decima edizione del Rapporto dà conto della fase di ripresa economica del 2021, seguita alla profondissima contrazione dell’attività provocata dalla prima fase pandemica.

Sul piano macroeconomico, i dati internazionali relativi al 2021 testimoniano la diffusione e l’intensità della ripresa, con una dinamica di espansione del Pil vigorosa in Cina, Stati Uniti e Area euro.

L’andamento in corso d’anno, tuttavia, ha risentito via via dell’emergere di difficoltà legate alle interruzioni nelle catene di fornitura industriali, a ulteriori misure di contenimento sanitario e a una veloce diffusione delle pressioni inflazionistiche generate dalla salita delle quotazioni delle materie prime.

Tra le maggiori economie dell’Area euro, l’entità del recupero del nostro Paese è seconda solo a quella francese e più forte di quelle di Spagna e Germania. Alla fine dell’anno il Pil è quasi tornato al livello dell’ultimo trimestre del 2019, grazie al contributo di consumi e investimenti.

La buona performance dell’economia italiana nel 2021 è stata sostenuta dalla dinamica dell’export, superiore a quelle dell’Area dell’euro nel suo insieme e di Germania e Francia, sebbene inferiore alla dinamica della Spagna. Ne è conseguita, in generale, una buona tenuta delle quote di mercato, aumentate nei principali paesi europei.

Nel 2021 il sistema produttivo italiano non sembra aver perso competitività nei confronti dei principali partner europei. Il costo orario del lavoro è aumentato a ritmi moderati, con un andamento più favorevole per l’Italia rispetto a Spagna e, soprattutto, a Francia e Germania.

I prezzi alla produzione sono saliti in misura pressoché uniforme. La crescita dei costi si è trasferita solo in parte sull’output, con l’effetto di una diminuzione del mark-up, più accentuata nei servizi, dove le imprese incontrano maggiori difficoltà nel trasferire l’aumento dei costi, vincolate dal più lento recupero della domanda.

Sul mercato del lavoro italiano il recupero è stato solo parziale: la crescita degli occupati interni (che includono i lavoratori in Cig) non ha compensato interamente la caduta del 2020.Tale dinamica ha risentito della flessione dell’occupazione indipendente, che ha proseguito una tendenza in atto dal 2008.

La ripresa è avvenuta soprattutto in termini di crescita dell’input orario, in particolare nell’industria in senso stretto; tuttavia, a fine 2021 il monte-ore complessivo rimane ancora inferiore rispetto al 2019.

Segnali positivi sono giunti da altri indicatori quali le posizioni lavorative e i posti di lavoro vacanti segnalati dalle imprese, aumentati sia nell’industria in senso stretto sia nei servizi di mercato.

Questi sviluppi sembrano segnalare il possibile accentuarsi di fenomeni di mismatch fra domanda e offerta. Alla vigilia della crisi internazionale innescata dall’aggressione russa all’Ucraina, le prospettive dell’economia italiana per il 2022 vedevano quindi il prevalere di segnali tipici di una espansione ciclica potenzialmente duratura. Motivi di ottimismo erano legati al ruolo degli investimenti, sia privati sia pubblici (questi ultimi sostenuti dai fondi del Pnrr), all’elevata disponibilità di risparmi nei portafogli
delle famiglie, alle indicazioni del commercio con l’estero, nonostante l’emergere già nel corso del 2021 di elementi di incertezza legati a tensioni inflazionistiche e difficoltà nella logistica.


D’altro canto, le spinte sui prezzi hanno trovato ulteriore alimento nei nuovi rincari delle materie prime innescati dal conflitto. Nei prossimi mesi i maggiori rischi per l’evoluzione ciclica sono quindi legati alla risalita dell’inflazione. L’entità del suo impatto su redditi, domanda aggregata e competitività delle imprese dipenderà dall’intensità e dalla tempistica con cui gli impulsi si trasmetteranno ai prezzi finali, in un processo sul quale influirà in maniera cruciale l’eventuale innescarsi di una spirale prezzi-salari.

La ripresa del 2021 ha coinvolto in diversa misura i settori produttivi, risultando più marcata nelle attività che nel 2020 erano state maggiormente colpite dalle restrizioni connesse all’emergenza sanitaria: l’indicatore sintetico di competitività (ISCo) segnala un recupero più accentuato per prodotti petroliferi, tessile e abbigliamento, stampa e un peggioramento di competitività assoluta e relativa per gli autoveicoli e per la riparazione e installazione di macchine e apparecchiature.

Anche nel terziario la performance migliore è emersa nei comparti che avevano subito di più le conseguenze della crisi pandemica, come testimoniato dai marcati aumenti di fatturato della filiera del turismo. L’entità della caduta registrata nel 2020, tuttavia, era stata così ampia che nessuno di questi settori è riuscito a recuperare i livelli pre-crisi.


La dinamica dell’export manifatturiero in valore ha determinato, per la grande maggioranza dei comparti, il superamento dei livelli pre-pandemici, in particolare per metallurgia, chimica, altri mezzi di trasporto, prodotti alimentari. Il recupero non si è invece concretizzato per gli autoveicoli e per la filiera del tessile, abbigliamento e pelli. Questa evoluzione si è riflessa in una modifica, in alcuni casi significativa, del peso relativo sull’export settoriale di sei importanti mercati di destinazione (Germania,
Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Russia e Cina).

Anche per le importazioni la crescita del 2021 ha portato molti settori a recuperare i valori pre-crisi, con rimbalzi più accentuati nel caso della chimica, della metallurgia e degli apparecchi elettrici.


Le multinazionali ricoprono un ruolo sempre più rilevante nelle dinamiche dell’interscambio e spiegano circa tre quarti dell’export del sistema produttivo. Nel Rapporto si valuta la dinamica del commercio estero nel 2020-2021 delle imprese che nel 2019 (ultimo dato disponibile) appartenevano a gruppi multinazionali: si mostra come, negli anni interessati dalla crisi, il peso di queste unità potrebbe essere ulteriormente aumentato.

Ciò assume rilievo alla luce di recenti analisi che hanno evidenziato come la crisi generata dall’emergenza sanitaria abbia avuto un impatto meno accentuato proprio sulle imprese caratterizzate da forme più evolute di internazionalizzazione.

Il ruolo delle multinazionali è rilevante anche in termini di destinazione dei flussi: ad esempio, nel 2019, un quarto circa delle vendite di prodotti manifatturieri in Germania era attivato da controllanti tedesche; un quarto del totale dell’export italiano della metallurgia era destinato in Germania, ma quasi la metà di questo si doveva a imprese a controllo tedesco.

Casi simili, con incidenza a volte maggiore, sono riscontrati per l’export in Germania di pelli, apparecchiature elettriche, alimentari e bevande, così come per le vendite di mezzi di trasporto (esclusi gli autoveicoli) verso gli Stati Uniti, generate per circa la metà da imprese a controllo statunitense. Queste tendenze rappresentano un elemento potenzialmente rilevante nell’analisi dei mercati di sbocco delle nostre esportazioni e, più in generale, nella valutazione dei punti di forza e debolezza della competitività estera dell’Italia: una elevata incidenza di questi flussi può, tra l’altro, determinare una minore efficacia delle politiche nazionali di stimolo all’internazionalizzazione.


Una indagine ad hoc presso il campione di imprese di manifattura e servizi che partecipano alla rilevazione mensile sui climi di fiducia ha permesso di valutare se, e in quale misura, lo shock pandemico abbia ostacolato il funzionamento delle catene internazionali del valore.


Oltre la metà delle unità internazionalizzate ha dichiarato problemi di approvvigionamento e vendita, senza distinzioni di rilievo tra classi dimensionali, ma con una elevata eterogeneità settoriale (la diffusione è maggiore nei settori di apparecchiature elettriche, elettronica, macchinari, gomma e plastica). Per più di un terzo delle imprese, la natura di tali difficoltà è percepita come temporanea, tanto da non richiedere alcuna strategia di reazione; un ulteriore terzo ha invece modificato sia i volumi acquistati sia il numero dei fornitori, in particolare nei settori alimentare, automotive, chimica e farmaceutica.


Tuttavia, tali cambiamenti hanno riguardato in misura molto marginale la composizione geografica sia dell’import sia dell’export. Anche i fenomeni di accorciamento delle catene del valore e di rientro di parte della produzione precedentemente delocalizzata all’estero interessano una quota minoritaria delle unità produttive del nostro Paese.


Dagli investimenti legati al Pnrr ci si attende un importante ruolo di traino della ripresa dei settori produttivi. L’esercizio di simulazione degli effetti degli investimenti che fanno capo al Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili (Mims) evidenzia come, dei 38 miliardi di valore aggiunto complessivamente attivato dalle misure considerate, 14,1 miliardi attengano al comparto delle costruzioni, 8,4 agli altri servizi di mercato e 6,2 alla manifattura.

Le costruzioni, a loro volta, generano l’ammontare di gran lunga più elevato di valore aggiunto in tutto il sistema, seguiti da quelli in ricerca e sviluppo e in servizi informatici.

Questi tre comparti sono anche quelli nei quali gli investimenti del piano hanno un “rendimento” maggiore: 77 centesimi di valore aggiunto generati da ogni euro investito nelle costruzioni, 88 centesimi per euro investito in ricerca e sviluppo, 79 centesimi per euro investito nell’informatica.


Focalizzandosi su estensione e velocità di trasmissione degli stimoli al sistema economico, si osserva che oltre due terzi degli investimenti sono concentrati nei settori a trasmissione “gerarchica”, caratterizzati da una diffusione estesa ma lenta dello shock. Poco meno del 5% del totale, invece, è destinato a comparti a trasmissione “diffusa”, che diffondono gli impulsi su ampia scala e velocemente.


Circa il 10% degli investimenti qui considerati è rivolto a settori a trasmissione “selettiva”, ovvero veloce ma con estensione limitata. Poco più del 16% dell’intervento, infine, si concentra su attività a trasmissione “debole”, cioè lenta e circoscritta. Su tali basi, il piano di investimenti previsto dal Mims nell’ambito del Pnrr sembra prospettare una propagazione dello stimolo non rapida, ma estesa a gran parte del sistema economico, con possibilità di spillover significativi.

L’analisi microeconomica fa ampio uso delle informazioni raccolte attraverso le tre indagini Istat su “Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria COVID-19” (d’ora in avanti indicate come “COVID1”, “COVID2”, “COVID3”), rivolta alle unità produttive con almeno 3 addetti.


Emerge il forte miglioramento del 2021 e la diffusione della ripresa, che tuttavia non esclude il perdurare di situazioni di difficoltà, con quasi un quarto delle imprese che segnalano di avere registrato nella seconda metà dell’anno una riduzione del fatturato superiore al 10% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Nella percezione delle imprese, il sostegno all’attività nella prima parte del 2022 sarebbe venuto dalla crescita della domanda interna mentre le misure del Pnrr costituirebbero un elemento rilevante per un insieme minoritario di imprese, con picchi elevati, tuttavia, nei settori più direttamente interessati dagli investimenti. Se da un lato la ripresa ciclica ha determinato, alla fine del 2021, una forte diminuzione della quota di imprese che segnalavano una grave insufficienza della domanda interna e carenze di
liquidità, dall’altro sono molto aumentate le criticità relative all’approvvigionamento di materie prime e dei beni intermedi.

Anche durante la crisi, le imprese con forme più evolute di internazionalizzazione hanno registrato le performance migliori sui mercati esteri: considerando la dinamica dell’export tra il 2019 e il 2021 di quelle che nel 2019 avevano relazioni con l’estero, emerge una flessione delle vendite per le imprese “solo esportatrici” mentre si è registrato un incremento per le “Global” (imprese che esportano in almeno 5 aree extra-europee), le “Two-way traders” (imprese che importano ed esportano) e le multinazionali a controllo italiano ed estero.

La disponibilità di dati rilevati attraverso le indagini COVID in tre distinti momenti del biennio 2020- 2021 consente, inoltre, di analizzare in dettaglio i percorsi seguiti dalle imprese per reagire alle conseguenze della crisi.


Si evidenziano tre diversi “sentieri di attraversamento”, ciascuno dei quali caratterizzato da diverse combinazioni di scelte in termini di strategie e di decisioni di investimento. Il primo sentiero (“sofferenza reattiva”) accomuna le imprese (circa un terzo del totale) che sono state colpite duramente dall’emergenza sanitaria ma hanno poi mostrato capacità di elaborare strategie di reazione, inizialmente difensive e poi più espansive. Nella prima fase della crisi queste unità hanno riorganizzato i processi produttivi e rivisto le catene di fornitura, anche riducendo il personale; nel 2021 hanno espresso un più deciso orientamento verso l’innovazione, l’attivazione di relazioni produttive interaziendali, investimenti in tecnologie 4.0 e in capitale umano.

Al secondo sentiero (“resistenza statica”) sono associate le imprese che hanno subito gli effetti della crisi in misura relativamente lieve e, di conseguenza, non hanno attuato specifiche strategie di reazione: un terzo delle imprese che hanno seguito questo sentiero dichiara di non essere stato toccato dalla crisi. Le loro intenzioni di investimento nel corso del 2021 (comunque limitate a un quarto delle unità) sono orientate a spese in tipologie relativamente standardizzate e poco innovative di digitalizzazione e capitale umano.


Il terzo sentiero (“resilienza di successo”) è caratterizzato dalla capacità di reagire in modo tempestivo ed efficace agli effetti negativi della prima fase della crisi, con strategie tendenzialmente espansive: adozione di tecnologie 4.0 per riorganizzare i processi, innovazione di prodotto e miglioramento del capitale umano. Tra queste imprese la quota di chi intendeva investire nel semestre successivo all’indagine è arrivata a coinvolgere, a fine 2021, il 70% del totale.


La crisi ha modificato la composizione delle forme di finanziamento delle imprese. Nella prima fase, il credito bancario, anche per effetto delle misure di sostegno pubblico, ha potuto in larga misura sostituirsi all’autofinanziamento. Successivamente, con il miglioramento del ciclo, si osserva un significativo aumento della quota di imprese che dichiarano di non aver bisogno di alcuno strumento; tra chi vi ha fatto ricorso, l’utilizzo dell’attivo costituisce la scelta privilegiata con maggiore frequenza dalle imprese.


Un esercizio di stima mostra la relazione tra la struttura di finanziamento durante l’emergenza (marzo/novembre 2020) e il grado di solidità percepito dalle imprese per il primo semestre 2022. I risultati confermano un’evidenza già emersa in precedenti occasioni, secondo cui durante la crisi il ricorso a più strumenti di finanziamento sia motivato prevalentemente dalla ricerca di una copertura più vasta possibile nei confronti del rischio operativo generato dalla crisi di liquidità, a differenza di quanto osservato in periodi più “ordinari”, quando tale scelta riflette invece la capacità di gestione finanziaria e l’esigenza di risorse per attuare strategie complesse. Questo tipo di reazione sembra indipendente dai risultati economici precedenti la crisi.

Per quanto riguarda il ruolo della crisi sulla propensione al cambiamento tecnologico delle imprese, tra marzo 2020 e novembre 2021 emerge un lieve calo di interesse verso gli investimenti nella qualità della connessione Internet e nell’adozione di software gestionali; al contrario, si osserva una crescita di attenzione per la sicurezza informatica e per due aree applicative chiave di questi anni: le tecnologie cloud e quelle 4.0, soprattutto per le imprese di media dimensione (50-249 addetti).

Per valutare come questi aspetti possano ripercuotersi sulle prospettive di crescita delle imprese nei prossimi mesi, i risultati di un esercizio di stima mostrano come le tecnologie 4.0 tendano a favorire maggiormente la capacità di crescita delle imprese rispetto a quella di resistere a eventuali shock esogeni.

Le applicazioni cloud e i software gestionali svolgono un ruolo essenziale di supporto alla digitalizzazione, ma risultano poco significativi in termini di probabilità di evoluzione positiva della situazione aziendale quando non sono oggetto di investimenti su base continuativa.

Gli investimenti in sicurezza informatica hanno sempre effetti positivi, rappresentando una condizione essenziale per livelli crescenti di digitalizzazione dei processi aziendali. Infine, gli investimenti nella qualità della connessione Internet sono associati a solidità e a crescita di base produttiva solo se elemento costante della strategia aziendale. Se discontinui, appaiono ininfluenti o associati piuttosto a fenomeni di mancato sviluppo dell’impresa.

Infine, un importante aspetto relativo alla eterogeneità della ripresa economica riguarda la sua diffusione a livello territoriale. In tale prospettiva, la specializzazione settoriale dei territori può avere determinato forti effetti sulla loro capacità di recupero.

Tra i comparti industriali che hanno registrato una performance più brillante, la meccanica presenta un’incidenza occupazionale elevata nelle regioni settentrionali (Piemonte, Lombardia, Veneto, FriuliVenezia-Giulia, Emilia-Romagna); al contrario, le costruzioni assorbono quote di occupazione superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno. Quest’ultima area appare inoltre
diffusamente specializzata nelle attività di commercio-ristorazione, nonostante vi siano casi di elevata incidenza occupazionale in questi comparti anche in Liguria, Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano.


Nelle attività di informazione e comunicazione, invece, la specializzazione supera la media nazionale solo in quattro regioni, tre al Nord (Piemonte, Lombardia, Provincia autonoma di Trento) e una al centro (Lazio).

Riguardo ai settori che nel 2021 hanno evidenziato una performance meno positiva, il Centro-sud spicca per una specializzazione tendenzialmente più elevata nelle attività culturali e sportive e in quelle della logistica. Nei servizi legati al turismo la specializzazione ha invece una diffusione su tutto il territorio nazionale.

Un elemento di potenziale svantaggio per le aree meridionali, soprattutto in una prospettiva di lungo periodo, è costituito da una specializzazione in comparti con un contenuto tecnologico e di conoscenza tendenzialmente inferiore a quelli nei quali risultano più specializzate le aree settentrionali.

A fine 2021 la quota di imprese e di addetti “a rischio” si è notevolmente ridotta rispetto a un anno prima anche se in tre regioni – Lazio, Molise e Calabria – oltre un quarto delle imprese è ancora a rischio “alto” o “medio alto”. In tutte le regioni emerge però un generale spostamento verso classi di rischio inferiore. Nei casi in cui il passaggio è stato verso classi di rischio superiori, in larghissima maggioranza si è trattato di spostamenti dalla classe di rischio “basso” a quella “medio-basso”.

Fonte: ISTAT

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Ciò che rimane dei Protocolli “anti-contagio” con la fine dello stato di emergenza: tra necessità di aggiornamento e opportunità per il futuro del sistema prevenzionistico

Ciò che rimane dei Protocolli “anti-contagio” con la fine dello stato di emergenza: tra necessità di aggiornamento e opportunità per il futuro del sistema prevenzionistico

di Giada Benincasa

Il 6 aprile 2022, esattamente a distanza da un anno dalla stipula dell’ultima versione del Protocollo condiviso dal Governo e dalle Parti Sociali, queste ultime assieme ai Ministeri del Lavoro, della Salute e dello Sviluppo Economico si sono incontrati al fine di valutare l’eventuale aggiornamento del Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto in data 6 aprile 2021.

Se infatti fin dall’inizio della pandemia i protocolli c.d. “anti-contagio” hanno assunto una rilevanza strategica per la lotta alla diffusione del virus Sars-Cov-2 all’interno dei luoghi di lavoro anche non sanitari (per un approfondimento sul ruolo dei protocolli si veda G. Benincasa, M. Tiraboschi, Covid-19: le problematiche di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro tra protocolli condivisi e accordi aziendali, in D. Garofalo, M. Tiraboschi, V. Filì, F. Seghezzi, Welfare e lavoro nella emergenza epidemiologica, Volume V – Le sfide per le relazioni industriali, ADAPT e-Book, 2020), sembra ora necessario domandarsi se, con la fine dello stato di emergenza, è obbligatorio continuare ad applicare i protocolli nei luoghi di lavoro oppure no (per una breve disamina sulle misure che rimangono in vigore a seguito dell’emanazione d.l. 24 marzo 2022, n. 24, si veda Benincasa G., Fine stato di emergenza al 31 marzo 2022: la sfida contro il Covid-19 tra nuove e (alcune) vecchie regole, Bollettino ADAPT 28 marzo 2022, n. 12).

Nello specifico, il Governo e le Parti Sociali, hanno sottolineato in primo luogo che la valenza dei protocolli per contrastare la diffusione del Covid-19 nei luoghi di lavoro non è mai stata vincolata allo stato di emergenza (concluso lo scorso 31 marzo 2022), affermando altresì l’opportunità del mantenimento dell’osservanza del Protocollo intersettoriale del 6 aprile 2021 al fine di tutelare imprese e lavoratori dato che, è bene ricordarlo, il termine dello stato di emergenza non coincide con la fine della pandemia e del contagio.
 
Tuttavia, il mero rispetto, da parte di una azienda, delle misure contenute all’interno del Protocollo condiviso del 6 aprile 2021 – per il quale verrà eventualmente valutato un aggiornamento alla fine del mese di aprile mediante un ulteriore incontro tra il Governo e le Parti Sociali – non pare essere sufficiente. Se infatti, da un lato, è necessario tenere in considerazione l’evoluzione della situazione sanitaria e il mutato contesto normativo di riferimento, dall’altro lato non possiamo trascurare, ancora oggi, la perdurante necessità di adattare le misure di sicurezza contenute nel protocollo nazionale allo specifico contesto organizzativo e produttivo di riferimento, mediante l’adozione di uno specifico protocollo aziendale.

Ed invero, per una effettiva tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, pare indispensabile non solo adottare e applicare correttamente i protocolli al livello aziendale – tenuto conto di quanto disciplinato al livello nazionale e, là dove presente, settoriale e territoriale – ma anche continuare ad aggiornarli mediante verifiche e controlli attuati dal Comitato di garanzia istituito, ai sensi dell’art. 13 del Protocollo nazionale, al livello aziendale (o territoriale).
 
Sebbene, dunque, non vi sia un vero e proprio obbligo ex lege che impone espressamente, alle aziende, l’applicazione del protocollo, è anche vero che lo stesso – come ribadito in particolar modo dai Ministeri della Salute e del Lavoro – non risulta soggetto ad una data di scadenza. A tal proposito merita anzi ricordare il ruolo strategico dei protocolli “anti-contagio” anche ai fini della esenzione da responsabilità datoriale ex art. 2087 c.c. Infatti, fermo restando la necessità, di applicare concretamente le misure previste all’interno del protocollo aziendale e progettate ad hoc per il contesto organizzativo di riferimento per il quale vengono adottate, dirimente appare ancora oggi l’art. 29-bis, decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23, coordinato con la legge di conversione 5 giugno 2020, n. 40 (anch’essa non soggetta al termine dello stato di emergenza) che, ispirandosi al meccanismo di efficacia esimente dei Modelli di Organizzazione e Gestione ai sensi dell’art. 6, legge n. 231/2001, ha introdotto una presunzione di adempimento agli obblighi di cui all’art. 2087 c.c. per i datori di lavoro che applicano e rispettano concretamente il protocollo, stabilendo che “Ai fini della tutela contro il rischio di contagio da  COVID-19, i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all’obbligo di cui all’articolo 2087 del codice  civile  mediante l’applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del COVID-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali, e successive modificazioni e integrazioni, e negli altri protocolli e linee guida di cui all’articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, nonché mediante l’adozione e il mantenimento delle misure ivi previste. Qualora non trovino applicazione le predette prescrizioni, rilevano le misure contenute nei protocolli o accordi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
 
Di particolare interesse risulta altresì l’apertura da parte del Governo che ha ipotizzato la permanenza di alcune regole poste alla base del Protocollo anche in una eventuale fase endemica della circolazione del Covid-19. A distanza di oltre due anni dall’inizio della pandemia e dall’emersione dei primi protocolli di sicurezza per contrastare la diffusione del virus all’interno dei singoli contesti di lavoro (si ricorda che il primo protocollo nazionale è stato sottoscritto in data 14 marzo 2020), sembra dunque emergere la volontà di individuare alcune regole permanenti a tutela di imprese e lavoratori. Tra le tante misure di sicurezza disciplinate all’interno del Protocollo nazionale (alcune delle quali risultano oggi obsolete e richiederebbero un aggiornamento rispetto all’evoluzione della situazione sanitaria) che potrebbero divenire permanenti, sebbene si tratti di una volontà ancora fumosa e fin troppo vaga per avanzare riflessioni di dettaglio, rileva indubbiamente la introduzione dei Comitati di verifica e controllo (al livello aziendale o territoriale) che vedono la partecipazione di lavoratori e sindacati in una materia – quella della salute e sicurezza – tradizionalmente affidata, quasi in via esclusiva, alla gestione del datore di lavoro. Nella stessa prospettiva, oltre alla opportunità di individuare procedure e misure di sicurezza che, tratte da questa esperienza, potrebbero essere applicate in situazioni analoghe a tutela della salute delle persone e della sicurezza dei luoghi di lavoro, non possiamo trascurare come, a causa della pandemia da Covid-19, sia stato messo in risalto un duplice ruolo del Medico Competente: da un lato, emergono le necessarie sinergie con il sistema di sanità pubblica, indispensabili al fine di tutelare la persona dai rischi presenti nel luogo di lavoro (sempre meno circoscritto e determinabile); dall’altro lato emerge la centralità di tale figura, nell’ambito della Sorveglianza Sanitaria, per tutelare i c.d. soggetti fragili che, a fronte di determinati rischi e specifiche condizioni, richiedono maggiore attenzione e misure di sicurezza ad hoc.
 
Tuttavia, in attesa dell’eventuale aggiornamento del Protocollo nazionale nonché dell’evoluzione della situazione sanitaria, ciò che al momento possiamo auspicare e che potrebbe rappresentare una delle principali sfide per il sistema prevenzionistico, è che i protocolli di sicurezza – strumenti che si sono rivelati indispensabile fin dall’inizio della pandemia da Covid-19 nonché improntati ad un principio di effettività – non divengano meri adempimenti formali e burocratici come, fin troppo spesso, vengono percepiti gli strumenti posti a presidio della salute e della sicurezza della persona che lavora.
 

Fonte: Bollettino ADAPT 11 aprile 2022

Monitoraggio dell’attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza

Monitoraggio dell’attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza

La nota a cura del centro Studi del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati illustra lo stato di attuazione degli investimenti e delle riforme previsti nel PNRR per i quali sono previsti traguardi ed obiettivi da conseguire entro il 30 giugno 2022.

La nota è aggiornata al 29 febbraio 2022.

Banca d’Italia: on line il bollettino economico 2/2022

Banca d’Italia: on line il bollettino economico 2/2022

Il ciclo economico mondiale si è indebolito; l’inflazione è ulteriormente cresciuta

Dall’inizio dell’anno l’attività economica globale ha mostrato segnali di rallentamento, dovuti alla diffusione della variante Omicron del coronavirus e, successivamente, all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’inflazione è ulteriormente salita pressoché ovunque (al 7,5 per cento in marzo nell’area dell’euro), continuando a riflettere i rialzi dei prezzi dell’energia e le strozzature dal lato dell’offerta. Gli effetti del conflitto sui mercati finanziari globali sono stati significativi, seppure in parte rientrati nelle ultime settimane. La volatilità è elevata in molti segmenti di mercato. La guerra acuisce i rischi al ribasso per il ciclo economico mondiale e al rialzo per l’inflazione.

La BCE ha rivisto il profilo degli acquisti di titoli

Lo scorso marzo il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha valutato che il conflitto avrà ripercussioni rilevanti sull’attività economica e sull’inflazione nell’area, e ha annunciato che adotterà tutte le misure necessarie per garantire la stabilità dei prezzi e quella finanziaria. Ha inoltre rivisto il profilo del programma di acquisto di attività finanziarie per i prossimi mesi e annunciato che qualsiasi modifica dei tassi di interesse di riferimento avverrà qualche tempo dopo la conclusione degli acquisti netti e sarà graduale.

In Italia il PIL si sarebbe ridotto nel primo trimestre; l’inflazione è salita, spinta da energia e alimentari

Nel primo trimestre del 2022 il PIL dell’Italia sarebbe diminuito, risentendo del rialzo dei contagi all’inizio dell’anno e dell’andamento dei prezzi energetici, in un contesto congiunturale di forte incertezza per gli sviluppi dell’invasione dell’Ucraina. La crescita del numero delle posizioni lavorative si è affievolita in gennaio e febbraio. L’inflazione ha raggiunto il 7,0 per cento in marzo, collocandosi sui livelli più alti dai primi anni novanta; la componente di fondo resta su valori inferiori al 2 per cento.

Nel Bollettino sono descritti tre scenari sugli effetti della guerra in Ucraina su PIL e inflazione in Italia

Le possibili conseguenze economiche del conflitto sono esaminate in tre scenari illustrativi – piuttosto che previsioni – definiti sulla base di ipotesi alternative sui prezzi delle materie prime, sul commercio internazionale, sulla fiducia di consumatori e imprese e sulle disponibilità delle forniture di gas naturale. Nello scenario più favorevole, che ipotizza una rapida risoluzione del conflitto e un significativo ridimensionamento delle tensioni a esso connesse, la crescita del PIL sarebbe intorno al 3 per cento nel 2022 e nel 2023. In quello intermedio, di prosecuzione della guerra, il prodotto aumenterebbe di circa il 2 per cento in entrambi gli anni. Nello scenario più severo, che presuppone anche un’interruzione dei flussi di gas solo in parte compensata da altre fonti, il PIL diminuirebbe di quasi mezzo punto percentuale sia quest’anno sia il prossimo. L’inflazione nella media di quest’anno sarebbe pari al 4,0 per cento nel primo scenario, al 5,6 nel secondo e a poco meno dell’8 nel terzo; in tutti e tre gli scenari si riporterebbe su valori intorno al 2 per cento nel 2023.  Questo ampio ventaglio di stime non tiene conto di possibili nuove risposte delle politiche economiche, che saranno essenziali per contrastare le spinte recessive e le pressioni sui prezzi derivanti dal conflitto.

Parte delle importazioni di gas russo potrebbe essere sostituita con altre fonti

Nel 2021 il surplus di conto corrente è rimasto elevato, pur risentendo del deterioramento della bilancia energetica. Dalla Russia proviene più di un quinto delle importazioni italiane di input energetici, quasi la metà per il solo gas naturale. Secondo valutazioni preliminari, l’eventuale interruzione dei flussi di gas russo potrebbe essere compensata per circa due quinti entro la fine del 2022, senza intaccare le riserve nazionali di metano, attraverso l’incremento dell’importazione di gas naturale liquefatto, il maggiore ricorso ad altri fornitori e l’aumento dell’estrazione di gas naturale dai giacimenti nazionali. Nel medio periodo sarebbe possibile sostituire pienamente i flussi di gas russo con più cospicui investimenti sulle fonti rinnovabili, oltre che mediante il rafforzamento delle importazioni da altri paesi.

Nel 2021 sono scesi significativamente il disavanzo e il debito pubblico in rapporto al PIL

Lo scorso anno l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al PIL si è sensibilmente ridotto rispetto ai valori straordinariamente elevati del 2020. Anche il peso del debito sul prodotto è diminuito. Alla fine di febbraio la Commissione europea ha espresso una valutazione positiva sul conseguimento dei traguardi e degli obiettivi previsti per il pagamento della prima rata dei fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza. Lo scorso 6 aprile il Governo ha approvato il Documento di economia e finanza 2022. A fronte del miglioramento del quadro tendenziale dei conti pubblici, gli obiettivi di indebitamento netto fissati lo scorso settembre sono stati confermati. Nel 2022 il disavanzo e il debito si collocherebbero rispettivamente al 5,6 e al 147,0 per cento del PIL.

Allegati

Fonte: bancaditalia.it

Confindustria, Gli effetti della guerra fermano la produzione industriale: marzo -1.5%, 1° trimestre -2.9%

Confindustria, Gli effetti della guerra fermano la produzione industriale: marzo -1.5%, 1° trimestre -2.9%

Il CSC stima un calo della produzione industriale italiana a marzo (-1,5%), dopo il rimbalzo statistico di febbraio (+1,9%). Le dinamiche inedite dei prezzi delle commodity, con particolare riferimento al rincaro del gas naturale che esibisce tassi di variazione a 4 cifre (+1217% in media nel periodo del conflitto sul pre-Covid) e quello del Brent, che è a 3 cifre (+104%), misurano l’ordine di grandezza dello shock di offerta che sta colpendo l’attività economica italiana ed europea. Indici di sentiment sull’attività imprenditoriale e di fiducia, in flessione a marzo, preannunciano rilevanti ripercussioni sull’effettiva capacità di tenuta delle imprese nei prossimi mesi.

Come sta andando la produzione industriale in Italia

I risultati dell’indagine rapida del CSC rilevano a marzo una flessione della produzione industriale di -1,5%, dopo il parziale rimbalzo registrato a febbraio (+1,9%). Nel 1° trimestre 2022, quindi, il CSC stima una diminuzione della produzione industriale di -2,9% rispetto al 4° trimestre del 2021, che inciderà negativamente sulla dinamica del PIL. Gli ordini in volume diminuiscono a marzo di -0,8% su febbraio, quando erano scesi di -0,1% su gennaio: dati molto negativi per le prospettive della produzione da aprile.

Dopo l’intensa caduta registrata a gennaio (-3,4%), il parziale recupero di febbraio è dovuto prevalentemente ad un effetto base di rimbalzo statistico. Il deflagrare del conflitto ha accentuato da fine febbraio l’incidenza dei fattori che ostacolavano l’attività economica e produttiva italiana, già prima della guerra (rincari delle materie prime, scarsità di materiali). Ne è derivato, quindi, un netto peggioramento congiunturale che trova conferma nel calo di fiducia delle imprese registrato a marzo, a 105,4 da 107,9 di febbraio, e nella flessione del PMI manifatturiero (a 55,8 da 58,3 del mese scorso). A questo si aggiunge una sensibile diminuzione nei giudizi e nelle attese di produzione delle imprese manifatturiere, il cui valore non toccava livelli così bassi da giugno dello scorso anno. Nel 1° trimestre 2022, le aspettative sulle condizioni operative delle imprese rilevate dall’indagine di Banca d’Italia per il trimestre successivo sono marcatamente deteriorate, registrando un saldo tra giudizi positivi e negativi che dal 10% (4° trimestre 2021) si è ridotto a -32,8%, con una quota del 47% di imprese che ritiene nulla la probabilità di miglioramento delle prospettive economiche nel 2° trimestre 2022. A ciò si aggiunge anche il forte peggioramento nei giudizi sulle condizioni per investire (a -49,1% da +6,7% del 4° trimestre 2021). Un’indagine condotta presso le imprese associate a Confindustria evidenzia che 9 imprese su 10 nel campione giudicano come molto importanti, tra i principali ostacoli determinati dal conflitto, non solo gli aumenti del costo dell’energia, ma anche quelli delle altre materie prime, mentre le difficoltà di approvvigionamento riguardano quasi 8 imprese su 10. A fronte di tali problemi, il 16,4% delle imprese rispondenti ha già ridotto sensibilmente la produzione. Il peggioramento dell’indice di incertezza della politica economica, che per l’Italia è salito a 139,1 a marzo da 119,7 di febbraio (+38,4% rispetto al 4° trimestre del 2021), accresce i rischi di un pesante impatto sul tessuto produttivo italiano e di un significativo indebolimento dell’economia nella prima metà del 2022.

Fonte: Centro Studi Confindustria

Fasiv: Sospese le prestazioni Covid-19 al 31/12/2021, confermate tutte le altre prestazioni dirette e indirette per il 2022

Fasiv: Sospese le prestazioni Covid-19 al 31/12/2021, confermate tutte le altre prestazioni dirette e indirette per il 2022

Le prestazioni erogate direttamente dal Fasiv e le prestazioni erogate per il tramite della convenzione con Unisalute sono confermate per tutto l’anno in corso, ad eccezione delle prestazioni COVID-19 che sono state sospese al 31/12/2021.

Restano invariate le modalità di prenotazione delle prestazioni in convenzione con Unisalute che potrà avvenire accedendo al sito www.unisalute.it/Area Riservata, utilizzando la App UniSalute o contattando il numero verde 800 885 785.

Documentazione e modalità per accedere ai rimborsi  

Prestazioni in convenzione con Unisalute

In caso di prestazioni presso le strutture convenzionate, il Fondo Fasiv attraverso Unisalute paga direttamente alle strutture sanitarie le prestazioni autorizzate. All’atto della prestazione vanno presentati alla struttura sanitaria documento di identità e prescrizione del medico curante e vanno firmate le ricevute a titolo di attestazione dei servizi ricevuti.

In caso invece di prestazioni presso strutture non convenzionate, va inviata al Fondo Fasiv c/o Unisalute SpA-Spese Sanitarie Clienti c/o CMP BO-Via Zanardi, 30 – 40131 Bologna, la documentazione necessaria: modulo di denuncia del sinistro (scaricabile dal sito del Fasiv), copia della cartella clinica in caso di ricovero, copia della prescrizione medica in caso di prestazioni extra ricovero, documentazione di spesa (fatture e ricevute) debitamente quietanzate.

Prestazioni erogate direttamente dal Fasiv 

In caso di ticket sanitari nel servizio sanitario nazionale, i documenti necessari per ottenere il rimborso sono le copie delle fatture e/o delle ricevute fiscali.

In caso di prestazioni relative al pacchetto maternità, i documenti necessari sono: certificato di nascita, stato di famiglia, tessera sanitaria gestante, fatture quietanziate inerenti alle visite mediche prenatali sostenute.

Infine, nel caso di prestazioni legate a gravi interventi nei figli nei primi 5 anni di vita, i documenti da presentare sono: certificato di nascita, stato di famiglia, certificato di residenza, spese quietanzate inerenti l’albergo o la logistica  sostenute per stare vicino al figlio. 

La richiesta di rimborso delle prestazioni al Fasiv può essere richiesta attraverso il sito del Fasiv www.fasiv.it/ Area rimborsi/ Quadrante Iscritti, oppure attraverso l’invio cartaceo della documentazione all’Ufficio Rimborsi-Fasiv-Via Piemonte, 32 – 00187 Roma.

Fonte: Fasiv

In allegato la mini guida alle prestazioni di Assistenza Sanitaria Integrativa

Agenzia delle Entrate: le novità della legge di Bilancio 2022

Agenzia delle Entrate: le novità della legge di Bilancio 2022

Nuovo bonus affitto giovani fino a 2mila euro, proroga al 2024 delle detrazioni per la casa (ecobonus, bonus ristrutturazioni, “verde” e mobili), agevolazioni per eventi sismici, stabilizzazione del tetto a 2 milioni di euro per compensazioni e rimborsi di crediti di imposta e contributi, possibilità per ricercatori e docenti tornati in Italia prima del 2020 di usufruire dell’imposta forfetaria prevista per il rientro dei cervelli.

Sono alcune delle novità introdotte dall’ultima legge di Bilancio (Legge n. 234/2021) e illustrate dalla circolare dell’Agenzia delle Entrate

Scarica la circolare 9 del 1 aprile 2022

Inps: termini procedurali relativi ai trattamenti e assegni di integrazione salariale emergenziale

Messaggio INPS n.1530 del 6 aprile 2022: Articolo 11-bis del decreto-legge 21 ottobre 2021, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2021, n. 215, rubricato “Misure in materia di termini procedurali relativi ai trattamenti e assegni di integrazione salariale emergenziale”. Rettifica al messaggio n. 4624 del 23 dicembre 2021

In sede di conversione del decreto–legge 21 ottobre 2021, n. 146, la legge 17 dicembre 2021, n. 215, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 20 dicembre 2021 ed entrata in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione, ha introdotto, tra le altre, con l’articolo 11-bis, nuove disposizioni in materia di termini procedurali relativi ai trattamenti di integrazione salariale di tipo emergenziale.

In particolare, il comma 1 del citato articolo 11-bis dispone un differimento dei termini decadenziali relativi ai trattamenti connessi all’emergenza epidemiologica da COVID-19 e viene assicurata la copertura dei relativi oneri finanziari.

Più dettagliatamente, il citato comma 1 differisce al 31 dicembre 2021 i termini decadenziali di invio delle domande di accesso ai trattamenti di integrazione salariale collegati all’emergenza da COVID-19 e di trasmissione dei dati necessari per il conguaglio, per il pagamento o per il saldo degli stessi, scaduti tra il 31 gennaio 2021 e il 30 settembre 2021. Il medesimo comma prevede altresì che le disposizioni relative al differimento in oggetto si applicano nel limite di spesa di 10 milioni di euro per l’anno 2021.

Con il messaggio n. 4580 del 21 dicembre 2021 sono stati illustrati gli indirizzi che attengono alla portata della norma e con il messaggio n. 4624 del 23 dicembre 2021 sono state fornite le modalità operative per le autorizzazioni a conguaglio.

A parziale rettifica del messaggio n. 4624/2021 si precisa che l’Istituto, a livello centrale, individuerà le autorizzazioni il cui termine di decadenza ha una data compresa fra il 1° dicembre 2020 e il 31 agosto 2021 e, contestualmente, differirà in procedura al 31 dicembre 2021 il termine decadenziale relativo al conguaglio.

Tanto premesso, eventuali conguagli riferiti alle predette autorizzazioni, esposti nei flussi con competenza fino a dicembre 2021, saranno considerati nei termini e accettati dalla procedura di Gestione Contributiva.

Per i datori di lavoro che hanno già provveduto all’esposizione del conguaglio oltre la data di scadenza originaria, e per le quali la relativa nota di rettifica è stata definita e inviata al Recupero Crediti, rimane valido quanto già previsto dal messaggio n. 4624/2021, in merito alla possibilità di procedere all’invio di flussi regolarizzativi, al fine di generare il credito utile per la chiusura dell’inadempienza. Tali flussi regolarizzativi potranno essere trasmessi entro il 30 aprile 2022.

Fonte: INPS

Scarica il messaggio INPS 1530/2022

COVID-19: aggiornate e adottate le linee guide per le attività

COVID-19: aggiornate e adottate le linee guide per le attività

di Tiziano Menduto

Un’ordinanza del Ministero della salute ha adottato le nuove linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali in relazione al virus SAR-CoV-2. Focus sui nuovi principi di carattere generale per le attività.

Fonte: Punto Sicuro

Scarica l’ordinanza con le nuove linee guida

Banca d’Italia: Indagine sulle aspettative di inflazione e crescita (marzo 2022)

Banca d’Italia: Indagine sulle aspettative di inflazione e crescita (marzo 2022)

È online l’indagine sulle aspettative di inflazione e crescita condotta tra il 23 febbraio e il 16 marzo 2022 presso le imprese italiane dell’industria e dei servizi con almeno 50 addetti.

Secondo l’indagine, i giudizi sulla situazione economica generale nel primo trimestre del 2022 e le attese sulle proprie condizioni operative per il trimestre successivo sono marcatamente peggiorati rispetto alla rilevazione precedente, riflettendo principalmente gli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina avvenuta nei giorni immediatamente successivi all’inizio della rilevazione. Pur in netto peggioramento, le valutazioni delle imprese sono molto meno negative di quelle prevalenti nella prima ondata della pandemia.

I principali ostacoli alla crescita nei prossimi mesi sono l’incertezza imputabile a fattori economici e politici, l’andamento dei prezzi delle materie prime e le tensioni che interessano il commercio internazionale. L’impulso della domanda resterebbe positivo, ma si affievolirebbe.

Pur a fronte di un forte peggioramento delle condizioni per investire, nel 2022 proseguirebbe l’espansione degli investimenti, in misura appena più moderata rispetto a quanto previsto nella scorsa rilevazione. L’occupazione continuerebbe ad aumentare anche nei prossimi tre mesi.

Le attese sull’inflazione al consumo hanno raggiunto livelli storicamente elevati e restano ampiamente superiori al 2 per cento su tutti gli orizzonti temporali (le aspettative a 12 mesi sono pari al 4,6 per cento, quelle tra 3 e 5 anni al 3,8). I prezzi praticati dalle imprese hanno accelerato e continuerebbero ad aumentare con intensità crescente nei prossimi 12 mesi, sospinti dalla più elevata inflazione attesa e dai rincari degli input produttivi.

Allegati

Fonte: Banca d’Italia